Il museo Giacometti a Montparnasse

Un luogo per riflettere grazie all’opera di un grande scultore del Novecento europeo.


Il museo Giacometti a Montparnasse

PARIGI. Fu vicino alle problematiche esistenzialistiche e della sua pittura è stato un attento critico Sartre, quando colse i riferimenti all'inaccessibilità degli oggetti e delle distanze esistenti tra gli uomini interpretati nelle opere di Alberto Giacometti, scultore, pittore e incisore svizzero. Nato nel 1901 e morto nel 1966, utilizzò lo strumento stilistico per tradurre in immagini le apparenze della realtà visibile e per esprimere la trama di relazioni degli oggetti fra loro e con loro nello spazio che tutto circonda. Nelle sue sculture grumi di materia che appaiono informi si coagulano lungo linee di forza. La famosa scultura bronzea “L'Homme Qui Marche” del 1960 ha detenuto per decenni il record per il prezzo di acquisto di un'opera d'arte (non quadro): più di 100 milioni di dollari USA. Nel maggio 2015 un'altra sua scultura bronzea, “L'Homme au doigt” realizzata nel 1947, è stata venduta da Christie's a New York per 141 milioni di dollari, il nuovo record per una scultura.

A Parigi è stato aperto uno spazio per mostre e ricerca, con un concetto innovativo: prendere il tempo che è necessario per una scoperta sensibile e fertile. Qui a Montparnasse c’erano le avanguardie dell’arte e questa era la roccaforte di Alberto Giacometti. Dal 1922, da quando aveva 21 anni, il pittore e scultore svizzero ha vissuto, vagato, lavorato da queste parti per oltre quarant'anni. Non è tradizionale museo né galleria: questo posto vuole rivelare i tanti aspetti ancora sconosciuti dell'artista, anche con opere inedite. Si riesce a esplorare, in buone condizioni, la modernità che ha abitato in questo quartiere parigino per molti anni. Lo spazio di 350 metri quadrati è stato progettato dall'architetto Pascal Grasso e si trova in rue Victor Shœlcher 5. Siamo a pochi minuti da rue Hyppolite Maindron, dove Giacometti visse. Qui si trovano tesori d’arte recuperati dall'oblio: lo studio dell’artista ricostruito in ogni particolare dettaglio, un cofanetto grafico con disegni e incisioni, la sua biblioteca personale e tre sale per mostre temporanee. Così si possono ammirare sculture e oggetti che popolavano la vita quotidiana di Giacometti nella sua “tana” di 23 metri quadrati. Ci si imbatte nei suoi mobili di base, in innumerevoli pennelli e coltelli e oggetti di uso quotidiano, le pareti del suo studio imbrattato di colore, scaffali e pavimento pieni di disegni, appunti e schizzi, incisioni a coltello in gesso, un tesoro sfuggito alla distruzione grazie alla vedova dell’artista. All'inizio degli anni '70, Annette Giacometti aveva tutto da smontare e impacchettare per preservare la memoria e trasmettere, in un futuro incerto, l'atmosfera e l'energia di suo marito. L'abilità tecnica di chi ha reso possibile questa fedele ricostruzione emoziona. Qui il pubblico può vedere per la prima volt bronzi, sculture in gesso fragili, opere incomplete, come le ultime teste a cui Giacometti stava ancora lavorando nel 1966, pochi giorni prima di morire.

Né museo né galleria e nemmeno un santuario. Qui si vuole motivare la conoscenza e la ricerca sull'artista e sul suo tempo, le sue amicizie, le sue domande, le sue complessità. Il laboratorio di Alberto Giacometti visto da Jean Genet (con la mostra inaugurale fino al 16 settembre) disegna i legami amichevoli, poetici e intellettuali che unirono i due uomini, studia la loro visione della solitudine, del confino e della volontà di staccarsi dal mondo per mantenere la densità e la freschezza della loro ispirazione. In autunno con le opere di Annette Messager si evidenzierà quanto gli artisti contemporanei osservano l’opera di Giacometti, recuperando una modernità senza tempo che parla a tutti, in ogni momento.

La creazione dell'istituto a Parigi risponde così al doppio bisogno di risituare questo grande artista del ventesimo secolo nel contesto del suo tempo e di comunicare la conoscenza alle giovani generazioni. Erede di tutte le opere del maestro e della moglie, la Fondazione Giacometti ha circa 300 sculture, 88 dipinti, 2.000 disegni, 1.000 stampe, oltre 2.000 fotografie e innumerevoli documenti d'archivio. L'acquisizione del sito che ospita l'istituto è stata realizzata grazie all'asta di un dipinto (per 8,8 milioni di euro nel 2015) che Joan Miró aveva offerto alla coppia nel 1954. L'istituto incoraggia i dilettanti e gli specialisti ad accedere agli archivi di grandi dimensioni, precedentemente non sfruttati, tra cui la corrispondenza di famiglia, le lettere ad André Breton o ai modelli dell'artista.

La Fondazione assegna borse di studio, dirige la Scuola di Modernità con una serie di conferenze e un programma di pubblicazioni accademiche, mirate ad approfondire, registrare e motivare lo scambio per la conoscenza del periodo 1910-1960.

11/08/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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