Holodomor, la carestia ucraina del 1933: Il dibattito storiografico

L’analisi condotta smentisce la tesi genocidaria ma non basta a provare oltre ogni ragionevole dubbio che le politiche del governo sovietico non abbiano contribuito ad aggravare la carestia.


Holodomor, la carestia ucraina del 1933: Il dibattito storiografico

Sintesi

Il presente saggio, diviso in quattro parti, si propone di fornire al lettore la visione d’insieme dell’attuale dibattito storiografico sul tema della carestia ucraina del 1933 con particolare riferimento al contesto dei genocide studies (studi sui genocidi). Questi eventi, che in Ucraina portano il nome di Holodomor – letteralmente “uccisione per fame” – sono particolarmente sensibili per diverse ragioni. Tra questi figura sicuramente l’elevata mortalità che hanno fatto registrare; ma non solo. Ancor più rilevante è l’uso strumentale che ne è stato fatto in seguito alla caduta dell’URSS nel tentativo di farne un topos della mortificata identità nazionale ucraina. Specificatamente, si darà risalto ai risultati delle ricerche d’archivio più recenti ed all’analisi del contesto storico-politico dell’Unione Sovietica staliniana. L’analisi condotta smentisce la tesi genocidaria ma non basta a provare oltre ogni ragionevole dubbio che le politiche del governo sovietico non abbiano comunque aggravato la carestia nonostante questa fosse prevedibile. Questa è, ad esempio, la tesi di Tauger (2001) e Cheng (2012) che individuano un’aggravante della carestia nell’eccesiva celerità con cui si volle attuare la collettivizzazione in Ucraina.

1. Introduzione

Sebbene la storia sovietica del primo Novecento sia segnata da diverse carestie gli storici hanno prestato particolare attenzione a quella del 1932/33 e, soprattutto, ai suoi effetti sulla popolazione dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Ciò è dovuto, in parte, anche all’ordine di grandezza delle prime stime sul bilancio delle vittime. Tra quelle avanzate da studiosi e funzionari governativi ve ne furono alcune che arrivavano fino ai 12 milioni di morti (Rosefielde, 1983) su una popolazione di circa 31,5 milioni di abitanti. Ad un bilancio sovrastimato (7–10 milioni) faceva ancora riferimento anche la dichiarazione resa dalla delegazione ucraina al Segretario Generale dell’ONU nel 2003 in materia (Sergeyev 2013). Non per nulla, una nuova dichiarazione, sottoscritta da meno di 40 Stati, non cita alcuna cifra (Yelchenko, 2018). Alla fine, secondo le conclusioni della Corte d'Appello di Kiev, le conseguenze demografiche della carestia ammonterebbero a 3,9 milioni di morte dirette ed un deficit di nascite di 6,1 milioni di unità (LB.ua 2010).

Nei prossimi paragrafi, dopo una breve presentazione dei due filoni storiografici principali, oltre ad una succinta descrizione del contesto storico e politico dell’Ucraina tra le due guerre, si proverà a riassumere le argomentazioni delle due opposte scuole di pensiero. Nel far ciò, si darà risalto alle debolezze ed inconsistenze della teoria genocidaria e si evidenzierà come, seppur entro certi limiti, le spiegazioni alternative sembrino essere più vicine alla realtà. In effetti, oggi è più che mai necessario reagire contro l’imperitura tendenza dell’intellighenzia occidentale mainstream ad assimilare l’URSS al Terzo Reich come se la prima fosse stata “né migliore né peggiore” (Furet, 1995) del secondo.

Sia con riferimento allo specifico caso della carestia ucraina sia più in generale poiché identificando tutta la sinistra socialista cogli “eccessi dello stalinismo” le élite mirano a screditare ed emarginare tutte le forze politiche che potrebbero “minacciare il primato della proprietà privata e del libero mercato” (Ghodsee 20014, 117).

1.1. La storiografia “ortodossa”

Questo evento è definito senza riserve da uno dei maggiori esperti di genocidi, il francese Bernard Brunetau, da una vasta storiografia e da diversi Stati come “carestia-genocidio” (Bruneteau [2004] 2006, Kulchytsky 2008, Lemkin and Irvin-Erickson 2014). Ciò viene affermando molto spesso tacendo sulle precarie condizioni climatiche dell’epoca, ed enfatizzando (anche esagerando) il ruolo di requisizioni forzate e altre misure coercitive. Gli storici di questa corrente sostengono, spesso ma non sempre, anche la cosiddetta “tesi del doppio genocidio”, ossia postulano l'equivalenza morale tra violenza nazista (con vittime definite a partire da criteri razziali) e la repressione classista negli Stati socialisti.

La diffusione di tale teoria ha subito un’accelerazione all'inizio della crisi finanziaria globale del 2008, durante la quale in Europa si sono moltiplicate le commemorazioni delle vittime del socialismo reale. Per di più, il processo di istituzionalizzazione della memoria gli eventi del 1932/33 è stato largamente strumentalizzato da una parte dell’élite politica ucraina. Ciò vale soprattutto per certi leader nazionalisti, che l’hanno resa parte integrante dello sforzo di costruzione di un’identità nazionale a lungo sbiadita. Per di più, la sola idea che un evento catastrofico di quella portata possa essere imputata all’attività di un governo trova un buon numero di storici poco convinti.

1.2. Visioni alternative (la storiografia eterodossa)

Si consideri poi che per ritenere “provata” la tesi genocidaria bisognerebbe dimostrare sia l’intenzionalità (‘Stalin causò la carestia per uccidere milioni di persone?’) sia il “fattore ucraino” (‘fu la carestia motivata dall’odio per gli Ucraini?’), due caratteristiche che si vedrà essere state estranee agli eventi del 1932–’33. (Tauger 2006).

Difatti, dando risalto al contesto storico-politico ed ai fattori economici, la storiografia “eterodossa” ricerca altrove le vere cause della carestia ascrivendola alla scarsa produttività delle fattorie collettive o, senza ulteriori specificazioni, ai pessimi raccolti degli anni della collettivizzazione. Difatti, la produttività delle coltivazioni cerealicole in Europa orientale e nella Russia centrale è stata caratterizzata, sin da quando sono iniziate le rilevazioni statistiche, da precisi cicli congiunturali (rispettivamente di 5/6 anni e 4 anni). In virtù di ciò, ogni decade ha avuto la sua carestia od almeno una fase di grave inedia (Ajrapetov, 2017). Al contempo, altri sottolineano che a partire dal 1929 “la collettivizzazione fu perseguita senza remore” e che tra le cause della fame, vanno annoverate pure le uccisioni degli animali - da lavoro e da carne - volte ad evitarne la collettivizzazione (Cheng 2012).

Inoltre, sebbene le fattorie collettive fossero dotate di trattori e mietitrebbie va considerato anche lo stato di manutenzione di tali macchinari agricoli, la maggior parte dei quali era inutilizzabile. Si registrarono, infatti, situazioni paradossali come quella di alcune fattorie collettive nei pressi di Odessa ove di “30 trattori, 27 o 29 sono inutilizzabili” (Rot [1929] 2009). In questo senso, le vittime del 1932/33 sarebbero state un effetto collaterale e non necessariamente voluto della dekulakizzazione.

Continua sul prossimo numero

Saggio completo disponibile in formato pdf a questo link.

23/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Fabio Telarico

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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