Come uscire dall’Euro in 5 mosse

Perché occorre uscire dall’Unione Europea e come farlo salvaguardando gli interessi dei lavoratori.


Come uscire dall’Euro in 5 mosse

Dopo che anche Lega e Movimento 5 Stelle hanno (obtorto collo?) dichiarato la loro fedeltà all’euro, all’Europa e alla Nato, c’è il rischio che rimanga fuori dai radar la discussione sulla permanenza o meno nella gabbia dei trattati europei. Eppure l'argomento è della massima importanza, dal momento che le regole previste da questi trattati escludono di fatto ogni possibilità di adottare politiche economiche non tanto rivoluzionarie, ma anche timidamente anticicliche. Infatti questa gabbia inibisce la possibilità di manovrare sulla quantità di moneta emessa, di manovrare sui tassi di interesse, di manovrare sui rapporti di cambio, di effettuare politiche di deficit spending, di definire la politica della banca centrale, in barba alla Costituzione, alla sovranità nazionale, agli esiti elettorali.

Tutto ciò comporta deflazione, tagli al welfare, impossibilità di intervenire nell’economia, necessità di privatizzare per fare cassa, peggioramento delle condizioni dei lavoratori e in generale dei proletari, accentuazione delle disparità sia all’interno dei singoli paesi che fra paesi solidi ed economie traballanti. Ne consegue ineluttabilmente che il potere di interdizione e di autodifesa dei lavoratori si vada restringendo e che la disgregazione del mondo del lavoro affievolisca la presa delle tradizionali organizzazioni di classe dei lavoratori. Non c’è da stupirsi, quindi, se il malcontento, laddove la sinistra non ha saputo svolgere un’opposizione efficace a queste politiche, si sia incanalato verso formazioni della destra xenofoba e fascista o qualunquiste (in Italia Lega e 5 Stelle).

L’imbarbarimento della società non è più un pericolo solo ipotetico, ma tangibile, come pure il pericolo di ritorni a regimi reazionari e di crescita dei movimenti più o meno palesemente fascistizzanti.

È quindi indispensabile che i comunisti, insieme alle altre forze interessate al progresso sociale, si pongano l’obiettivo di rompere questa gabbia. La speranza che si proceda a un’autoriforma da parte delle istituzioni oligarchiche e a-democratiche europee è vana, dato che occorre l’unanimità per ogni minima modifica così come quella di ottenere deroghe e per porre vincoli alla “libertà” dei capitali: un miraggio. La vicenda greca dovrebbe aver definitivamente soppresso queste speranze.

Un’obiezione frequente è che la strada già compiuta nel processo di mondializzazione renda obsoleta ogni ipotesi di ritorno a governare l’economia su base nazionale e addirittura che il “sovranismo”, anche quello di sinistra, contraddica il carattere internazionalista che ogni movimento comunista dovrebbe avere. Per quanto riguarda la mondializzazione, niente di nuovo sotto sole. La tendenza alla creazione di un mercato mondiale e a concentrazioni sovranazionali e transnazionali di imprese era stata già prevista da Marx e successivamente indagata a fondo da Lenin. Né l’uno né l’altro, tuttavia, hanno mai negato la necessità di intrecciare la lotta di classe contro lo sfruttamento con quella per la sovranità nazionale [1]. Come ha illustrato Domenico Moro, non bisogna confondere il cosmopolitismo borghese, per niente in contrasto coi caratteri dell’imperialismo dei nostri giorni, con l’internazionalismo proletario, come non bisogna confondere i movimenti di liberazione nazionale col nazionalismo di destra. È da tenere presente che le più grandi rivoluzioni socialiste realizzate nell’epoca contemporanea (Russia, Cina, Vietnam, Cuba, America Latina…) hanno avuto precisamente questo carattere, come del resto, per molti aspetti, anche la stessa nostra Resistenza al nazifascismo.

In ogni caso, volenti o nolenti, l’allargarsi in Europa della forbice fra stati creditori e stati indebitati potrebbe determinare la disgregazione dell’Unione. Occorre quindi essere preparati a tale evento e avere qualche idea su un percorso di uscita dall’Euro, sia per il caso che dovessimo fronteggiare questo ipotetico sfaldamento che per un’uscita volontaria, che riteniamo la cosa più opportuna, pur consapevoli delle difficoltà cui andremmo incontro.

Due possibili soluzioni alternative quella caldeggiata dall’economista keynesiano Joseph Stiglitz di una sorta di moneta parallela, che egli stesso definisce “un’uscita di fatto” dall’euro, e quella suggerita da Emiliano Brancaccio di utilizzare l’articolo 65 del Trattato Europeo per istituire controlli sulle fughe di capitali e ridurre la volatilità dei mercati finanziari e così “fermare la dittatura dello spread”, sono di estremamente difficile praticabilità finché saremo dentro l’Unione Europea, sia perché si dovrebbe tornare a mendicare, vanamente, l’autorizzazione alle istituzioni europee, sia perché il testo dell’articolo 65 è così contorto che si presta a interpretazioni che di fatto non consentirebbero tale blocco se non in casi estremi.

