Del baciare il rospo

Seguendo la logica del meno peggio siamo giunti all’assurdo: un movimento di massa che anziché contrastare l’attuale governo antipopolare si mobilita per far fronte al prossimo governo ancora più antipopolare che quello attuale necessariamente produrrà


Del baciare il rospo Credits: https://www.matrimonio.com/forum/quanti-rospi-avete-baciato-prima-di-trovare-il-vostro-principe-azzurro--t447596

Mentre in Francia, in Cile, in Colombia e in tantissimi altri paesi del mondo assistiamo a imponenti movimenti volti a interpretare dal basso contro l’alto il conflitto sociale, in Italia viviamo una situazione assolutamente paradossale. Il più significativo movimento popolare di massa, che ha riempito le piazze delle città italiane, invece di contrastare le misure decisamente antipopolari dell’attuale governo, si mobilita in preparazione del governo ancora più antipopolare che proprio le politiche dell’attuale stanno inevitabilmente preparando. Purtroppo tale paradossale anomalia non è certo la prima volta che si produce nel nostro disgraziato paese.

In effetti il tentativo di alzare in Francia l’età pensionabile, che sta producendo imponenti scioperi e un vasto conflitto sociale dal basso, in Italia è passato in modo sostanzialmente indolore per le classi dominanti, proprio grazie alla reiterata politica tafazzista del baciare il rospo. Tale metafora è stata utilizzata per la prima volta nel 1995 dal quotidiano “Il manifesto” per sostenere la politica trasformista dei parlamentari del Partito della Rifondazione comunista che, con Vendola in testa, abbandonavano il partito e il programma per il quale erano stati eletti, per sostenere il governo Dini, che avrebbe realizzato in modo indolore proprio quella controriforma delle pensioni che alimenta in Francia la lotta di classe dal basso.

Tale scelta suicida della quasi totalità della sinistra parlamentare di allora era, per altro, del tutto ingiustificata, in quanto era proprio Dini, uomo del Fondo monetario internazionale, che da ministro del precedente governo Berlusconi aveva promosso una analoga controriforma delle pensioni, provocando la mobilitazione di milioni di lavoratori inferociti, che avevano per altro provocato la caduta del governo Berlusconi, costringendo i populisti della Lega a togliergli il proprio appoggio per non perdere la propria base di massa. Il governo Dini, dunque, con il sostegno di quasi tutta la (a)sinistra parlamentare e la piena copertura dei sindacati maggiormente rappresentativi, riuscì a realizzare senza colpo ferire quello che non era riuscito al governo più a destra dal secondo dopoguerra.

Anche in tal caso, la paradossale giustificazione, era stata che solo così, ovvero realizzando le politiche antipopolari che non erano riuscite alle destre, era possibile evitare, per il momento, un nuovo governo di destra. Naturalmente, anche in quel caso, l’imbroglio emerse ben presto, infatti dopo aver appoggiato uno dei governi che aveva portato avanti le politiche più antipopolari dalla nascita della Repubblica, alle successive elezioni i ceti sociali dei partiti della (a)sinistra, che aveva coperto con i sindacati neocorporativi tale macelleria sociale, si astennero, consentendo così la nascita di un nuovo governo Berlusconi, ancora più a destra del precedente.

Per portare a compimento la controriforma delle pensioni e aprire così la strada alla destra ancora più radicale della Lega – che sarebbe divenuta in breve il primo partito in Italia (cosa prima assolutamente inimmaginabile e imprevedibile, tanto che la Lega era data già per spacciata da molti commentatori) – c’era stato bisogno di baciare un secondo rospo: Mario Monti. Anche in questo caso, in realtà, non ce ne sarebbe stato nessun bisogno, visto che il precedente governo Berlusconi era caduto rovinosamente e la sua parabola politica si avviava ormai sul viale del tramonto. In questo caso fu la totalità della (a)sinistra parlamentare a baciare del tutto gratuitamente il nuovo rospo, con la fantastica giustificazione del redivivo Vendola, per cui il governo Monti avrebbe realizzato una patrimoniale e avrebbe portato rapidamente a nuove elezioni. Evidentemente ben altro era il programma del nuovo governo, non a caso guidato dall’economista da sempre di riferimento del centro-destra, in contrapposizione a Prodi, punto di riferimento del centro-sinistra. Ancora una volta con la copertura dei sindacati maggiormente rappresentativi la controriforma fu portata a termine senza colpo ferire.

Tale nuovo tradimento della “sinistra” parlamentare non poteva che far crescere di nuovo l’astensionismo di massa fra i suoi gruppi sociali di riferimento, o il voto di protesta per i demagoghi di “sinistra” del M5s o addirittura per la Lega, l’unica a raccogliere le firme e a promettere di abrogare la contro-riforma della pensioni (targata Fornero).

Così, per la terza volta, dopo la caduta del governo M5s-Lega, ecco di nuovo tutta la sinistra parlamentare a fare a gara per essere in prima fila nella ormai tradizionale cerimonia trasformista del bacio del rospo.

Ne nasceva un governo anti-popolare sorto proprio dall’appoggio decisivo fornito – tanto dal Pd, quanto dai sedicenti eurocritici pentastellati – al governo più apertamente di destra dell’Unione Europea, quello dell’aristocratica militarista Ursula von der Leyen. Il nuovo governo, nato proprio come cinghia di trasmissione nel territorio italiano, delle politiche ultraliberiste del governo europeo, non ha avuto nemmeno più la decenza di nascondersi dietro un governo tecnico, ma è sorto dall’alleanza di tutta la (a)-sinistra parlamentare con i demagoghi “di sinistra” pentastellati. Anche in questo caso al governo era garantita la pace sociale, dinanzi alle sue politiche antipopolari, dalla copertura offerta di nuovo gratuitamente dai sindacati neocorporativi.

