I Longobardi, un popolo che cambia la storia

Fino al 3 dicembre il Castello Visconteo di Pavia ospita una mostra che poi andrà a Napoli al Museo Archeologico nazionale e in Russia all’Ermitage di San Pietroburgo.


I Longobardi, un popolo che cambia la storia Credits: rivistasitiunesco.it

PAVIA. Nell’autunno Pavia torna capitale del “Regnum Langobardorum” con una mostra che illustra i momenti cruciali della saga Longobarda. Dopo 2 anni di lavoro preparatorio è visitabile presso le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia fino al 3 dicembre 2017 una mostra davvero importante: Longobardi, un popolo che cambia la Storia, una mostra-evento, tra novità e capolavori, che si propone come punto di arrivo di oltre 15 anni di nuove indagini archeologiche, epigrafiche e storico-politiche su siti e necropoli altomedievali in Italia, frutto del rinnovato interesse per un periodo cruciale della storia Italiana ed europea, al crocevia della civilizzazione latina mediterranea e bizantina con quella “barbarica” e guerriera dei popoli del Nord Europa. Sono 32 i siti e centri longobardi rappresentati, 80 i prestiti museali, 58 i corredi funebri esposti illustrati puntualmente in 17 video originali e installazioni multimediali. Oltre 50 gli studiosi coinvolti nelle ricerche e nel catalogo edito da Skira. La mostra sarà riproposta dal 15 dicembre 2017 fino al 25 marzo 2018 al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dall’aprile al giugno 2018 al Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo. È Paolo Diacono – ossia Paolo Varnefrido – di etnia longobarda, monaco cristiano, poeta e storico – nato a Cividale del Friuli intorno al 720 d. C. e cresciuto alla corte longobarda di Pavia, a consegnarci la saga della sua gens nella Historia Langobardorum, un’opera fondamentale per la conoscenza di quei secoli scritta nello stile latino monastico, ma passionalmente longobarda nei contenuti. I sei libri dell’epopea dei Duchi e Re Longobardi, scritti durante la permanenza di Paolo Diacono presso l’Abbazia di Montecassino, descrivono anche l'intreccio dei rapporti fra Longobardi, Franchi, Bizantini e Papato. Sempre Paolo Diacono ci fornisce anche l'etimologia dell'etnonimo "Longobardi" da Langbärte in antico germanico, latinizzato in Langobardi: “Furono chiamati così (... )per la lunghezza della barba mai toccata dal rasoio. Infatti nella loro lingua lang significa lunga e bart barba”. Un’affermazione confermata dall’acconciatura tradizionale dei guerrieri longobardi legata al primitivo culto del dio Odino.

Dopo la prima discesa intorno al II secolo dalla Scania, territorio meridionale della Scandinavia di cui erano originari, i Longobardi attraverso il basso corso dell'Elba intorno al IV secolo si infiltrarono nelle regioni del medio corso del Danubio e grazie a un’alleanza dei loro re Vacone e Audoino con l’Imperatore Giustiniano e i Franchi nel V secolo si insediarono in Pannonia – corrispondente all’attuale Ungheria – dove consolidarono le proprie strutture politiche e sociali, configurandosi sempre più come un popolo dove gli arimanni, maschi adulti liberi in grado di portare le armi, erano guidati da un'aristocrazia di cavalieri e da un re guerriero eletto dall’ “Assemblea delle lance” – Gairethinx. La base della piramide sociale era rappresentata dai servi, a cui erano commessi i lavori di pastorizia e agricoltura, e dagli aldii, dotati di una certa autonomia in ambito economico, ma anch’essi non del tutto liberi. Durante la discesa attraverso l’Europa, il popolo era suddiviso in varie fare, raggruppamenti familiari con funzioni militari e si era già in parte convertito al Cristianesimo Ariano e inoltre aveva inglobato elementi etnici di varia origine, per la massima parte germanici, spesso frammenti di popoli incontrati durante gli spostamenti, soprattutto attraverso l'inserimento di nuovi guerrieri precedentemente schiavi poi affrancati provenienti da Gepidi, Unni, Sarmati, Sassoni, Svevi e perfino Romani del Norico e della Pannonia. Ormai entrati in contatto con il mondo mediterraneo e dopo alterne vicende che li videro alleati o contrapposti ai Gepidi e agli Avari – di ceppo turco – ai Bizantini e ai Franchi, subito dopo le devastazioni delle Guerra Gotica nel 568 d.C i Longobardi guidati da Re Alboino varcarono le Alpi Giulie, discesero lungo la valle dell’Isonzo e sconfitta la debole resistenza Bizantina dilagarono nella penisola. Presto caddero nelle loro mani Aquileia, Vicenza, Verona, Brescia e quasi tutte le altre città dell'Italia nordorientale.. Nel settembre 569 aprirono le porte agli invasori Milano e Lucca e solo nel 572, dopo tre anni di assedio, cadde anche Pavia

