“Le città invisibili”: in scena l’arte di Italo Calvino

Omaggio al grande scrittore partigiano. Le descrizioni oniriche e magiche di città fatte da Marco Polo a Kublai Kan che sfociano nel racconto filosofico e nello stereotipo del narrare in senso fantastico-allegorico


“Le città invisibili”: in scena l’arte di Italo Calvino Credits: http://www.educational.rai.it

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. [1]

La magia della parole che soffiano sulle nostre anime. Impossibile dar conto dell’eredità di Italo Calvino in poche righe, impossibile restituire in un articolo la dimensione di uno scrittore di talento con l’onore di aver portato il romanzo in territori dove non si era mai spinto. A iosa e in una ridda di emozioni.

Sul palcoscenico del Teatro Uno di Roma le “Le città invisibili” di Italo Calvino. La pièceteatrale - diretta da Ivan Vincenzo Cozzi e andata in scena fino allo scorso 16 ottobre – riprende il “viaggio” tra 15 delle città del romanzo dell’autore. Sotto l’egida possente della cripta della Scala Santa prende vita la corte di Kublai Khan: un viaggio fantastico al cospetto del sovrano tartaro, alla scoperta dei luoghi, reali e immaginari, i quali compongono il suo grande impero. 

Il romanzo: la letteratura come gioco combinatorio. Il romanzo, edito da Einaudi editore e pubblicato nel 1972, riprende la tradizione letteraria della “scrittura combinatoria” che Calvino apprende magistralmente a Parigi da Queneau e il gruppo di letterati dell'Oulipo e nel quale l’universo linguistico soppianta la realtà e gioca artificialmente con le possibili combinazioni delle parole. Il confronto, nel romanzo si esplica in primis, tra letteratura e realtà, e tra la descrizione di città ipotetiche costruite ad hoc da fantasia e linguaggio con la consapevolezza che esiste una società e un ‘inferno’ che bisogna conoscere.

Esegesi dell’opera. Il punto di snodo di ogni capitolo è il dialogo tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan, il quale domanda l’esploratore sulle città del suo immenso impero.

Marco Polo tratteggia città reali o immaginarie che colpiscono sempre più il Gran Khan. Tutte le città che fanno da cornice all’opera hanno nomi di donna, nomi strani, antichi o esotici, e le loro descrizioni si dividono in undici gruppi di cinque città, che definiscono il punto di vista dal quale è raccontata la città: Le città e la memoria, Le città e il desiderio, Le città e i segni, Le città sottili, Le città e gli scambi, Le città e gli occhi, Le città e il nome, Le città e i morti, Le città e il cielo, Le città continue, Le città nascoste. Il tutto condensato in un vortice di poeticità.

Città che assumono il simbolo della complessità e del disordine della realtà che culmina nella frase finale del libro in cui “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme” e i due modi per non soffrirne: “Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Ma queste città sono anche sogni, come affermaMarco Polo: “Tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra”.

Nell’opera quindi, la città è intesa in senso lato e non come luogo “fisico”: la realtà perde la sua concretezza e diventa puramente mentale. Ne “Le città invisibili”, Calvino con il suo alone poetico tratta il tema del ricordo, della memoria a quello del tempo: da qui l’acume del lettore nel scorgere il “discorso segreto”, le “regole assurde” e le “prospettive ingannevoli” di queste storie intense e ricche di suggestioni.

Un testo atipico e forse il libro in cui Calvino ritiene di aver detto più cose, perché, come afferma nel capitolo sull'Esattezza nelle Lezioni americane, costruisce “una struttura sfaccettata in cui ogni breve testo sta vicino ad altri in una successione che non implica una consequenzialità o una gerarchia ma una rete entro la quale si possono tracciare molteplici percorsi e ricavare conclusioni plurime e ramificate. Nelle Città invisibili ogni concetto e valore si rivela duplice: anche l'esattezza”. [2]

Romanzo consigliato ai frequentatori di mondi surreali e suburbani, agli ospiti di rifugi letterari e a tutti i sognatori di fervida immaginazione.


Note:

[1] Le città invisibili, Milano, Mondadori, 1993, pp. 164.

[2] Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2010, pp. 80–81.

22/10/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Sara Rotondi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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