Holodomor, la carestia ucraina del 1933: La tesi genocidaria

Quali sono gli argomenti degli storici ortodossi, antisovietici e anticomunisti, in favore della tesi dell’Holodomor quale genocidio compiuto da Stalin?


Holodomor, la carestia ucraina del 1933: La tesi genocidaria

Segue dalla seconda parte.

3. La tesi “genocidaria” degli storici ortodossi

La linea di fondo della teoria della “carestia-genocidio” porta a ritenere la “surmortalité”registrata in Ucraina nel 1932–’33 (Bruneteau [2004] 2006) - vale a dire l’eccesso di mortalità data dalla differenza tra la mortalità registrata e quella prevista - come l’effetto di un esplicito progetto di Stalin. Detto altrimenti, i circa tre milioni di morti causate dalla carestia sarebbero stati voluti dall’apparato del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e, in particolar modo, dal suo Segretario Generale per epurare l’Ucraina da quelli che la storiografia mainstream definisce (non è ben chiaro in base a quali criteri) “etnici ucraini” (si vedano, ad es., Bruneteau [2004] 2006 e Hajda, et al. 2019).

3.1. Origine e diffusione

Tale interpretazione comincia a consolidarsi già nel ventennio che va dal 1932 agli anni ’50 attraverso due principali vettori informativi.

Fonti italo-tedesche

Da un lato, e sin da subito, i rapporti dei consoli tedeschi ed italiani del 1933–’34 in cui si parla di “carestia ucraina”. La scarsa attendibilità di tali resoconti è confermata dal fatto che nella contemporanea corrispondenza diplomatica francese si parla di “grave ‘scarsità’, soprattutto durante il periodo di soudure (tra i due raccolti) non specificamente ucraina” (Lacroix-Riz, 2009).

Di fatto, bisogna assimilare suddetti rapporti al resto della propaganda diffusa da alcune legazioni straniere con sede a Leopoli in tutta la regione e destinata a ringalluzzire le forze pro-secessione. Stando a studi successivi le potenze maggiormente coinvolte in questa attività furono Germania, Polonia, Italia e Santa Sede (Ibid.).

Testimonianze degli émigré

A partire dalla seconda guerra mondiale il secondo vettore informativo è costituito dalle prime testimonianze degli ucraini fuggiti dall’URSS e definiti dalla storica Francese Lacroix-Riz degli antisemiti ed antibolscevici, collaborazionisti di primo piano sotto l'occupazione tedesca; emigrati negli Stati Uniti, in Canada o in Germania occidentale quando la Wehrmacht fu cacciata dall'Ucraina o dopo il maggio 1945 (Ibid.).

Di fatto, queste ultime voci furono bollate da molti come mistificazioni anti-sovietiche e non scandalizzarono più di tanto l’opinione pubblica. Un sensibile mutamento si ebbe, invece, dopo la dissoluzione dell’URSS (primo gennaio 1991) e la Rivoluzione arancione del 2004, in seguito alla quale la Repubblica Ucraina ha inoltrato all’ONU una bozza di risoluzione chiedendo che l’“Holodomor” fosse riconosciuta come genocidio ai sensi dell’apposita convenzione del 1951 (United Nations General Assembly 1951).

3.2. Indizi della “intenzionalità genocidaria”

Tra i fatti storici citati dai fautori della teoria genocidaria figurano una serie di provvedimenti mirati ad impedire ai contadini delle regioni sud-occidentali di lasciare le proprie terre natie (come l’istituzione del passaporto interno) e l’aumento delle requisizioni. Si tratterebbe, infatti, di circostanze più facilmente spiegabili con una intenzionalità genocidaria del governo sovietico che non seguendo alcuni dei ragionamenti di volta in volta proposti dagli storici eterodossi (che i genocidari chiamano “riduzionistici”).

