Gli studenti cinesi sono davvero spie?

Sui grandi media internazionali infuria una polemica che puzza di paranoia e razzismo.


Gli studenti cinesi sono davvero spie? Credits: https://www.flickr.com/photos/pablobm/

La CIA lancia l’allarme: i cinesi ci spiano attraverso i cellulari Huawei. I servizi segreti tedeschi anche: la Cina ci spia attraverso Linkedin. E poi The Economist e gli altri grandi media: la Cina ci spia e ci influenza attraverso gli Istituti Confucio, attraverso gli accademici che lavorano con la Cina e attraverso gli studenti cinesi all’estero.

Da qualche mese il dibattito sull’influenza cinese nei paesi occidentali è approdato sui grandi media, fino ad arrivare alla copertina dell’Economist. Secondo la bibbia dei capitalisti “la nuova forma dell’influenza cinese” è quella di una “sharp power”, un potere “tagliente”, in opposizione all’hard power militare e al soft power culturale.

Ma di cosa si parla, esattamente?

Da molto tempo, nei circuiti specializzati, sono partite discussioni sull’influenza dello stato cinese e del Partito Comunista Cinese in molti paesi occidentali, discussioni in cui si mischiano casi di corruzione, operazioni politiche compiute alla luce del sole e una buona dose di paranoia anti cinese.

Gli studenti

La forma più esplicitamente paranoica di questa discussione è sicuramente quella sugli studenti cinesi all’estero. La Chinese Students and Scholars Association è accusata di ricevere fondi dalle ambasciate cinesi e di essere sostanzialmente un organo di controllo per irregimentare gli studenti. Un caso famoso è quello della studentessa Yang Suping che ha tenuto alla Univeristy of Maryland un discorso sulla libertà di pensiero in cui veniva criticato il governo cinese. Il discorso divenne un caso politico, con pesanti critiche da parte di altri studenti cinesi – sostenuti dalla CSSA locale – ed arrivò addirittura sulle pagine del Global Times, uno dei più importanti giornali cinesi.

Il paese che più è al centro di queste polemiche è l’Australia. Una commissione d’inchiesta del parlamento australiano sta indagando sull’influenza di Pechino e, tra i suoi collaboratori c’è il professore di etica pubblica Clive Hamilton, autore del libro “Silent Invasion: How China Is Turning Australia into a Puppet State” (in italiano “L’invasione silenziosa: come la Cina sta trasformando l’Australia in uno stato fantoccio”). Il libro è stato rifiutato da due case editrice timorose di ritorsioni da parte cinese (a seconda della fonte, sotto forma di azione legale o sotto altre forme non precisate) e infine pubblicato dall’editore Hardie Grant. Nel libro, Hamilton definisce gli studenti “patriottici” come persone che “hanno subito il lavaggio del cervello dalla nascita”. La visione degli studenti come una massa amorfa pronta a ripetere come delle macchinette le posizioni ufficiali del Partito Comunista Cinese è razzista in maniera così plateale che il libro di Hamilton sta ricevendo pesantissime critiche in Australia anche da parti di autori decisamente non filo cinesi. Purtroppo, è anche una visione che stimola un razzismo anti-cinese diffuso nelle società occidentali, per cui i cinesi sono buoni solo se si ribellano al governo seguendo i desideri degli occidentali.

Fran Martin (Melboune University) riporta che gli studi condotti sugli studenti cinesi in Australia smentiscono la visione paranoica per cui gli stessi studenti cinesi sarebbero impegnati in una continua opera di spionaggio ai danni dei propri compagni di studio.

Le università

Com’è evidente, le università sono un terreno di battaglia. Oltre agli studenti, è la ricerca a finire sotto torchio.

Pochi mesi fa il governo cinese ha ottenuto che gli editori scientifici Springer a Cambridge University Press non rendessero accessibili dalla Cina pubblicazioni a riguardo di una serie di argomenti “sensibili” (Tiananmen e così via). Dopo aver accettato, Cambridge University Press ha ripristinato tutte le sue pubblicazioni. Questo è un caso in cui il governo cinese ha usato la sua influenza alla luce del sole. Molte accuse vengono mosse, invece, di agire nell’ombra.

Il fronte principale di accuse sono gli Istituti Confucio (IC), dedicati all’insegnamento all’estero della lingua e della cultura cinese, che spesso vengono aperti all’interno delle università. Dipendendo dal Ministero dell’Educazione di Pechino, questi istituti sono visti da molti come un mezzo di pressione del governo cinese sulle università, un mezzo per propagandare un insegnamento dei temi cinesi in chiave filo governativa e magari anche per scoraggiare la ricerca su temi non graditi al governo.

Anche qui, è possibile richiamare almeno un caso eclatante come quello di un convegno in Portogallo nel 2014, in cui il locale Istituto Confucio ha chiesto e ottenuto la rimozione di un’istituzione culturale di Taiwan dagli organizzatori. Dopo questo incidente, molte università occidentali hanno posto fine alla collaborazione con gli IC. Tra queste, l’Università di Stoccolma. L’ormai ex direttore dell’IC di Stoccolma, Torbjörn Lodén, ha ovviamente criticato la decisione, specificando che nella sua attività accademica aveva sempre potuto tranquillamente lavorare su temi sgraditi a Pechino. Lodén ha ricordato di aver organizzato a Stoccolma una conferenza sulla situazione della minoranza uigura e di aver firmato articoli in favore di Liu Xiabo, il controverso premio nobel per la pace dissidente, morto poco dopo per tumore mentre era ancora in stato di arresto.

D’altra parte, si può osservare come in molte altre università collegate a un Istituto Confucio continuino le attività di ricerca e di insegnamento anche su temi politicamente problematici per Pechino. Tornando all’articolo dell’Economist, è la stessa rivista ad ammettere che una delle caratteristiche dello sharp power è che sia molto difficile stabilire un nesso di causa-effetto che colleghi questi fenomeni al governo cinese. Sarebbe forse più interessante che i grandi media cercassero di fare luce sui casi di corruzione che legano i paesi occidentali alla Cina. Ma capiamo che sia più facile indicare centinaia di migliaia di studenti cinesi come spie piuttosto che indagare su chi, per esempio, ha fa girare cifre colossali nel calcio italiano.

03/03/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Paolo Rizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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