Prese le maggiori città i Longobardi insediarono in Italia un regno indipendente articolato in numerosi ducati – primo fra tutti nel 569 quello di Cividale del Friuli – contesti che godevano di una marcata autonomia rispetto al potere centrale. Per sé i sovrani Longobardi scelsero come capitale Pavia, come già avevano fatto gli Ostrogoti con Re Teodorico nel 493 d.C. La Langobardia Maior comprendeva l'Italia settentrionale e il Ducato di Tuscia, mentre a sud dei territori del Papato – che vennero rispettati – si stendeva la Langobardia Minor con i ducati di Spoleto e Benevento. Grandi sovrani come Autari, Agilulfo (VI secolo), Rotari, Grimoaldo (VII secolo), Liutprando, Astolfo e Desiderio (VIII secolo) estesero progressivamente l'autorità reale e la coesione interna del regno, mentre figure quali il monaco Irlandese San Colombano di Bobbio e la regina Teodolinda – principessa dei Bavari data in sposa prima ad Autari e poi ad Agilulfo ed entrata in rapporto con Papa Gregorio I Magno – si prodigarono per la conversione dei Longobardi dall’Arianesimo al Cattolicesimo del Credo Niceno. In questo modo, accanto ai Romanici italici – ossia l'eterogeneo insieme di popolazioni soggette, in un regno latino-germanico, alla classe dominante germanica – i Longobardi ormai integrati nella società italica divennero, almeno nominalmente, cattolici sul finire del regno di Cuniperto, morto nel 700. e poi dei successori – soprattutto Liutprando – e fecero sempre più coscientemente leva sull'unità religiosa cattolica di Longobardi e Romanici per ribadire il loro ruolo di rex totius Italiae.

I tratti salienti della civilizzazione Longobarda in Italia si possono cogliere nelle nuove gerarchie sociali, nello stile delle sepolture, nei nomi dei luoghi, nella monetazione, nell’arte, nell’architettura, nella legislazione e nelle istituzioni, che hanno marcato una rimodellazione profonda dell’uso del territorio. Nuovi Istituti giuridici a partire dalle Cawarfidae – termine germanico latinizzato che indica le norme tramandate oralmente che regolamentavano la vita giuridica e il diritto privato dei longobardi – si coagularono nell’Editto di Re Rotari del 643, dove vennero armonizzate e coniugate con la tradizione giuridica romana codificata dall'imperatore Giustiniano, e nell’iniziativa legislativa del grande Re Liutprando che promulgò le Liutprandi Leges. Il Regno longobardo, giunto nella prima metà dell’VIII secolo sotto il Re Liutprando ad acquisire il controllo dell’intera penisola e a rappresentare una potenza di rilievo europeo si scontrò a un certo punto con l’opposizione del Papato, restio a essere sottoposto a una monarchia nominalmente “barbarica”, ma di fatto cristiana cattolica: il Papa chiese allora l’appoggio dei Franchi, che dominavano a nord la scena europea. Così il Regno Longobardo cessò di essere un organismo autonomo nel 774, a seguito della sconfitta subita da re longobardo Desiderio – che aveva dato anche una figlia in sposa a Carlo Magno – proprio a opera dei Franchi guidati da Carlo Magno. Ma l’eredità longobarda non andò persa, Carlo si fece chiamare da allora Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum, realizzando un'unione personale dei due regni, mantenendo le Leges Langobardorum ma riorganizzando il regno sul modello franco, con Conti al posto dei Duchi

La mostra pavese, apportando i risultati più recenti della ricerca svolta nell’ultimo decennio, si pone nel solco delle quattro grandi mostre di Milano, Cividale-Passariano, Brescia, Torino e delle iniziative regionali e locali – Calabria, Collegno (TO), Montichiari (BS) – che hanno illustrato negli ultimi quaranta anni i diversi aspetti della fase storica longobarda.

