Lenin e la rivoluzione culturale

Senza passare dalla rivoluzione politica e sociale alla altrettanto necessaria rivoluzione culturale, volta a creare l’uomo nuovo, non sarà possibile realizzare l’effettivo passaggio del potere al proletariato.


Lenin e la rivoluzione culturale Credits: https://www.rferl.org/a/putin-criticizes-soviet-founder-vladimir-lenin/27510622.html

Come è noto la Rivoluzione di ottobre aveva avuto luogo non in un paese a capitalismo avanzato, dove vi sarebbero state le condizioni più favorevoli per l’affermazione di uno Stato socialista, ma in un paese arretrato, principalmente ancora contadino. Per questo gli opportunisti, in nome di una sedicente concezione ortodossa del marxismo, consideravano negativamente tale rottura rivoluzionaria in quanto destinata inevitabilmente al fallimento. Di contro a tali profezie – che rischiavano di auto-avverarsi in quanto i sedicenti marxisti ortodossi non avevano imboccato la strada della Rivoluzione in occidente, in funzione della quale era stata realizzata quella in oriente – Lenin controbatte: “I nostri avversari ci hanno detto più volte che noi intraprendiamo un’opera insensata nel voler impiantare il socialismo in un paese che non è abbastanza colto. Ma hanno sbagliato; noi abbiamo cominciato non da dove si doveva cominciare secondo la teoria (di ogni genere di pedanti), e da noi il rivolgimento politico e sociale ha preceduto il rivolgimento culturale, la rivoluzione culturale di fronte alla quale pur tuttavia oggi ci troviamo” [1].

Del resto, lo stesso Lenin sostiene che per realizzare l’effettivo passaggio del potere al proletariato è indispensabile procedere dalla rivoluzione politica ad una vera e propria rivoluzione culturale, in grado di creare l’uomo nuovo, ovvero di fare del proletario umiliato e posto ai margini della storia il vero protagonista del processo di transizione al socialismo. Il passaggio dalla rivoluzione politica e sociale alla rivoluzione culturale è, inoltre, necessario affinché i rivoluzionari possano mantenere il dominio che si sono conquistati, consolidarlo, “estenderlo, educando, istruendo e conquistando masse sempre più grandi di lavoratori” [2].

Tale rivoluzione culturale è considerata da Lenin decisiva anche dal punto di vista economico, in quanto in sua mancanza non si potrà compiere una reale socializzazione del lavoro. Osserva a questo proposito Lenin: “sarei pronto a dire che per noi il centro di gravità si sposta sul lavoro culturale, se non fossimo impediti dai rapporti internazionali, dall’obbligo di lottare per la nostra posizione su scala internazionale. Ma se lasciamo questo da parte e ci limitiamo ai rapporti economici interni, allora oggi il centro di gravità del nostro lavoro si sposta veramente sul lavoro culturale” [3]. Tanto più che lo sviluppo del grado di civiltà della popolazione russa e più in generale sovietica è necessario per lo stesso affermarsi delle cooperative di contro all’ideale distopico piccolo borghese di una società post-capitalista composta da tanti piccoli proprietari autonomi. Perciò, sostiene Lenin: “In sostanza ci è rimasta ‘soltanto’ una cosa da fare: rendere la nostra popolazione talmente ‘civile’, ch’essa comprenda tutti i vantaggi che dà la partecipazione generale alla cooperazione e organizzi questa partecipazione. ‘Soltanto’ questo. Ora non abbiamo bisogno di nessun altro genere di saggezza per passare al socialismo. Ma per realizzare questo ‘soltanto’, è necessario tutto un rivolgimento, tutta una tappa di sviluppo culturale di tutta la massa popolare” [4].

