Viaggio in Cile, il paradiso del libero mercato

Il racconto e l’analisi di un emigrato italiano in Cile, patria del libero mercato senza freni. Tra disuguaglianza, povertà, disperazione e tanta voglia di uno stato sociale come (fu) quello italiano.


Viaggio in Cile, il paradiso del libero mercato Credits: “Campamento” cileno (dal giornale online “La Tercera”)

Al giorno d’oggi siamo tutti abituati – o dovremmo forse dire rassegnati? – a una società basata sul libero scambio di beni e di servizi, in cui i movimenti internazionali di merci e di capitali trovano sempre meno barriere, o restrizioni e lo Stato, quasi inesistente per garantire i diritti sociali, interviene pesantemente a tutela degli interessi padronali.

I lettori de “La città futura”, sanno che il modello economico attualmente egemone prende spunto dalle teorie liberali dei cosiddetti “economisti classici” - Adam Smith, e David Ricardo per citare solo quelli più famosi - pur rinnegandone le parti più pericolose per la salvaguardia dello status quo. La giustificazione di questo modello ha trovato nuovo vigore nel lavoro teorico, politico e soprattutto divulgativo di Milton Friedman, padre del cosiddetto “neoliberismo” in auge a partire dalla prima metà degli anni ’70 del secolo scorso.

Qualche lettore forse ignora che Friedman ha scelto proprio i turbolenti anni e scenari della dittatura cilena per “sperimentare” questo modello, trattando i poveri abitanti di questo sperduto angolo del mondo alla stregua di cavie.

Il fatto stesso che il miglior laboratorio per implementare un modello che dichiara come suo valore fondante la “libertà” sia stato rappresentato da una feroce dittatura che non esitava a torturare in stadi adattati a campi di concentramento i suoi oppositori politici, è un’evidente contraddizione in termini, su cui oggi non mi soffermerò, dato che famosi scrittori, artisti e giornalisti hanno già detto la loro su questo (consiglio in particolare il libro “The Shock Doctrine” di Naomi Klein).

Io, semplice informatico italiano espatriato in questa bellissima terra, senza particolari abilità o vocazioni letterarie, proverò a offrirvi un punto di vista più pragmatico: quali sono, a più di quaranta anni di distanza, gli effetti di questo modello nel paese usato da Friedman e dai Chicago Boys come “incubatrice” per la sua crescita e diffusione? Quali differenze ho riscontrato nel paragone con il mio paese di origine dove – tutto sommato – un barlume, una parvenza di Stato sociale ancora rimane, seppur picconato da agguerriti nemici del popolo e dell’inflazione?

Farò quindi il massimo sforzo per affrontare la questione diligentemente, nei suoi principali aspetti e implicazioni nella vita di tutti i giorni.

Dal punto di vista politico, forse non tutti sanno che in Cile vige ancora la costituzione del 1980 , quella di Pinochet e “architettata” da Jaime Guzmán. Una responsabilità molto grave in merito ce l’ha “la sinistra”, soprattutto considerando che dalla fine della dittatura (1990 – dopo il referendum del 1988) fin quasi ai giorni nostri (2010 - primo governo di Piñera, una specie di Berlusconi locale) il governo del paese è stato, per un ventennio, un monocolore che in Cile si chiama “Concertazione”, un’alleanza di centro-sinistra senza comunisti (siamo entrati al governo nel 2014 e la differenza, nonostante i rapporti di forza estremamente sfavorevoli, si è notata).

Vi chiederete allora, allibiti: come mai non si è riusciti a cambiare questa stortura? Beh, la democrazia qui è arrivata grazie a una “transizione” e non con un processo rivoluzionario e costituzionale, in anni in cui l’ombra ingombrante e minacciosa del feroce dittatore era ancora presente. E poi la costituzione è una specie di “catenaccio” legale: per cambiarla c’è bisogno del 75%. La “sinistra” non ha mai messo con le spalle al muro la destra in cui ancora militano ex esponenti del “gobierno militar” o loro discendenti, eccetera. Dal canto suo, la comunità internazionale rispetta il principio di autodeterminazione dei popoli dato che qui non c’è petrolio , e dato che le risorse naturali - rame e litio principalmente - sono già quasi tutte in mano ai privati. Questa vera e propria prigione impedisce tra l’altro allo Stato di “fare impresa” (art. 21) a meno di non raggiungere il già menzionato quorum.

La solita storia insomma. Da questo primo confronto l’Italia esce apparentemente a testa alta; almeno fino a quando non ci riflettiamo un po’ su e ragioniamo sul fatto che articoli come “è una repubblica fondata sul lavoro” rimangono solo sulla carta in un paese in preda alla disoccupazione e alla precarietà. Per poi arrivare a un “quasi pareggio” se consideriamo che anche noi abbiamo i nostri “catenacci” - la UE, i trattati, l’Euro, eccetera – i quali sovrastano de facto la volontà popolare e democratica , rendendo inutile quel compromesso tra classi messo nero su bianco nella nostra carta dai padri costituenti.