L’istituzione nel 2011 del sito seriale Unesco dell’Italia Langobardorum che ricomprende le località di Cividale del Friuli, Brescia, Castelseprio-Torba, Spoleto, Campello sul Clitunno, Benevento, Monte Sant’Angelo, ma non Pavia – ha incoronato anche presso il grande pubblico la rilevanza dell’eredità di epoca longobarda come tratto caratterizzante dell’identità storica italiana.

Sezione 1 Rapporti fra Goti, Franchi e Longobardi a nord delle Alpi e in Pannonia a cura di Caterina Giostra

Viene esposto per l’occasione per la prima volta il nucleo della necropoli longobarda di Collegno (TO), con due inumati che presentano la deformazione intenzionale del cranio ottenuta con la fasciatura, una pratica tipica delle culture barbariche. Le sepolture longobarde e i corredi funebri evidenziano quasi solo fibule, perline, gioielli e soprattutto armi, lance e spade come quella con impugnatura a decorazioni auree dalla Tomba 1 di Nocera Umbra, oggetti che rappresentano l'essenza della creazione artistica di un popolo ancora nomade e guerriero. Molto suggestiva la sepoltura dalla necropoli di Pogliano Veronese con gli scheletri del cavaliere inumato accanto al suo cavallo e ai due cani. Più tardi compaiono bronzetti con figurine, pendenti e cinture elaborati e le caratteristiche lamine d’oro, spesso in forma di croci, e collane, come nella tomba 21 di Szolad in Ungheria, datata alla metà del VI sec. Con i Franchi d’Oltralpe i rapporti diplomatici sono intensi, specie attraverso la Val di Susa e non mancano alleanze matrimoniali fra i membri della corte longobarda e principesse del regno merovingio. Con l’espansione Franca, gruppi di Alamanni si rifugiano in Italia, come gli individui trovati nelle tombe di Alcagnano. Donne e famiglie dall’ambito merovingio si muovono verso i territori di frontiera come aree del Piemonte, dove compaiono reperti di produzione transalpina; fervore religioso e interessi economici portano alla fondazione di monasteri come quello di Novalesa e alla circolazione di preziosi e raffinati reliquiari: se ne espongono due dal Museo di Susa.

Sezione 2 Verso l'aldilà: la cultura tradizionale dei Longobardi a cura di Caterina Giostra

Sono illustrati i grandi sepolcreti in campo aperto e soprattutto i tratti più tipici della cultura tradizionale dei Longobardi al loro arrivo in Italia, attraverso i contesti funerari che evidenziano il loro stadio culturale e religioso ancora legato a valori pagani e guerrieri, come testimoniano le armi, il sacrificio del cavallo, le offerte alimentari e i decori animalistici astratti e scomposti. Anche l’organizzazione sociale traspare dall’analisi degli spazi della morte: clan familiari allargati si insediano nel territorio costituendo le “fare” citate dalle fonti scritte sui Longobardi. La vita delle fare si celebra fra tradizioni militari e banchetti, come dimostrano gli eleganti bicchieri, cioè i bellissimi corni potòri in vetro da Cividale e Castel Trosino e la spada longobarda simbolo della mostra.

Sezione 3 Città, castelli e campagne in un’economia frammentata a cura di Gian Pietro Brogiolo

Lo stanziamento dei Longobardi ridisegna la gerarchia delle città e dei castelli: alcune città, come Padova e quelle della Liguria, perdono il loro ruolo, altre come Cividale del Friuli, Spoleto e Benevento crescono di importanza come capitali di ducati regionali. Alcuni castelli come nuovi centri di distretto divengono civitates, come Monselice che sostituisce la città romana di Este, o Sirmione e Castelseprio.

