Marx e il bisogno di religione

Riflessioni sul risorgere del bisogno di religione nel mondo moderno, liberal-democratico, a partire da Marx.


Marx e il bisogno di religione

Riflessioni sul risorgere del bisogno di religione nel mondo moderno, liberal-democratico, a partire da Marx. In un’epoca di Restaurazione, nella quali ci siamo condannati a vivere, risorge anche fra i suoi critici un profondo bisogno di religione, che si manifesta nel delegare persino al pontefice l’esigenza di denunciare e battersi contro i limiti e le ingiustizie della società capitalistica. Sarebbe forse più sensato, prima di tornare alle radici del cristianesimo, riscoprire le più recenti e attuali origini del marxismo.

di Renato Caputo

Il passaggio da una visione mitologico-religiosa a una visione filosofico-scientifica segna il passaggio dal mondo antico, dall’ancien régime al mondo moderno. Ciò era evidente già a Hegel che nell’esporre le forme dello spirito assoluto, ossia le forme attraverso cui le civiltà si sono comprese, ha indicato per il mondo antico la forma artistico-mitologica, per il mondo cristiano la forma religiosa, per il mondo moderno, posteriore alla Rivoluzione francese, la forma filosofico-scientifica.

Tale Rivoluzione aveva coinvolto solo in modo marginale la Prussia e, soprattutto, con la sconfitta di Napoleone si era aperta una fase di Restaurazione, per molti versi analoga a quella della nostra epoca storica, in cui si era cercato di reimporre con la forza la visione del mondo religiosa. Anzi la Nato del tempo, ossia la più potente alleanza militare volta a impedire ogni tentativo di mettere in discussione l’ordine imposto dalla Restaurazione, prendeva il nome di Santa Alleanza. Quest’ultima, di cui la Prussia era una pedina fondamentale, aveva represso nel sangue i primi moti rivoluzionari dei primi anni Venti, ma era riuscita solo parzialmente a contenere i moti rivoluzionari degli anni Trenta.

Così dopo la morte di Hegel nel 1831, la Restaurazione dominava ancora la Prussia, e tuttavia i giovani intellettuali progressisti che alle sue lezioni si erano formati, si battevano per l’affermazione, in primo luogo nel loro paese, della modernità. Tale lotta passava, dunque, per la lotta alla visione del mondo mitologico-religiosa in nome di una visione del mondo scientifico-filosofica.

Proprio questo sarà uno dei cavalli di battaglia della sinistra hegeliana, all’interno della quale Marx ed Engels si erano formati. Perciò anche essi fanno proprie le critiche esplicite alla visione del mondo mitologico-religiosa di Feuerbach, che aveva non solo radicalizzato la riflessione hegeliana, superandone la prudenza cartesiana, ma avevano colto i limiti della stessa concezione idealista in nome di quella concezione materialistica a partire della quale si era sviluppata la stessa rivoluzione scientifica.

Come è noto secondo Feuerbach come non è dio ad aver creato l’uomo, ma al contrario è l’uomo che storicamente si è rappresentato il proprio dio, attribuendogli le proprie caratteristiche genetiche, allo stesso modo non sono le idee astratte ad aver forgiato gli uomini reali, ma sono un prodotto del loro sviluppo storico.

Il disvelamento dell’origine antropologica della religione aveva dato nuovo vigore alla lotta dei giovani hegeliani contro la visione del mondo mitologico-religiosa che consideravano il fondamento dello Stato confessionale prussiano e, dunque, il principale ostacolo al sorgere dello Stato moderno. Marx al contrario, sviluppando la concezione materialistica, essenziale alla emancipazione dall’idealismo hegeliano, si sforza di comprendere come possa risorgere la visione del mondo religiosa anche nel mondo post rivoluzionario, dove era stato abbattuto l’ancien Régime. Ciò dimostrava che la battaglia sul piano delle idee, e dunque la stessa lotta contro una visione mitologico-religiosa, non costituiva l’aspetto determinante per la realizzazione dello Stato moderno liberal-democratico. Tanto più che l’affermazione di quest’ultimo non comportava affatto il superamento della concezione religiosa del mondo, dal momento che lo stesso prototipo dello Stato liberal-democratico, gli Stati uniti d’America, era caratterizzato da un profondo e capillare sviluppo della concezione religiosa del mondo.

Dunque anch’essa non era in primo luogo il prodotto di un modo di ragionare ancora non filosofico-scientifico, ma tale modo inadeguato di pensare nasceva da una realtà storica che non aveva ancora consentito di risolvere, per la maggioranza della popolazione, quelle contraddizioni reali da cui risorgeva la concezione religiosa. Dunque non era tanto quest’ultima la causa della miseria reale, ma era piuttosto quest’ultima a far sorgere la religione come un bisogno reale.