Tale indispensabile rivolgimento culturale dovrà inoltre mirare a rendere progressivamente la norma giuridica dello Stato sovietico norma etica per cui, ad esempio, i lavoratori dovranno essere divenuti in grado di comprendere che aumentare la produttività del lavoro è solo apparentemente in contraddizione con i propri interessi particolari, in quanto unicamente in tal modo si porranno le condizioni materiali indispensabili all’esercizio reale del potere operaio. Allo stesso modo, è di importanza decisiva per lo sviluppo di un’eticità socialista la lotta per far comprendere al massimo numero di lavoratori l’importanza che hanno – in una così complicata congiuntura storica in cui il paese della rivoluzione e isolato a livello internazionale e posto sostanzialmente in uno stato di assedio da tutte le potenze imperialiste – i sabati comunisti su cui, non a caso, Lenin insiste tanto. Al punto da sostenere che “Il comunismo comincia là dove appare la preoccupazione disinteressata, che sormonta il duro lavoro, dei semplici operai di aumentare la produttività del lavoro, di salvaguardare ogni pud di grano, di carbone, di ferro e di altri prodotti che non sono destinati agli operai stessi e alle persone a loro ‘prossime’, bensì a quelle ‘lontane’, cioè alla società nel suo complesso, alle decine e centinaia di milioni di uomini uniti dapprima in un solo Stato socialista e poi in una Unione di repubbliche sovietiche” [5].

Più in generale, l’apparato statuale che si determina attraverso la norma giuridica non dovrebbe, a parere di Lenin, considerare i propri decreti come assoluti nei confronti della classe che esercita la dittatura, ma i funzionari statali dovrebbero piuttosto considerarli come “istruzioni che chiamano le masse all’azione pratica” [6]. In caso contrario, essi verranno vissuti come strumenti coercitivi da parte dei lavoratori che stenteranno a riconoscersi nelle direttive del proprio Stato. Bisogna perciò, a parere di Lenin, combattere ogni forma di dirigismo burocratico, ogni autoritarismo, che è spesso utilizzato proprio da quei settori opportunisti che si sono inseriti nell’apparato sovietico sostituendo quella fetta del ceto medio che, per i propri pregiudizi politici, si rifiuta di collaborare con il proletariato rivoluzionario. Nota a questo proposito Lenin: “Qua e là si sono aggrappati a noi dei carrieristi, degli avventurieri che si proclamano comunisti e ci ingannano, che si sono infiltrati fra noi perché i comunisti sono ora al potere, perché gli elementi ‘impiegatizi’ più onesti non sono venuti a lavorare con noi a causa delle loro idee arretrate, mentre i carrieristi non hanno nessuna idea, nessuna onestà. Costoro, che pensano soltanto alla loro carriera, usano nel paese metodi costrittivi e credono di far bene. (…) Non dobbiamo dimenticare l’immenso danno che ci reca ogni intemperanza, ogni sconsideratezza, ogni precipitazione” [7].

D’altra parte, secondo Lenin, anche per evitare tali rischi, è necessario una volta epurati i ristretti vertici corrotti e controrivoluzionari delle precedenti istituzioni cercare di recuperare i ceti medi. Tanto più che, a parere di Lenin, “La ‘statalizzazione’ della massa degli impiegati delle banche, dei cartelli, del commercio, ecc., è perfettamente attuabile sia dal punto di vista tecnico (perché il capitalismo e il capitale finanziario hanno fatto per noi questo lavoro preliminare) che politico, a condizione che si attui sotto il controllo e la sorveglianza dei Soviet” [8]. Più nello specifico, ad esempio, l’apparato statuale di statistica e registrazione non deve essere spezzato, ma subordinato ai Soviet proletari. In effetti, nota Lenin, “Il capitalismo ha creato apparati di controllo come le banche, i cartelli, la posta, le cooperative di consumo, le associazioni di impiegati. Senza le grandi banche, il socialismo sarebbe irrealizzabile. Le grandi banche sono l’‘apparato statale’ che ci è necessario per la realizzazione del socialismo e che noi prendiamo già pronto dal capitalismo” [9].

D’altra parte, sino a che l’eticità comunista non si sarà sviluppata, mediante la rivoluzione culturale, vi sarà bisogno della norma giuridica che presuppone e riproduce la disuguaglianza; ogni diritto, infatti, “consiste nell’applicazione di un’unica norma a persone diverse, a persone che non sono, in realtà, né identiche, né eguali” [10]. Dunque, la più assoluta eguaglianza giuridica non può realizzare né la reale giustizia, né l’eguaglianza effettiva. Così, nella fase di transizione al socialismo, sebbene sarà bandita la fonte dei privilegi nella produzione, in quanto sarà vietata la proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e con essa lo sfruttamento del lavoro salariato, tuttavia la distribuzione della ricchezza non sarà fondata sui bisogni reali degli individui, ma sarà ancora regolata sulla base del diritto formale, secondo il principio: ad ognuno in misura del lavoro sociale svolto. Per dirla con Lenin: “La prima fase del comunismo non può dunque ancora realizzare la giustizia e l’uguaglianza; rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non sarà più possibile lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, poiché non sarà più possibile impadronirsi, a titolo di proprietà privata, dei mezzi di produzione, fabbriche, macchine, terreni, ecc.” [11].