Passiamo ora alle voci uguaglianza e meritocrazia, tra i principali obiettivi – a parole – della dogmatica religione del libero mercato. In Cile l’indice di Gini (che misura il grado di disuguaglianza nella distribuzione del reddito) è tra i 20 più alti al mondo (su 180 paesi), per l’esattezza il quindicesimo. Se nasci nel posto sbagliato – in una población, o in un campamento senza luce né acqua, oppure se sei un bambino cresciuto a fianco del letto del fiume Mapocho a Santiago, quasi sicuramente rimarrai lì. E così i tuoi figli, nipoti e discendenti.

Perché a causa del meccanismo di gestione finanziaria, il tuo povero quartiere avrà molti meno fondi rispetto alle zone orientali della città, più ricche (fra parentesi la proposta del governo gialloverde italiano di finanziare scuole, sanità e altri servizi con i proventi regionali, e quindi di penalizzare chi risiede nelle regioni più povere, assomiglia un po’ a questa nostra sperimentata organizzazione, che però è assai più grave perché interviene a livello di quartiere e quindi interviene con precisione puntuale nella discriminazione sociale); perché non hai i soldi per mandare tuo figlio nella scuola dei privilegiati; e infine, perché un paese dove la separazione tra classi sociali è addirittura fisica (Abbiamo una linea immaginaria nel centro - la plaza Italia - a oriente i ricchi a occidente i poveri), è inevitabile che il classismo la faccia da padrone e che i tuoi tratti somatici scuri e meticci, il tuo accento, tradendo le tue origini farà si che ti si apriranno meno porte.

In Cile, l’ascensore sociale è fermo al piano terra, stabile. Nella competizione meritocratica non tutti i corridori cominciano dalla stessa linea di partenza. Come potete ben immaginare, ciò ha ovvie ripercussioni sul discorso sicurezza ma anche sul progresso futuro di un paese che rinuncia al potenziale che potrebbe esprimere la (molto consistente) parte povera della sua popolazione, o alle prospettive di lungo termine che mal si conciliano con la logica del profitto.

Sotto l’aspetto logistico o urbanistico, abbiamo già sottolineato la follia di una capitale divisa in comunas; ognuna ha il suo sindaco, con poteri abbastanza ampi e autonomi che hanno come impatto uno scarso coordinamento tra differenti quartieri. Ma se guardiamo al Cile nel suo insieme, è ancora peggio: più di un terzo di un paese di 18 milioni di abitanti vive nella congestionatissima e inquinatissima Santiago; tralasciando la capitale e 4 o 5 cittadine dalle dimensioni paragonabili a quelle della mia Napoli, il resto del paese è rurale. La tendenza peraltro è in direzione di una maggiore centralizzazione, e della costruzione di “ghetti verticali ”.

E lo stato sociale, i servizi essenziali? Pensioni, sanità, asili, scuola, università, trasporti - e perfino l’acqua – sono in mano ai privati. La loro qualità, perfino per i ricchi, è nettamente inferiore a quella del nostro, tanto vituperato, sistema pubblico. È comune vedere laureati commettere i peggiori strafalcioni, pensionati alla fame, un pronto soccorso che prima di chiederti “come ti senti?” ti domanda se paghi in contanti o con la carta di credito, facendoti firmare, se i soldi non li hai, dei lunghissimi contratti “pagherò”. Ma anche paradossi come corsi del fiume deviati dalle terre di piccoli contadini, costretti a razionare le docce , per portare acqua alle coltivazioni di prodotti da esportazione.

E l’essere umano? Che caratteristiche hanno i cileni del dopo dittatura? La maggioranza di loro è impaurita, traumatizzata: qui si parla a bassa voce, soprattutto di politica, quasi come se la paura che il vicino o il collega di lavoro faccia la spia si fosse instaurata nel subcosciente collettivo. Molti di loro sono apparentemente individualisti, classisti, arrivisti - paradossalmente anche e soprattutto tra le classi meno abbienti. Ma basta guardare un bellissimo documentario dell’epoca (La batalla de Chile, la lucha de un pueblo sin armas. La insurrección de la burguesía del 1975) per rendersi conto che il cileno non è sempre stato così: lo è diventato, a forza di torture, paure, repressioni, ma anche a causa della propaganda martellante e ossessiva dei cosiddetti “mezzi d’informazione”.

A questo proposito, sulla TV stendo un velo pietoso: se pensate che non ci possa essere niente di peggio di RAI, Mediaset, La7 credo che il Cile potrebbe farvi cambiare idea . Provare per credere…

Perché vi ho rubato molti dei vostri minuti preziosi con la storia e l’attualità di un paese così lontano? Perché il Cile è importante, non solo e non tanto per quello che è o è stato, ma anche o soprattutto per quello che rappresenta. Un modello economico e sociale, che – a furia di golpe bianchi – cercano di implementare anche da noi.

Perché voglio che, ogni volta che qualcuno attaccherà quello che resta del nostro sistema pubblico con la scusa della corruzione, gridiate ai quattro venti il dolore di questo popolo oppresso da un sistema iniquo e surreale. Perché questo “esperimento” è costato la vita a migliaia di persone, e la sofferenza della tortura a molte altre.

Perché non dimenticare quello che è successo in questo angolo di mondo significa evitare che – con altri mezzi e strategie – accada lo stesso anche da noi .

16/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: “Campamento” cileno (dal giornale online “La Tercera”)

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L'Autore

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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