Ed ecco il nuovo governo subito pronto a realizzare quello che aveva iniziato, senza riuscire a portare a termine, il governo precedente. Si comincia subito con uno stravolgimento della Costituzione, con la netta riduzione del numero dei parlamentari, una controriforma del tutto identica a quella realizzata, non a caso, da Benito Mussolini. Dal momento che si tratta ancora una volta di una controriforma che favorirà la netta affermazione della destra radicale si ricorre a un rimedio peggiore del male. Si cerca di modificare nuovamente la legge elettorale, non per farla tornare la più democratica possibile, nello spirito della Costituzione, ma unicamente per favorire i partiti attualmente più forti e le consorterie locali. Non a caso si prende come modello quello spagnolo, costruito ad arte per rendere tendenzialmente nulla la rappresentanza della sinistra radicale e per avvantaggiare i potentati locali.

Non a caso un altro cavallo di battaglia che il precedente governo – pur egemonizzato da Salvini – non era riuscito a portare a termine, ovvero la secessione dei ricchi, è divenuto da subito uno degli obiettivi del nuovo governo, che non incontrerà più, anche in questo caso, la netta contrarietà da parte dei sindacati. Infine, per limitarci alle misure più eclatanti, la discontinuità rispetto al governo precedente si è incentrata su un unico cardine, ovvero eliminare ogni forma di opposizione, per quanto più apparente che reale, rispetto al governo ultra-liberista dell’Unione europea, sebbene quest’ultimo, come abbiamo visto, si sia spostato su posizioni ancora più apertamente anti-popolari. Ecco così che il governo sorto dal terzo bacio del rospo ha deciso di mettersi da solo il cappio al collo, che i poteri forti del capitale finanziario europeo gli avevano preparato, ovvero un’ulteriore estensione del fatidico fiscal compact, volto sostanzialmente a istituzionalizzare il devastante programma antipopolare imposto al governo greco, dopo la vittoria della sinistra.

In tal modo l’opposizione, dato che sostanzialmente tutta la “sinistra riformista” e revisionista, oggi assolutamente preponderante, è unita nel sostegno al governo, non poteva che essere nuovamente abbandonata nelle mani della “destra sociale” e populista. Ecco così che solo Salvini e i post-fascisti erano in grado di riempire le piazze e di vincere le elezioni locali, anche in feudi storici della sinistra, principalmente a causa dell’astensionismo delle classi di riferimento, ancora una volta tradite dal trasformismo di “sinistra”. Anche perché, la sinistra radicale, mai così divisa e impotente, non riusciva ad andare al di là dell’organizzazione di scioperi e presidi di testimonianza.

In questo panorama così oscuro – necessario prodotto del diabolico perpetuarsi del medesimo errore di baciare il rospo, metafora atta a occultare il purtroppo consueto trasformismo “di sinistra” – anche la regione rossa per eccellenza, l’Emilia Romagna, era prossima a cadere senza colpo ferire nelle braccia della destra radicale e razzista, nonostante il centro-sinistra si sia vergognosamente schierato con la secessione dei ricchi, per guadagnare consensi a destra. A questo punto un imprevedibile colpo di scena, sembra aprire uno spiraglio per evitare una sconfitta catastrofica data quasi per scontata. C’è stato, infatti, un primo significativo segnale di vita di una sinistra, considerata da tutti morta, o sul punto di morire. Proprio a Bologna – primo grande comune conquistato storicamente dalla sinistra, dove stava per celebrarsi il trionfo della destra radicale – un movimento spontaneo di massa, privo di uno straccio di programma o di punto di riferimento politico, si è levato in piedi, ha strappato le piazze che sembravano ormai colonizzate dalla destra, ed sembrato gridare a una sola voce: No pasarán!

La spontaneità è al contempo la grande forza e la debolezza di questo movimento. La forza perché nessuna organizzazione dell’attuale sinistra, così squalificata dai ripetuti errori, non si sarebbe mai neppure sognata di poter dar vita a qualcosa di simile. D’altra parte è evidente che il vuoto in politica non esiste, e mancando un chiaro orientamento politico, una direzione consapevole (anti capitalista o almeno antiliberista), uno straccio di programma reale, un barlume di coscienza di classe e di autonoma visione del mondo, questo imponente movimento rischia di essere egemonizzato dall’ideologia dominante. Anche perché l’ideologia della classe dirigente è destinata a dominare sino a quando i subalterni non si saranno dotati di una autonoma e antagonista concezione del mondo. Del resto anche la storia più recente, a partire dal Medio-oriente e dalle primavere arabe, ci mostra come spontanei movimenti di protesta popolari, essendo privi di una direzione consapevole, hanno finito per essere strumentalizzati dall’ideologia dominante. Qualcosa di analogo rischia evidentemente di avvenire in Italia, dal momento che questo movimento spontaneo, se non ci sarà chi si batterà per fargli sviluppare un’autonoma visione del mondo, finirà per baciare l’ennesimo rospo, sostenendo a livello locale, nazionale ed europeo le politiche antipopolari di questo governo. In questo caso, nel medio periodo, le destre non potranno che tornare al governo.

Bisogna però evitare le facili profezie che si auto-avverano e ricordare sempre l’insegnamento di Che Guevara, ovvero che l’unica battaglia persa è quella che non si è combattuta. Resta, perciò, essenziale battersi per contrastare l’egemonia dell’ideologia dominante su questo imponente movimento spontaneo, che rischia altrimenti di perdere ben presto la sua genuina spontaneità e la sua imprevedibile imponenza.

04/01/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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