Le campagne si trasformano in un nuovo quadro ambientale a seguito dei cambiamenti climatici della fine del VI secolo e con un’economia che integra coltivazioni, allevamento e sfruttamento dell’incolto. Si conserva una cultura monetaria trimetallica, con poco argento e bronzo limitato a emissioni private locali. legata ai singoli ducati e che solo alla fine del VII sperimenta coniazioni nazionali.

Le Monete a cura di Ermanno A. Arslan

Al loro arrivo in Italia la moneta ha per i Longobardi molteplici valori: mezzo di scambio, simbolo di ricchezza e prestigio, da sfoggiare come gioiello inserito in collane, spille e anelli, oppure con funzione di amuleto. Con la stabilizzazione politica ed economica del regno, nei territori sotto il controllo longobardo la circolazione monetaria è solo longobarda, distinta da quella bizantina. Ogni ducato ha emissioni indipendenti. Le monete sono nei tre metalli, oro, argento e rame, anche se quelle in rame sembrano esaurirsi. Vengono coniati Tremissi in oro (Terzi di Solido, di gr. 1,5), con pochi Solidi (di gr. 4,5 ca.) solo nei primi tempi. Dalla presunta delega imperiale deriva la riproduzione sul verso diritto della moneta dell’effige – simbolica – e del nome dell’imperatore in carica; sul rovescio si trova la Vittoria portatrice di ghirlanda e di croce sul globo. Alla metà del VII secolo si registrano tentativi di emissione “nazionale”, anche con monogramma regio (Grimoaldo I). L’obiettivo è raggiunto con Cunincpert (688-700): sul diritto delle sue monete, di peso pieno (gr.1,5) e di ottimo oro, è collocato il suo nome come Rex, aggiornato con i suoi successori, sul rovescio è posta l’immagine del Santo nazionale, l’arcangelo Michele. La Tuscia ha una tradizione monetaria autonoma: i Tremissi recano il monogramma della città (Lucca). Essi evolvono negli “stellati”, dal simbolo centrale, che con il re Desiderio vengono emessi in numerose zecche e verranno ereditati anche da Carlo Magno, prima dell’imposizione del sistema monometallico argenteo.

Sezione 4 Culto e potere: dalla Gens al Regno cristiano: cattolici e ariani a cura di Gian Pietro Brogiolo

L’adesione dei Longobardi all’Arianesimo, alla vigilia dell’invasione, fu forse dettata dal desiderio di ottenere l’appoggio dei Goti sconfitti. Le famiglie longobarde erano divise tra chi, come la regina Teodolinda, i suoi ascendenti Bavari e i suoi discendenti, aderiva al Cattolicesimo e cercava di diffonderlo con l’appoggio del papa e chi – volendo mantenere le consuetudini guerriere, si mantenne ariano, talora con violenza, come il re Ariolado negli anni ’30 e l’usurpatore Alahis negli anni ’80 del VII secolo. Secondo Paolo Diacono, al tempo del re Rotari (636-652) in quasi tutte le città vi era un vescovo ariano ma dei luoghi di culto di quella confessione conosciamo per ora soltanto la chiesa di Sant’Eusebio di Pavia. Tutte furono infatti riconsacrate, spesso con nuove intitolazioni e con nuovi arredi liturgici, dei quali la mostra presenta un’approfondita rassegna.

Pavia capitale longobarda a cura di Saverio Lomartire

Pavia città militarmente e strategicamente importante per le sue forti difese, fu scelta insieme a Verona quale residenza stabile dei re longobardi dopo la tenace resistenza che essa aveva opposto all’assedio di re Alboino. Già nel momento della caduta dell’Impero d’Occidente nel 476 d.C., a Pavia era stato eletto il primo re d’Italia Odoacre, generale Sciro o Unno, che divenne re degli Eruli e patrizio dei Romani, con titolo conferitogli dal Senato; in seguito, in età ostrogota, Teodorico vi aveva costruito un magnifico Palazzo, aveva riparato le terme di epoca romana insieme con le mura e l’anfiteatro. E a Pavia risiederanno, nel corso delle fasi cruciali della guerra gotico-bizantina, i re ostrogoti, fino all’ultimo, Teia.

