La mistificazione latifondistica del campo brasiliano e l’attualità della riforma agraria e della rivoluzione democratica

I dati degli istituti statistici brasiliani spesso nascondono la verità, il Brasile ancora oggi è un paese a predominanza agricola.


La mistificazione latifondistica del campo brasiliano e l’attualità della riforma agraria e della rivoluzione democratica

Per analizzare il problema della campagna in Brasile è necessario innanzitutto considerare che i dati sull'urbanizzazione sono spesso fuorvianti. Questo perché la raccolta dei dati è affidata a ciascun municipio, che a sua volta deve far riferimento al mai abrogato emendamento di una legge del governo Vargas del 1938, il quale affermava che ogni municipio è città, in tal modo era possibile presentare il territorio brasiliano come altamente industrializzato, sebbene ovviamente non lo fosse, se non in parte. In tal modo è possibile presentare oggi il Brasile come più urbanizzato degli Usa, il che è ovviamente senza fondamento.

Per l'OCSE invece è urbanizzato un territorio con una densità di popolazione pari o superiore a 150 ab./km; in tal modo appare come dato più vicino alla realtà quello di una popolazione rurale vicina ai 75 milioni di persone, cioè al 50 per cento del totale della popolazione.

La distribuzione della terra in Brasile vive un processo di costante concentrazione: i dati del censimento agricolo del 2017 vedono un aumento del 5 per cento della superficie coltivata e una riduzione del 2 per cento del numero delle imprese agricole rispetto all'ultimo censimento del 2006, dimostrando dunque come sempre più terre stiano nelle mani di sempre meno persone. Il dato della concentrazione è inoltre probabilmente sottostimato, visto che non include il fenomeno dell’occupazione illegittima da parte dei latifondisti di terre pubbliche successivamente loro assegnate, processo proseguito purtroppo anche durante i governi a guida PT.

I dati dell'ultimo censimento del 2017 mostrano come su un totale approssimativo di 5,5 milioni di proprietari, l'1 per cento controlla il 48 per cento delle terre coltivabili; all'estremo opposto quelli aventi superficie disponibile fino a 100 ettari sono il 90 per cento dei proprietari ma controllano solo il 21 per cento delle terre coltivabili; difficilmente si troverà dunque oggi un paese con una concentrazione delle terre superiore a quella del Brasile.

Altri dati ufficiali sempre del 2017 presentano l'agricoltura a conduzione familiare (quindi piccola e media proprietà) come responsabile del 70 per cento della produzione agricola per il consumo interno brasiliano. I prodotti per l’esportazione, tra cui si segnala la soia, sono in gran parte realizzati nei grandi latifondi più o meno meccanizzati. Questi dati, messi a confronto, dimostrano il carattere semi-coloniale dell'economia brasiliana e il ruolo fondamentale dell'agricoltura “familiare” nella riproduzione e nella manutenzione del latifondo. Quest’ultimo infatti necessita di una piccola proprietà contadina perennemente in crisi, le cui famiglie non riescano a sopravvivere e siano costrette ad impieghi di tipo servile (mezzadria per fare un esempio) finendo poi per essere costrette a cedere la terra allo stesso latifondista che in origine gli aveva procurato un “impiego”.

È fondamentale per il capitalismo brasiliano la produzione di alimenti a basso costo dei prodotti agricoli destinati al consumo interno, che permette di mantenere bassi salari e di creare sempre una massa di contadini espulsi dai campi e che contribuiscono a creare il “marxiano” esercito industriale di riserva in città.

Va fatto presente che i conflitti sociali nel campo agricolo hanno un indice di violenza molto alto: solo nell'ultima settimana sono stati uccisi 2 dirigenti del MST nello Stato di Paraiba da uomini incappucciati armati di mitragliatrice in data 8 dicembre, e il giorno 17 sempre di questo mese un dirigente del MST è stato ucciso nello Stato di Roraina dopo aver aperto a 2 uomini che avevano bussato in casa.

Non ci si può dunque attendere una proposta di riforma agraria dallo Stato brasiliano, al servizio della grande borghesia compradora [1] e dei latifondisti ma deve essere formulata dal fronte tra contadini poveri, classi operaia e intellettuali progressisti, attraverso la lotta per la confisca del latifondo facente parte di un programma basato su 3 punti fondamentali: 1) estinzione del latifondo e fine delle forme semi feudali di produzione (mezzadria, scambio di lavoro con parte del raccolto ecc.); 2) liberazione e sviluppo delle forze produttive in agricoltura attraverso l’ampliamento della produzione individuale in strutture collettive organizzate in piccole proprietà con conseguente aumento della produttività e della produzione agricola e una crescente cooperazione che vada dal livello inferiore a quello superiore; 3) sviluppo del potere politico nelle aree dove si liberano le forze produttive, attraverso l'alleanza di proletari, contadini e proprietari che si oppongono alla politica pro-latifondo e pro-imperialismo attualmente presente in Brasile.

Un programma non destinato evidentemente a determinare lo sviluppo del capitalismo in campo agricolo, né tanto meno a determinare lo sviluppo di un socialismo contadino, ma piuttosto a sviluppare tutte le forze produttive della terra tornata a disposizione.