Questa medesima intenzionalità trasparirebbe anche da una lunga lista di discorsi pubblici e conversazioni sia precedenti sia successivi alla carestia che sgombrerebbero il campo da ogni possibile fraintendimento. Ad esempio, negli scritti dello storico Michael Ellman è ricorrente una citazione di Stalin nella quale il vožd (“guida” o “capo”, termine semanticamente analogo a “Duce”, “Führer” o “Caudillo” utilizzato nella Russia sovietica per indicare il Segretario Generale del PCUS - Chlevnjuk, 2016) afferma che i bolscevichi avrebbero dovuto “rispondere ad alcuni kolchoz e qualche kolchoziano con un colpo da K.O.” (Ellman, 2006).

Altre volte si trovano riferimenti anche ad un breve scambio verbale, risalente a prima della carestia (inizio del novembre 1932) ed attribuita allo staliniano di ferro Lazar Moiseevič Kaganovič (1893–1991) dal čekista [1] Genrich Samojlovič Ljuškov (1900–1945). Questi fu incaricato di scortare una delegazione del Politburo nel Caucaso settentrionale e ricorda d’aver sentito Kaganovič affermare: “se alcuni kolchoziani muoiono stanno pagando per i propri errori” (Kuromiya, 2006). Ljuškov ha scritto nelle sue memorie che dopo aver portato all'attenzione del Georgiano quanta fame i contadini patissero in Ucraina, si sia sentito rispondere: “Cosa? Se muoiono di fame, è colpa loro. Non c'è bisogno di salvare quelli che muoiono. Invece, ciò che deve essere fatto è prima di tutto assicurarsi che i kolchoziani lavorino duro e comprendano il potere del governo [bolscevico]. Se due o trecento persone sono lasciate morire, sarà d’insegnamento agli altri” (Ivi)

Ad ogni modo, Ljuškov pubblicò queste osservazioni nel 1939 durante l’esilio in Manciukuò dopo aver disertato a favore dei giapponesi, quindi vanno prese cum grano salis. Tuttavia, un tono simile permea anche le dichiarazioni dei massimi quadri ucraini di allora incluso il leader del PC locale Stanislav Vikent'evič Kosior (1889–1939). Questi nel marzo del 1933 sentenziò: “la fame non ha ancora insegnato il buon senso a molti kolchoziani” (Ibid.). Inoltre, indicazioni che la diffidenza di Mosca verso gli ucraini sia atavica si trovano anche nelle memorie di Nikita Sergeevič Chruščëv (1894–1971), che scrisse di quanto Kaganovič “amasse dire che ogni ucraino è un potenziale nazionalista” (Chruščëv 1970).

Sarebbe poi risolutivo, secondo alcuni, il fatto che dopo la carestia, nel corso del XVII Congresso del PCUS (1934), Stalin abbia posto i delegati di fronte all’interrogativo “quale è il pericolo maggiore: il nazionalismo grande-russo o il nazionalismo locale?” per far poi seguitare a mo’ di risposta: “solo molto recentemente, la deviazione nazionalista ucraina non rappresentava il pericolo principale. Ma quando la lotta contro di essa cessò e le fu permesso di crescere a tal punto che si collegò con gli interventisti, questa deviazione divenne tale” (Stalin 1955). Gli interventisti (emigrati anti-sovietici e potenze straniere) la cui collusione coi nazionalisti ucraini è fonte di preoccupazione ancora nel ‘34. In una lettera dell'11 agosto 1932 Stalin enfatizzava il fattore polacco: “Badate che Piłsudski [all’epoca dittatore della Polonia, NdA] non sta sognando ad occhi aperti, i suoi agenti in Ucraina sono molto più forti di quanto credino Redens [capo del NKVD in Ucraina, NdA] o Kosior [Segretario del PC Ucraino, NdA]. Tenete presente anche che in seno al Partito Comunista ucraino (500.000 membri) vi è un numero non piccolo (sì, non piccolo!) di elementi marci, i Petliuriti e, infine, gli agenti di Piłsudski” (Khlevnyuk, 2001).