L’uscita dall’Euro, tuttavia, non sarebbe da sola risolutiva né sarebbe un pranzo di gala. Saremmo esposti alle più pesanti manovre speculative e si accenderebbe un processo inflattivo che colpirebbe soprattutto i lavoratori a reddito fisso (dipendenti). La svalutazione monetaria renderebbe ancora più pesante la gestione e la restituzione del debito denominato in euro. Sarebbe ancora più difficile ottenere credito dall’estero e presumibilmente ci sarebbe una fuga verso l’estero di capitali, non solo di quelli finanziari e con la necessità di dover arginare il rischio di un ulteriore smantellamento del nostro fragile apparato industriale.

Una situazione pesante, ma tuttavia è da ritenere che la permanenza nell’Unione Europea sia una prospettiva ancora peggiore. Per arginare le difficoltà occorrerebbe accompagnare l’uscita a misure che contemporaneamente pongano limiti al mercato, sostengano il welfare e affermino l’autonomia delle classi lavoratrici rispetto al sovranismo di destra. Si tratta di un percorso che passa per la riacquisizione degli strumenti di programmazione economica dismessi nel corso dei decenni a trazione (si fa per dire) liberista. Ecco alcuni passi necessari.

1) Preliminarmente occorre bloccare i flussi di capitale verso l’estero. Un provvedimento che deve essere drastico e tempestivo perché è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Quindi niente politica degli annunci, ma blocco a sorpresa, quando ancora siamo dentro l’euro e l’Ue, senza temere di esserne espulsi. Anche la ridenomianzione in lire del debito contratto in euro deve essere fatta con la tempestività in grado di prevenire le “scommesse” degli speculatori e delle agenzie di rating sulla nostra solvibilità.

2) L’altro provvedimento è abolire l’autonomia della Banca centrale dal governo, uno dei pilastri della dottrina liberista. Bankitalia deve poter nuovamente acquistare il debito pubblico, liberandolo dalla dipendenza dal capitale finanziario, e orientare in maniera virtuosa il sistema bancario nel suo insieme. A tale scopo sarebbe necessario ripristinare la separazione fra le banche commerciali e le banche d'affari, procedendo almeno alla pubblicizzazione degli istituti maggiori, di modo che il credito possa essere incanalato verso gli obiettivi della programmazione.

3) Nessuna politica industriale è possibile se non si procede nuovamente alla nazionalizzazione delle aziende maggiori nei settori strategici dell’energia, delle comunicazioni, delle infrastrutture, della chimica e di alcune produzioni di alta tecnologia, mentre dovrebbero essere penalizzate con strumenti fiscali adeguati le imprese che rilocalizzano all’estero le loro produzioni. Naturalmente anche la gestione dei servizi pubblici essenziali dovrebbe tornare ad essere pubblica.

4) Occorrerà tutelare i salari dal prevedibile iniziale processo inflattivo attraverso il ripristino della scala mobile o di altra forma di indicizzazione dei salari. La necessità di ripristinare le altre tutele del lavoro devastate negli ultimi decenni è naturalmente scontata a prescindere dall’appartenenza o meno all’Unione. Solamente che nel contesto dell’Unione questa necessità non può trovare risposta a causa del dumping sociale che le regole europee impongono.

5) Per quanto riguarda le relazioni economiche internazionali, visto che negli ultimi decenni i maggiori progressi in campo economico e sociale li hanno registrati i paesi in via di sviluppo che hanno bandito le politiche liberiste, dovremmo trovare in quei paesi la nostra naturale sponda sia in forma di accordi bilaterali, anche tenendo conto della nostra collocazione geografica nel mezzo del Mediterraneo, che di adesione a blocchi economici integrati, sul modello dei Brics, dell’Alba ecc. L’internazionalismo si può praticare anche in questo modo, non certo, comunque, amoreggiando con il cosmopolitismo à la page.

Il lettore dirà che si tratterebbe quasi di una rivoluzione. È così in effetti. E questo spiega perché i centri di potere economico e finanziario sono così contrari all’uscita dall’Euro e perché il governo di destra Salvini-(Conte)-Di Maio non potrà mai realizzare tale uscita salvaguardando contemporaneamente gli interessi dei lavoratori. Ma il nostro compito è o non è quello di fare la rivoluzione?


Note

[1] Si veda per esempio V. I. Lenin, Sul diritto delle nazioni all’autodecisione, in Opere scelte, Ed. Riuniti, 1965.

23/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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