Anzi, come chiarisce Marx, nella introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel [1844], «la miseria religiosa» non è solo «l'espressione della miseria reale», ma è al contempo una forma, per quanto immediata e, quindi inadeguata, di «protesta contro la miseria reale». Essa non è infatti il grido di battaglia contro la miseria reale, ma è piuttosto «il sospiro della creatura oppressa». La religione dunque non nasce da un errato modo di ragionare, né semplicemente da un inganno dei preti funzionale al potere costituito, ma da un «sentimento» reale, che sorge e risorge “spontaneamente” in «un mondo senza cuore».

Da qui la celeberrima definizione della religione come «oppio del popolo», ossia come fuga e alienazione in un paradiso artificiale dinanzi a un inferno reale contro il quale non si ha la forza, né il coraggio di combattere. Tale metafora origina, fra l’altro, dal ricorso purtroppo ancora oggi diffuso nel proletariato moderno di ricorrere a stupefacenti per poter resistere a ritmi e orari di lavoro sempre più disumani, a occupazioni sempre più alienanti, ripetitive e precarie, a un tempo libero ridotto a dover soddisfare quei bisogni primari, necessari per potersi riprodurre come forza lavoro ridotta a merce alle dipendenze del capitale. Altra probabile origine della metafora è l’abitudine, purtroppo ancora oggi presente negli strati più arretrati della popolazione, di ricorrere a oppiacei per tenere buona una prole i cui bisogni reali non si è in grado di soddisfare.

Negli strati meno arretrati delle classi popolari tale funzione è oggi sostituita dalla televisione, anche perché lo sviluppo del fordismo e delle più recenti forme di organizzazione della produzione, come il toyotismo, richiedono dei lavoratori non debilitati dall’uso degli oppiacei.

In ogni caso eliminare tutte queste forme illusorie di «felicità del popolo», non può ridursi al far comprendere che si tratta di forme di evasione, ma comporta la necessità di battersi per la sua «felicità reale», ossia per una società in cui non sarà proprietario unicamente della propria forza lavoro ridotta a merce da svendere a prezzi di saldo, per un’occupazione precaria e alienante. Per poter «abbandonare le illusioni sulla sua condizione», la massa popolare deve essere formata e organizzata per potersi battere per superare «una condizione che ha bisogno di illusioni».

D’altra parte Marx considera necessario un superamento dialettico delle posizioni della sinistra hegeliana e di Feuerbach, non una loro semplice negazione. Perciò continua a ritenere che «la critica della religione, dunque, è, in germe», contiene in potenza, «la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l'aureola», ossia di un mondo che non ha ancora superato compiutamente il rapporto fra servo e padrone, visto che il proletario moderno è riconosciuto solo come portatore della merce forza lavoro da sfruttare attraverso la sua necessaria alienazione. In altri termini la critica alla religione condotta dalla sinistra hegeliana «ha strappato dalla catena i fiori immaginari», ossia le illusioni e le evasioni dall’inferno reale in cui vivono i subalterni, ma non affinché questi ultimi portino «la catena spoglia e sconfortante», come pretenderebbero i radicali, ma affinché possano cominciare a comprendere la necessità di organizzarsi e battersi per gettare «via la catena» e cogliere così «i fiori vivi», ossia conseguire una reale emancipazione da sfruttamento e alienazione.

La critica alla visione del mondo mitologico religiosa – in particolare oggi in cui quest’ultima è considerata dai reazionari la più semplice e immediata soluzione alla crisi della società capitalista – deve divenire funzionale affinché il subalterno non ricerchi delle ingannevoli evasioni dalle contraddizioni reali e storicamente determinate, «affinché egli pensi, operi, configuri la sua realtà come un uomo disincantato e giunto alla ragione». Ma non si tratta però di una semplice ripresa dell’illuminismo, di una pura battaglia culturale, come credono gli odierni eredi della sinistra hegeliana. L’acquisizione di una visione del mondo scientifico-filosofica da parte dei subalterni, deve portare questi ultimi a prendere coscienza della propria condizione reale di oppressione, sfruttamento e alienazione.

È infatti compito dell’azione storica, e non della mera riflessione teorica, che si limita a interpretare in modo diverso il mondo, «una volta scomparso l’al di là della verità», ossia qualsiasi tentativo di evasione dalle contraddizioni reali della società capitalista, «ristabilire la verità dell’al di qua», ossia una realtà non più reificata e alienante in cui ogni cosa è ridotta a merce.

Dunque una volta che il sapere critico ha smascherato «la figura sacra dell'autoestraneazione umana» e la teoria marxista ha smascherato «l'autoestraneazione nelle sue figure profane» – in modo che «la critica del cielo si trasforma così nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica» – è necessario che la teoria torni «al servizio della storia», della prassi. Proprio perché per superare dialetticamente la posizione della sinistra hegeliana e dello stesso Feuerbach, è indispensabile ricordare che non è più sufficiente limitarsi a interpretare il mondo in modo diverso, in modo critico, ma è ormai indispensabile trasformarlo radicalmente.

05/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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