Se considerate congiuntamente e nel contesto delle misure coercitive succitate, stando alla tesi genocidaria queste frasi lascerebbero pochi dubbi e se ne dovrebbe dedurre quanto basta per corroborare l’ipotesi che dietro i provvedimenti (non) presi dal potere sovietico durante la carestia si nasconderebbe l’intenzione di aggravare la situazione degli ucraini anziché alleviarne le sofferenze.

3.2. Il “peccato originale” degli Ucraini

Il motivo per cui Stalin avrebbe voluto infliggere una tale sorte agli abitanti dell’Ucraina è individuato dagli storici della teoria genocidaria nel contesto politico interno del periodo interbellico.

Reale significato della korenizatsija

Segnatamente, l’attenzione è rivolta ad una politica adottata al XII congresso del PCUS (1923) – con Lenin in vita sebbene non presente – e definita korenizatsija (lett. “mettere radici”). Spesso vi si fa riferimento come politica di “nativizzazione” oppure “indigenizzazione” per sottolineare il legame con il topos della strategia leniniana che postula la possibilità di ciò che Stalin definì un discorso pubblico “nazionale nella forma ma socialista nel contenuto” (Stalin 1968). Si tratta, in pratica, di permettere ai quadri comunisti di comunicare con le masse contadine e di trasmettere il messaggio sovietico nelle lingue vernacolari.

La korenizatsija in Ucraina

L’Ucraina fu la Repubblica Sovietica che più s’avvantaggio della svolta del 1923 per dare il via ad una rinascita culturale definita da alcuni storici “de-russificazione” od “ucrainizzazione” (Kuromiya, 2006). Inizialmente l’ucrainizzazione fu limitata nelle alle aree rurali, ove viveva il grosso della popolazione ucrainofona; ma negli anni ‘30 se ne avvertirono distintamente gli effetti anche nei centri urbani. Nel giro di pochi anni, gli ucrainofoni divennero la maggioranza degli operai in tutti i settori. Il successo fu tale e così rapido che già nel 1930 i giornali e università abbandonarono il russo, che divenne nettamente minoritario, in favore di un ucraino nel frattempo depurato dai russismi.


Distribuzione degli etnici russi in Ucraina stando al censimento del 1930. Elaborazione dati DemoscopWeekly 2016.

La Korenizatsijae la teoria genocidaria

Secondo questa teoria della “carestia-genocidio”, Stalin e gli altri massimi dirigenti del PCUS ritennero che la situazione fosse fuori controllo ed imputarono il fallimento del piano quinquennale ai dirigenti locali. I quadri del PC ucraino sarebbero stati accusati d’essere più inclini a proteggere i propri compatrioti che a servire gli interessi superiori dell’URSS, ciononostante sia universalmente riconosciuto essi fossero in massima parte russofoni (Hajda, et al. 2019). La conseguenza di tale diffidenza è stata, secondo la storiografia ortodossa, l’avvio di una massiccia campagna di de-nazionalizzazione volta a fare dell’Ucraina una repubblica sovietica modello. La connotazione sanguinaria di tale campagna volta sia all’eliminazione dei sabotatori sia alla “distruzione dell’identità etnica ucraina” (Bruneteau [2004] 2006) sarebbe stata preannunciata dalla chiusura dei confini della RSFSR con l'Ucraina e il Caucaso settentrionale. Questa decisione e gli altri provvedimenti che impedirono la fuga dei contadini permetterebbero, assieme agli indizi suesposti, di affermare che la carestia fu artificialmente alimentata. D’altronde secondo alcune fonti risulterebbe che nonostante la carestia nel 1933 l’URSS esportò 1,8 milioni di tonnellate di grano (Naimark 2010, 75).

Continua sul prossimo numero


Note

[1] Tra il 1920 ed il 1922, Čeka fu il nome del corpo di polizia affidato da Lenin a Feliks Ėdmundovič Dzeržinskij (1877–1926) per combattere i nemici dell’URSS. I suoi membri erano detti “čekisti”, termine conservatosi nell’uso, nonostante la riorganizzazione della Čeka in GPU, NKVD, MGB e KGB, ed ancora in uso

09/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Fabio Telarico

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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