Sotto i primi re longobardi, fino ad Agilulfo e al figlio di lui e Teodolinda, Adaloaldo, la città sarà tuttavia solo una delle residenze regie, e ad essa verranno inizialmente preferite Verona (Alboino e Autari), Milano e Monza (Agilulfo, Teodolinda e Adaloaldo). Solo nella prima metà del VII secolo, dal tempo di Arioaldo e di Rotari, Pavia diventerà la sede stabile della monarchia longobarda. Per tutto il corso del VII e dell’VIII secolo, Pavia beneficerà dell’attività costruttiva promossa dai Re Longobardi e da rappresentanti delle élites di potere con la costruzione di una ventina di edifici religiosi – cripte, chiese e monasteri – a cui va aggiunta la reggia voluta da Liutprando a Corteolona: di queste fondazioni longobarde – visitabili in città e negli immediati dintorni in occasione della Mostra Longobardi – ci restano le vestigia all’interno dei rifacimenti romanici di tali chiese e una serie di importanti frammenti scultorei riccamente decorati e di iscrizioni funerarie di personaggi illustri. Taluni di quegli edifici furono anche adibiti a Mausolei dinastici, come quello istituito da Ariperto I nel VII secolo a San Salvatore, fuori dalle mura, e che avrebbe ospitato i sepolcri praticamente di tutti i sovrani longobardi della dinastia Bavarese. Proprio le tombe dei re Longobardi a Pavia hanno avuto un ruolo probabilmente decisivo nella conservazione della memoria della città capitale anche dopo la conquista del regno da parte di Carlo Magno e ancor più nella tarda età carolingia e ottoniana, quando la città recupererà il suo ruolo di luogo privilegiato per le incoronazioni dei Re d’Italia. Sono esposti nella Mostra, provenienti dalla sezione Longobarda dei Musei Civici sempre ubicata al Castello Visconteo i due plutei di Santa Maria Teodote, le oreficerie, le epigrafi funerarie di illustri personaggi pavesi (sovrani, nobili e badesse).

In Pavia sono visitabili la Cripta longobarda di Sant'Eusebio, La Chiesa di San Giovanni Domnarum e l’ex Monastero di San Felice; imprescindibile la visita della Basilica di San Michele Maggiore, fondata originariamente come Cappella Palatina longobarda e in seguito luogo solenne di incoronazione regale per i sovrani italici. La Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro è dal medioevo la chiesa più famosa di Pavia, perché custodisce le spoglie di Sant'Agostino traslate a Pavia dal re longobardo Liutprando, che all’interno della stessa basilica volle farsi tumulare, accanto al padre Ansprando. Qui si trova anche il sacello già citato da Dante e Petrarca con le spoglie del filosofo Severino Boezio (475-525), martire e Padre della Chiesa.