Non sarà, dunque, ancora raggiunta la piena eguaglianza del diritto comunista che prescrive: da ognuno secondo le sue possibilità ad ognuno secondo i suoi bisogni. Quindi, solo in parte il diritto borghese sarebbe stato abolito. In effetti, come mette in evidenza Lenin, “Il ‘diritto borghese’ riconosce la proprietà privata” sui mezzi di produzione “a individui singoli. Il socialismo ne fa una proprietà comune. In questa misura – e soltanto in questa misura – il ‘diritto borghese’ è abolito. Ma esso sussiste nell’altra sua parte, sussiste quale regolatore (fattore determinante) della distribuzione dei prodotti e del lavoro fra i membri della società” [12].

Da questo punto di vista, importanza decisiva assume l’affermazione e lo sviluppo della pianificazione economica. Come osserva Lenin a questo riguardo, “Dopo che sarà spezzata definitivamente la resistenza degli sfruttatori, dopo che i lavoratori avranno imparato ad organizzare la produzione socialista, questo apparato amministrativo nel senso proprio, angusto, ristretto del termine, questo apparato del vecchio Stato è condannato a morire, mentre un apparato del tipo del Consiglio superiore dell’economia nazionale è destinato a crescere, a svilupparsi e a rafforzarsi, concentrando in sé tutta la principale attività della società organizzata” [13]. In tale prospettiva, una funzione essenziale assume il controllo operaio sulla produzione su cui, non a caso, insiste tanto Lenin: “se si tratta dello Stato proletario, cioè della dittatura del proletariato, il controllo operaio può diventare il censimento generale, completo, esatto e minuzioso della produzione e della distribuzione dei prodotti. In questo consiste la principale difficoltà, il problema fondamentale della rivoluzione proletaria, cioè socialista. Senza i Soviet questo problema, almeno per la Russia, sarebbe insolubile. I Soviet tracciano il lavoro d’organizzazione con il quale il proletariato può adempiere questo compito di importanza storica mondiale” [14].

In conclusione, Lenin osserva che l’estinzione dello Stato cesserà di essere un’utopia solo quando il fondamento del diritto comunista “ognuno secondo le sue capacità: a ognuno secondo i suoi bisogni” sarà realizzato al punto da divenire costume condiviso e “gli uomini saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch’essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità” [15].

Note

[1] V. I. Lenin, Sulla cooperazione [Gennaio 1923], in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 583.

[2] Id., L’“estremismo”, malattia infantile del comunismo [aprile-maggio 1920], in Sulla rivoluzione… cit., p. 457.

[3] Id. Sulla cooperazione cit., p. 583.

[4] Ivi, p. 579.

[5] Id., La grande iniziativa [giugno 1919], in Sulla rivoluzione… cit., p.424.

[6] Id., Rapporto sul lavoro nelle campagne tenuto al VII congresso del PC(b)R [marzo 1919], in Sulla rivoluzione… cit., p. 391.

[7] Ibidem.

[8] Id., I bolscevichi conserveranno il potere statale? [settembre 1917], in Sulla rivoluzione… cit., p. 237.

[9] Ivi, p. 236.

[10] Id., Stato e rivoluzione [agosto-settembre 1917], in Sulla rivoluzione…, cit., p. 181.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, p. 182.

[13] Id., Discorso al I Congresso dei Consigli dell’economia nazionale [maggio 1918], in Sulla rivoluzione… cit., p. 325.

[14] Id., I bolscevichi conserveranno…, cit., in Sulla rivoluzione…, cit., p. 235.

[15] Id., Stato e …, in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 25, p. 440.

02/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.rferl.org/a/putin-criticizes-soviet-founder-vladimir-lenin/27510622.html

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: