Verità e politica in Gramsci

 Antonio A. Santucci (Cava de’ Tirreni, 2 ottobre 1949 – Roma, 27 febbraio 2004) ha lasciato un vuoto intellettuale incolmabile nell’ambito degli studi gramsciani ma anche umano, per chi fu a lui più vicino come amico e come compagno di militanza politica.


Verità e politica in Gramsci

L’Università di Salerno organizza per il 26 marzo una giornata dedicata a Antonio Santucci con il titolo “Verità e politica” e di cui si riporta di seguito il programma. A me non resta che scrivere poche cose sul tema avendo come oggetto il nostro Gramsci e portando nella mente e nel cuore l’insegnamento di Antonio A. Santucci come amico e come compagno di militanza politica.

di Lelio La Porta

Antonio A. Santucci (Cava de’ Tirreni, 2 ottobre 1949 – Roma, 27 febbraio 2004) ha lasciato un vuoto intellettuale incolmabile nell’ambito degli studi gramsciani ma anche umano, per chi fu a lui più vicino come amico e come compagno di militanza politica.

La sua attività di studio e di ricerca è riassunta nella bibliografia in appendice al volume Affermare la verità è una necessità politica. Scritti di Antonio Santucci, a cura di Diego Giannone (Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2011) che va integrata con un titolo lì assente, ossia l’Introduzione a Ritorno alla natura di Diderot (Laterza, Roma-Bari 1993). Nel frattempo è stata ripubblicata una raccolta di scritti gramsciani, precarcerari e carcerari, curata da Santucci, intitolata, alla sua prima uscita, Le opere (Editori Riuniti, Roma 1997), e ora rimessa in circolazione con il titolo A. Gramsci, Antologia (Editori Riuniti university press, Roma 2012), con una Prefazione di Guido Liguori in cui si legge, con riferimento a Santucci: “Che la ripubblicazione di questa antologia valga a ricordare la passione e l’intelligenza con cui lavorò per buona parte della sua vita alla diffusione dell’opera e del pensiero di Antonio Gramsci”. 

Ultimo, in ordine di tempo, riconoscimento a Santucci curatore dell’opera di Gramsci è la nuova edizione in unico volume delle Lettere dal carcere (Sellerio Editore, Palermo 2013) già pubblicate dalla stessa casa editrice in due volumi nel 1996. L’edizione delle Lettere curata da Santucci è stata definita dallo stesso Liguori “la più completa e complessivamente la migliore tra quelle disponibili in lingua italiana”.  

Lo “studio rigoroso”: è stato questo il segno distintivo di Santucci editore e curatore delle opere di Gramsci. E’ questa l’eredità che ha lasciato a chi volesse percorrere le pagine gramsciane: cogliere in esse “il ritmo del pensiero in isviluppo” senza forzature e senza sollecitazioni, senza trascuratezza ma con la composta consapevolezza di trovarsi davanti ad un autore complesso per sua stessa ammissione.

L’Università di Salerno, presso la quale Santucci ha insegnato prima Comunicazione politica e poi Sociologia politica, organizza per il 26 marzo una giornata di studi a lui dedicata con il titolo “Verità e politica” e di cui si riporta di seguito il programma. A me non resta che scrivere poche cose sul tema avendo come oggetto il nostro Gramsci e portando nella mente e nel cuore l’insegnamento di Antonio A. Santucci come amico e come compagno di militanza politica.

 

 

Università di Salerno 

Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione

VERITÀ E POLITICA

Giornata di studi in ricordo di Antonio Santucci

 

Saluti iniziali

Annibale Elia

(Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione)

 

Introduzione

Diego Giannone

(Seconda Università di Napoli)

 

Relazioni

Guido Liguori

(Università della Calabria – Presidente dell’International Gramsci Society - Italia)

Ideologia e politica in Gramsci

 

Emilio D’Agostino (Università di Salerno)

La menzogna correlato della politica

 

Angelo d’Orsi (Università di Torino)

Dire la verità: da Benda a Said, passando per Gramsci

 

Conclusioni

Margherita Platania (Università di Salerno)

 

Interventi programmati:

Adalgiso Amendola, Francesco Amoretti, Anna D’Ascenzio, Francesco Saverio Festa, Domenico Fruncillo, Rino Mele, Alfredo Senatore

 

Giovedì 26 marzo 2015 ore 14:30

Sala Conferenze Antonio Santucci

Affrontando il discorso sulla filosofia di Benedetto Croce, Gramsci fornisce la definizione di un nuovo tipo di intellettuale in grado di realizzare un interscambio fra filosofia e politica al punto che la prima si inveri nella seconda: «una delle maggiori rivendicazioni dei moderni ceti intellettuali nel campo politico è stata quella delle così dette “libertà di pensiero e di espressione del pensiero (stampa e associazione)” perché solo dove esiste questa condizione politica si realizza il rapporto di maestro–discepolo [...] e [...] un nuovo tipo di filosofo che si può chiamare “filosofo democratico”» (Q 10, II, 44, 1331–2). In che modo, attraverso cosa il filosofo democratico riesce a creare quel circuito di reciprocità fra il pensiero e l’azione, la prassi, il quale è, a un tempo, elemento di mediazione fra filosofia e politica e argomento di risoluzione del complesso delle questioni che riguardano gli uomini e la trasformazione della società nella quale questi uomini vivono? A me sembra che tale strumento sia rappresentato dalla «verità», concetto al quale Gramsci dedica pagine notevoli nei Quaderni, ma la cui centralità era apparsa anche in alcuni interventi, scritti in occasioni diverse, risalenti al periodo precarcerario.

Riferendo su una conferenza intorno alla cultura tedesca e alla civiltà latina nella guerra europea, Gramsci così si esprime in un articolo del 19 febbraio 1916: «La verità deve essere rispettata sempre, qualsiasi conseguenza essa possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva, devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli atti che si ritiene necessario siano compiuti. Sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre bugie e altre falsificazioni possono far svanire».

Appena qualche mese dopo, il 29 luglio, Gramsci riferisce la manipolazione ad opera della stampa nazionalista di un discorso pronunciato alla Camera dal deputato socialista Oddino Morgari a difesa dell’armistizio, che lo fa apparire come un traditore della patria in considerazione del fatto che il suo intervento era stato ripreso, rivisto e corretto in senso antitaliano dalla stampa austriaca. Scrive Gramsci che Morgari «dice, onestamente, delle verità che per riguardare l’Italia non sono meno universali; colpa degli altri se esse possono essere sfruttate dagli austriaci».

Il 3 dicembre 1918 compare sull’Avanti! un «capocronaca» firmato da Gramsci che annuncia l’imminente uscita dell’edizione piemontese del quotidiano. Il titolo dell’articolo è Dire ciò che è. Vi si legge: «In nessun paese del mondo in guerra la menzogna programmatica ha così danneggiato la società come in Italia, dove l’innocenza è completamente indifesa, dove la cultura non ha diffuso sinora neppure i più elementari criteri di ricerca della verità, di esame dei documenti, dove il dubbio critico esiste solo come diffidenza calunniosa verso gli avversari dei poteri costituiti e asservimento supino alle critiche che dai poteri costituiti sono sorrette e protette. “Dire ciò che è” è il programma dell’Avanti! [...] L’Avanti! è l’organo della verità, che si contrappone agli innumerevoli organi della menzogna, l’Avanti! rappresenta nel campo intellettuale la potenza della rivoluzione proletaria come verità. Ma non è facile il “dire ciò che è”. Per dire è necessario sapere, è necessario essere informati [...] l’ Avanti! piemontese è nato perché nel Piemonte un certo numero di proletari non ha voluto più a lungo essere ingannato dagli organi della menzogna piemontesi, e ha lavorato e ha sacrificato dei soldi per avere la verità. Anche la verità è una merce: tutto è merce in regime capitalistico. 

La verità è uno sforzo continuo, una continua lotta contro il tempo, contro la pigrizia, contro la disattenzione, contro il sonno che fa cascare la mano e ammorbidisce il cervello dopo una giornata di fatica; è una organizzazione dei documenti, e uno studio accurato della loro importanza, è un ordine raggiunto e superato subito dallo sviluppo continuo della realtà in fervido movimento».

La manchette stampata sul primo numero dell’Ordine Nuovo quotidiano il 1° gennaio 1921 riporta una frase di Ferdinand Lassalle: «Dire la verità è rivoluzionario»; per quale motivo? Perché, è chiarito in un articolo del 17 marzo 1922, «alla classe operaia non bisogna nascondere nulla di ciò che la interessa, anche se questo possa farle dispiacere, anche se la verità sembri immediatamente dannosa. Significa che bisogna trattare la classe operaia come un maggiorenne, che è fornito di ragionevolezza e di discernimento, e non come un minorenne sotto tutela».

È evidente che dire la verità sia fondamentale già per il Gramsci dei primi anni venti, nel processo di costruzione di un’egemonia, di una direzione che abbia nella classe operaia, nel proletariato il proprio soggetto storico. Ma la verità non può corrispondere ad astrazioni di pensiero, essa è corrispondente a una realtà oggettivata dell’uomo stesso; proprio in questo senso essa è l’elemento concreto attraverso il quale la filosofia si trasforma in politica, «in cui lo stesso filosofo, inteso individualmente o inteso come intero gruppo sociale, non solo comprende le contraddizioni ma pone se stesso come elemento della contraddizione, eleva questo elemento a principio di conoscenza e quindi di azione» (Q 11, 62, 1487). Nel rispetto del ruolo assunto, dalla parte del proletariato, il filosofo costruisce una politica, ossia diventa filosofo della praxis o democratico, a partire dal principio che «nella politica di massa dire la verità è una necessità politica, precisamente» (Q 6, 19, 700).

Quali siano le implicazioni strettamente politiche di quest’affermazione gramsciana è stato sottolineato sia da Gerratana sia da Santucci. 

Ciò che, invece, si vuole qui mettere in evidenza è il peso specifico teoretico, fìlosofìco in senso stretto del concetto gramsciano di verità. Converrà perciò far riferimento ad un altro luogo nel quale Gramsci riprende il discorso fatto sulla verità rielaborandolo in senso filosofico. Si tratta della nota Contro il bizantinismo del Q 9 che Cerroni ha sintetizzato nel modo seguente: «una verità diventa universale quando viene verificata in un ambiente diverso da quello in cui è nata riuscendo a far comprendere la realtà e perciò incorporandosi a questa stessa realtà». L’universalità è, perciò, nell’incorporarsi della verità alla realtà «non meramente nella sua coerenza logica e formale e nell’essere uno strumento polemico utile per confondere l’avversario» (Q 9, 63, 1134). Nella prospettiva logico-formale la verità è la proprietà di un enunciato: a) quando esso corrisponde ai fatti (semantica); b) quando è coerente all’interno di un sistema dato (sintattica); c) quando mostra efficacia pratica (pragmatica). Quindi, secondo la logica formale, corrispondenza, coerenza ed efficienza costituiscono la base di verità di una proposizione. Sembra di poter dire che ben diverso è il punto di vista di Gramsci. Per lui un’affermazione non è il tentativo di conciliare ciò che si è detto con la situazione di fatto, bensì «è espressione sempre rinnovata dello sviluppo storico reale» (ibidem). Certamente la verità può essere espressa in maniera formale ed astratta, ma per essere efficace la sua espressione deve avvenire «nei linguaggi delle situazioni concrete particolari» (ibidem). Ovviamente l’efficacia non è intesa da Gramsci nel senso del pragmatismo per il quale, ad esempio, la geometria euclidea è utile per descrivere lo spazio nel quale viviamo, mentre non serve se parliamo dello spazio cosmico. Le lingue particolari sono quelle riferite alla possibilità di creare un’egemonia diversa da quella borghese e per far questo non servono i bizantinismi della logica formale: servono i filosofi democratici in grado di teorizzare a partire dalla verità. Inoltre Gramsci sgombra il campo da qualsiasi e sempre possibile accusa di relativismo: se la verità è universale, non può essere relativa; chi la predica nella seconda accezione non è filosofo democratico, agisce ancora nell’ambito dell’egemonia borghese che utilizza la menzogna in maniera programmatica al fine di mascherare ciò che è. Se è vero che Gramsci condivide il luogo comune secondo il quale «sia essenziale dell’arte politica il mentire» (Q 6, 19, 699), è altrettanto vero che, nel momento in cui sottolinea la necessità che in politica si dica la verità, Gramsci si avvia lungo una strada che lo colloca in una posizione del tutto autonoma anche rispetto alla tradizione marxista.

 

 

 

 

19/03/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Lelio La Porta

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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