Sezione 5 La scrittura. Sculture ed epigrafi a cura di Saverio Lomartire

La mostra valorizza i pezzi di scultura dai musei pavesi accanto ad altri preziosi frammenti di provenienza italiana. Era stato il marchese Luigi Malaspina munifico fondatore dei musei pavesi, a salvare dall’oblio e incipiente distruzione alcune lapidi tombali di re e regine longobarde tumulate in chiese sconsacrate e soppresse in età giuseppina. Sotto il portico della sua residenza pavese, il nobile aveva allestito un’ampia raccolta epigrafica di varie età, tra cui l’epitaffio ritmico che celebra Cuningpert, “re prospero e prestante che l’Italia piange”, acquistato entro il 1819 e proveniente dal monastero di San Salvatore dove – come recita l’epitaffio – “quiescunt in ordine reges”. La raccolta dei musei pavesi si arricchì nel tempo in particolare con l’Iscrizione funebre di Teodote e con i due lati lunghi e quello corto del sarcofago a cassa della giovinetta concupita e violata dal re Cunicpert, cioè i celebri Plutei con i draghi, con i pavoni e con l’agnello. Un ricco patrimonio di sculture e iscrizioni di età altomedievale è spesso tutto ciò che resta di edifici scomparsi o profondamente modificati. Il ruolo della scultura in quest’epoca è intimamente connesso all’architettura, specialmente in ambito religioso sostanziandosi nell’apparato liturgico di altari o recinzioni presbiteriali, pergulae, cibori. Il repertorio perpetua temi e schemi compositivi di origine tardoantica, ma l’elemento decorativo – spesso motivi geometrici astratti, volute vegetali o nastri intrecciati – che inizialmente si limita a incorniciature o riempire – come nel timpano frammentario in mostra proveniente da Cividale del Friuli – si espande nel VIII secolo fino ad occupare l’intera superficie. Questo processo agli inizi (VI-VII secolo) è talora solo accennato, come nel pluteo da San Giovanni di Castelseprio, per acquistare via via, soprattutto nelmVIII secolo, marcati caratteri di accentuazione volumetrica, sempre risolti però su un piano sostanzialmente bidimensionale con la ricchezza decorativa e la modulazione del rilievo: esempi significativi in mostra sono i plutei provenienti da Modena, da Lucca, da Polegge, che si integrano a quelli pavesi, spesso anche tramite interventi di finitura pittorica o in materiali complementari di diversa natura come paste colorate o vetri. Bellissima anche la lastra in marmo di ambone con pavone dalla basilica di San Salvatore a Brescia, del 760 circa. L’epigrafia da parte sua ha un ruolo fondamentale nella definizione dello spazio e delle sue funzioni. Oltre a uno scopo monumentale – ad esempio nell’Aula Palatina di Salerno, da cui provengono alcuni frammenti, nel caso di epigrafi funerarie essa ci trasmette testi quasi sempre poetici che sono il frutto di una meditazione, anche se scolastica, sui testi e sulla versificazione dell’Antichità, che potrebbero erroneamente sembrare incompatibili con l’idea di “età barbarica”. L’eredità dell’epigrafia romana doveva essere ancora ben visibile. Le élites laiche ed ecclesiastiche del regno commissionarono iscrizioni commemorative e funerarie e a esse affidarono la celebrazione del loro evergetismo religioso e della propria identità sociale, a perpetua memoria della comunità. Lo straordinario nucleo di epigrafi pavesi, con iscrizioni ritmiche in lettere maiuscole di esecuzione ricercata, vede spesso la stretta associazione con l’ornamentazione scolpita; bordure ad alveoli potevano accogliere vetri e altri materiali colorati a impreziosirne l’aspetto. Esempi significativi sono l’epigrafe dedicatoria a Liutprando dall’Abbazia di San Colombano a Bobbio, gli epitaffi del Vescovo Gausoald di Como, quello della enigmatica regina Raginthruda, da Santa Maria in Pertica a Pavia. Un’eredità che si trasmetterà in parte anche all’epoca carolingia, che tenderà invece ad un recupero del canone epigrafico classico.

Sezione 6 L’Italia nell’Europa dell'Impero Carolingio e i codici manoscritti a cura di Carlo Bertelli

Nel mondo longobardo la cultura orale fu perpetuata molto a lungo. Solo in Italia venne acquisita la scrittura, pur passando inizialmente attraverso un valore simbolico e magico-apotropaico. L’attività scrittoria divenne parte integrante del governo e dell’amministrazione; anche le norme consuetudinarie vennero fissate nelle leggi scritte, a partire dall’editto di Rotari del 643, di cui è in mostra la copia di uno dei pochi esemplari esistenti di codice membranaceo, insieme a un codex legum Longobardorum di 162 fogli con miniatura di Rachis Rex e Rotari Rex proveniente dalla Biblioteca Nacional de Espagna; in ambito privato, testamenti e atti fissavano eredità e transazioni di proprietà; testi di carattere commemorativo fiorirono nell’epigrafia e nell’agiografia. I manoscritti attestano a quest’epoca il passaggio dal papiro alla pergamena. La miniatura in età longobarda conobbe, soprattutto all'interno dei monasteri, un particolare sviluppo, tanto che è definita Scuola Longobarda o "franco-longobarda" una peculiare tradizione decorativistica. Questa espressione artistica raggiunge la più alta espressione nei codici redatti nei monasteri dalla seconda metà del VIII sec., mentre nel Ducato di Benevento la Scuola beneventana sviluppò caratteri propri, visibili anche in varie opere pittoriche dell'epoca. Testimoniano una notevole maestria calligrafica, la varietà dei caratteri di scrittura usati, sempre più corsivi e di più rapida esecuzione e l’eterogeneità delle opere classiche copiate. Gli scriptoria delle scuole del clero e delle cattedrali realizzavano i propri manoscritti liturgici e biblici. La visione dell’arte nella religione stava rapidamente cambiando. Poco dopo il 722, a Pavia, in occasione della traslazione del corpo di sant’Agostino, un gruppo di vescovi che si professavano “ortodossi” faceva dipingere su un dittico eburneo del V secolo le icone dei santi e la Resurrezione di Lazzaro. Centri di scrittura molto attivi in tarda età Longobarda e fino al IX secolo furono Bobbio, Vercelli, Monza, Verona, Nonantola. Nei monasteri di Montecassino e di San Vincenzo al Volturno fu perfezionata la scrittura cosiddetta beneventana; una significativa invenzione della Langobardia minor fu la produzione di rotoli illustrati con la trascrizione dell’inno pasquale Exultet.

Sezione 7 Longobardia meridionale: la terra delle capitali. Benevento, Salerno e Capua

a cura di Federico Marazzi

La conquista dell’Italia da parte di Carlo Magno si arresta lungo la linea che unisce l’Adriatico al Tirreno attraverso i fiumi Liri e Trigno. A sud rimane autonomo il ducato di Benevento, elevato da Arechi II nel 774 al rango di principato, che occupa tutto il Meridione continentale, ad eccezione delle enclave costiere di Gaeta e Napoli, del Salento e della Calabria, rimaste in mano ai Bizantini. In queste regioni la presenza longobarda si protrarrà sino alla metà dell’XI secolo, producendo esperienze originali d’incontro con le culture greca e arabo- islamica da un lato e con quella del mondo franco-tedesco. È proprio in questi secoli che si forma l’identità peculiare del Meridione, in bilico fra Europa e Mediterraneo, i cui esiti finali saranno rappresentati dall’eredità di tradizioni espresse nell’età dei Normanni e degli Svevi. Città come Salerno e Capua assunsero a loro volta, nel corso del IX secolo, il ruolo di capitali quando si distaccarono da Benevento formando stati autonomi. È proprio in queste regioni che rimane la densità più alta di testimonianze artistiche e monumentali riconducibili all’eredità longobarda. Importanti reperti di architetture, arredi liturgici, epigrafi o ancora gioielli testimoniano la cultura tardo longobarda mostrando anche le contaminazioni con stilemi d’origine arabo-bizantina.

Sezione 8 Longobardia meridionale: la terra dei monasteri. Montecassino, S. Vincenzo al Volturno, S. Sofia di Benevento a cura di Federico Marazzi

Con l’adesione al cattolicesimo completata nei decenni finali del VII secolo, prende avvio in tutti i territori longobardi una fioritura di nuove fondazioni religiose promosse da sovrani e aristocratici del regno. Anche il ducato di Benevento partecipa di questo movimento e nelle sue aree più settentrionali, produce la nascita di due monasteri destinati ad un destino di grande importanza: Montecassino e San Vincenzo al Volturno. Questi due monasteri nell’VIII secolo ottengono la protezione di Carlo Magno, e costituiranno altrettanti punti di contatto fra le aree dell’Italia conquistate dai Franchi e quelle meridionali rimaste ai Longobardi e rappresentarono luoghi di produzione artistica e culturale di altissimo livello. La riscoperta di San Vincenzo al Volturno, avvenuta attraverso gli scavi archeologici, ha rivelato meglio che in qualsiasi altro sito europeo il volto di un grande monastero dell’età carolingia.


Riferimenti:

http://www.mostralongobardi.it/site/home/pavia-longobarda.html

Sito UNESCO http://www.longobardinitalia.it/

http://www.italialangobardorum.it/eng/sito/

https://it.wikipedia.org/wiki/Longobardi_in_Italia:_i_luoghi_del_potere

Tour virtuale dei luoghi Longobardi a Pavia longobardi.vivipavia.it

18/11/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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