Il percorso del movimento contadino è dunque in totale contrapposizione alle politiche dello Stato. Allo stesso tempo è necessario abbandonare le illusioni elettoralistiche del MST e dei movimenti ad esso collegati, secondo cui è possibile attuare una riforma agraria attraverso l'elezione di un leader che la realizzi [2]. D'altra parte il PT ha governato il Brasile per 14 anni (2003-2016) e non solo non ha realizzato nessuna riforma agraria, ma ha interrotto la pur parziale distribuzione di latifondo improduttivo iniziata dal suo predecessore Fernando Henrique Cardoso. L'ultimo governo che tentò la riforma agraria, pur parziale, fu quello di Goulart nel 1964, e sappiamo tutti come è andata a finire (golpe militare e brutale repressione).

Il problema del latifondo è peraltro profondamente inserito nel particolare sviluppo del capitalismo in Brasile. Nel momento in cui la schiavitù venne abolita (1888) il capitalismo a livello internazionale si trovava già nella sua fase monopolistica e agli albori di quella imperialistica. La combinazione di fattori come l'esportazione di capitali, il capitale finanziario internazionale e l'economia rurale costituiscono gli elementi fondamentali di questo sviluppo, in cui non furono mai adottate leggi atte a favorire l'accesso alla terra dei contadini più poveri, nemmeno dopo l'abolizione della schiavitù, quando milioni di persone furono liberate per alimentare il lavoro salariato. All’epoca dell'abolizione lo sviluppo dello sfruttamento capitalista su vasta scala era praticamente impossibile. Non esistevano nemmeno le condizioni per la crescita della piccola proprietà contadina: ciò determinò uno sviluppo in cui forme capitalistiche di produzione erano mischiate a forme pre-capitalistiche, come quella del colonnato, a cui furono sottoposti la maggior parte degli italiani emigrati nello Stato di San Paolo a partire dalla seconda metà del XIX secolo per lavorare la pianta del caffè.

D'altro canto tutti i tentativi di sviluppare la piccola proprietà furono repressi a ferro e fuoco (i più celebri episodi risalgono allo sterminio delle comunità religiose di Caldeirao e Pau de Colher degli anni 30, che provocarono centinaia di morti). Nonostante ciò, dato l'alto numero di proletari senza lavoro, si costituirono piccolissime proprietà all'interno del paese.

La via dello sviluppo del capitalismo in Brasile non è dunque quella della distruzione dei rapporti sociali che lo ostacolano (relazioni servili e schiavistiche) ma piuttosto quella dell'adeguamento del latifondo alle esigenze suo modo di produzione. Uno sviluppo dunque, molto più simile al modello “prussiano”, sebbene ovviamente con numerose differenze.

Le trasformazioni che si verificano nei rapporti di produzione del latifondo sono molto più quantitative che qualitative. Da una parte si passa dal latifondo semi-feudale a quello capitalista, dove in forma accessoria continuano le relazioni servili; dall'altra parte sorgono anche la grande proprietà contadina e la piccola, sfruttata dalla grande.

È attraverso il ruolo del capitale finanziario internazionale (prima portoghese, poi inglese e oggi principalmente statunitense) con la sua alleanza con il latifondo semi-feudale che si sviluppa un capitalismo arretrato. Un processo che si determina attraverso la lenta trasformazione della campagna, con il continuo sfruttamento dei contadini, della classe operaia e impedendo lo sviluppo della borghesia nazionale, lasciando il paese in condizione di semi-colonia.

Lo sviluppo del Brasile è stato sempre, ed è ancora, fortemente condizionato da fattori esterni.

La borghesia nazionale dei paesi oppressi dall'imperialismo, sebbene fosse da esso sfruttata, ha sempre temuto il cammino rivoluzionario e in Brasile ha temuto anche l'organizzazione autonoma delle masse popolari. Ciò ha portato, ad esempio nel 1964 a poche settimane da una marcia contadina per la riforma agraria, ad una serie di manifestazioni con composizione sociale prevalentemente borghese e passate alla storia come “Marcia della famiglia con Dio per la libertà” che ebbero un ruolo molto importante nella legittimazione del golpe militare per porre fine alla minaccia “comunista” del governo Goulart [3].

Tolte dunque oggi le illusioni sul ruolo dirigente della borghesia nel processo di lotta per la democratizzazione del paese, che dovrà necessariamente seguire la via rivoluzionaria, sarà l'alleanza operaio-contadina a dover svolgere questo ruolo, in alleanza con gli strati più coscienti e conseguenti della borghesia nazionale.

Note:

[1] È necessario distinguere tra borghesia “compradora” e borghesia realmente nazionale. La prima è totalmente sottomessa all'imperialismo, la seconda è doppiamente sottomessa: dalla grande borghesia compradora e dall'imperialismo, e allo stesso tempo però ha timore della classe operaia e della rivoluzione, restando una classe vacillante e incapace di dirigere il processo di rivoluzione democratica, semmai può essere un alleato del fronte operaio contadino.

[2] Criticare il riformismo del MST non può significare in ogni caso non solidarizzare con esso in tutti i casi in cui la repressione lo attacca frontalmente, questo è chiaro a tutti i movimenti contadini alternativi ad esso.

[3] Tanto per avere un'idea di quanto fosse “comunista” Goulart egli era un latifondista a capo di un governo borghese in una epoca in cui il PCB si trovava nell'illegalità già dal post-elezioni del 1945.

22/12/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Matteo Bifone

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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