Il nuovo governo Bolsonaro: composizione e prospettive socio-politiche

Il nuovo governo eletto in Brasile tira giù la maschera democratica e colloca quella fascista.


Il nuovo governo Bolsonaro: composizione e prospettive socio-politiche Credits: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/il-voto-dei-generali-la-campagna-del-clube-militar/

Il prossimo presidente eletto brasiliano, Jair Messias Bolsonaro, ha già scelto i 22 nomi dei ministeri che comporranno il suo governo, che si insedierà ufficialmente il 1 gennaio 2019. Quest'articolo vuole tracciare un quadro dei suoi principali esponenti.

Innanzitutto va sottolineato come Bolsonaro abbia passato tutta la campagna elettorale ad affermare che avrebbe ridotto il numero dei ministeri dagli attuali 29 a un massimo di 15, che sono poi diventati alla fine 22; e che non avrebbe scambiato appoggio politico in cambio di incarichi ai partiti che lo sostenevano. In realtà vedremo che non è proprio così, e che anzi molti degli incaricati hanno poco a che fare con la materia di cui dovranno occuparsi, o sono coinvolti in scandali legati al proprio settore di origine.

Il super ministro dell'Economia (ministero che ingloberà anche gli estinti ministeri dell'industria, del commercio e della pianificazione e che controllerà anche la segreteria che attualmente si occupa di privatizzazioni e concessioni) sarà Paulo Guedes, economista di scuola neoclassica formato presso l'università di Chicago, che ha già lavorato in Cile durante la dittatura di Pinochet e al centro di uno scandalo finanziario per aver speculato su un fondo di pensione brasiliano. Il suo programma economico è chiaro: privatizzare tutto il privatizzabile. La sua idea era quella di ridurre l'indebitamento pubblico attraverso un programma vasto e rapido di privatizzazione di tutte le imprese statali. Successivamente Bolsonaro lo ha parzialmente smentito, affermando che saranno preservate le aziende definite come strategiche (Petrobras e Banco do Brasil).

La ministra dell'agricoltura, che risponde all'esigenza di garantirsi l'appoggio del settore più retrivo del latifondo semi-feudale, sarà Tereza Cristina, al centro di uno scandalo per aver favorito un'impresa in cambio di denaro nel 2013; già nota alle cronache parlamentari brasiliane per aver presentato un disegno di legge per sottrarre la competenza sulle riserve indigene dallo Stato federale e passarla al congresso e per aver fatto approvare da presidente della commissione della apposita commissione parlamentare una legge per permettere l'aumento dell'uso di sostanze tossiche nei raccolti per aumentare la produzione, e dunque il commercio.

L'idea che tra le altre più la caratterizza è quella di considerare come “terroristi” i movimenti sociali che lottano per la riforma agraria (Movimento Sem Terra e lega dei contadini poveri) approfittando dell'impianto creato dall'infausta legge anti-terrorismo del 2016 e provvedendo ad emendarlo in senso ancora più reazionario.

Due ministri, di importanza peraltro strategica, sono invece stati fortemente appoggiati dall’autoproclamatosi filosofo Olavo de Carvalho [1], scappato negli Usa dopo la vittoria del PT: Ernesto Araujo come ministro delle relazioni internazionali e Ricardo Velez Rodriguez come ministro dell'educazione. Il primo, nominato ambasciatore da poco tempo, è noto alle cronache per aver creato un blog nel 2017 dal quale denunciava i pericoli del globalismo, che sarebbe a suo avviso la globalizzazione sotto l'egemonia del marxismo culturale, del climatismo, l'idea cioè che esista una relazione tra emissioni di gas serra e riscaldamento globale definita come una cospirazione del marxismo internazionale. Lo stesso si prodigava in numerosi elogi di Trump, descritto come il salvatore dell'Occidente. La sua concezione di politica esterna è chiara: subordinazione totale alla politica estera degli Usa, avvicinamento a Italia e Israele e soprattutto spostamento dell'ambasciata brasiliana in Israele da Tel aviv a Gerusalemme, che potrebbe determinare (e in realtà ha già determinato) grosse ripercussioni con i paesi arabi, storici destinatari insieme alla Cina delle esportazioni di carne brasiliana.

Il nuovo ministro dell'educazione, che ha fin da subito suscitato il fondamentale appoggio per il governo del fronte parlamentare evangelico, che riunisce tutti i parlamentari di quella fede religiosa per battaglie comuni, è un colombiano conosciuto per le sue posizioni contro il pensiero “scientificista”, contro “l'ideologia di genere”, e sostenitore del per ora archiviato progetto di legge chiamato “scuola senza partito”, volto a limitare la libertà dei docenti e professori per evitare casi di supposta “indottrinamento” (ovviamente di sinistra) a danno degli studenti. Il suo progetto di educazione, se così lo vogliamo chiamare, è però quello di fare dell'educazione qualcosa al servizio del cittadino e non al servizio di una “casta” che ha costruito un insegnamento alieno alla società brasiliana e che sarebbe strutturalmente conservatrice, e in particolare un'idea errata del golpe militare del 1964, che andrebbe invece celebrato.

Evangelica è anche la nuova ministra dei diritti umani, da sempre schierata contro aborto e contro l'emancipazione della donna. Sergio Moro sarà invece il nuovo ministro della giustizia, conosciuto per essere uno dei quadri principali dell'operazione “Lava Jato”, che con una manovra diversiva ha inquisito e fatto condannare politici di diversi schieramenti per poi concentrarsi sul PT, e in primis su Lula. Moro sarà probabilmente l'autore di un'operazione volta a condannare per corruzione i principali quadri del PT stesso.

Ma questo è anche e soprattutto un governo di militari, a partire dal presidente, dal suo vice e da altri 5 militari collocati in posti chiave del governo, un numero addirittura superiore a quello del primo governo post-golpe del 1964.

Il “ritorno” dei militari al potere (semmai realmente se ne fossero andati visto che la ri-democratizzazione è durata 5 anni ed è stata interamente gestita da loro) è elemento che suscita inevitabilmente preoccupazioni. Dobbiamo far presente che l'esercito in Brasile ha subito nel corso del XX secolo due grandi epurazioni: quella del 1937, dopo il fallito tentativo rivoluzionario del PCB del 1935 con l'appoggio di una parte minoritaria dei militari e quella, più consistente, post-golpe del 1964, che ha visto oltre 6.500 tra allontanamenti, arresti, o uccisioni, di militari ostili al nuovo ordine che si andava definendo.

Ciò che è rimasto, dopo questo tipo di “pulizia” è un esercito male armato, con molti privilegi (che in qualche modo “compensano” l'uscita dal potere) e che ha una consistente ala golpista, di cui Mourao (vice eletto di Bolsonaro) esprime una tendenza: quella del ruolo disciplinante dell'esercito, nel caso in cui il “caos” sociale prevalesse.

I militari avranno nel prossimo governo non solo presidente e vice, ma anche il capo gabinetto della sicurezza nazionale, il generale Heleno, difensore del golpe militare del 1964 contro la comunistizzazione e contro la demarcazione delle terre indigene; il ministro dell'energia, difensore di un progetto di sviluppo del paese in forma subordinata agli Usa; il segretario di governo Dos Santos Cruz già collaboratore del ministero di Giustizia nel golpista governo Temer; il ministro della Difesa Fernando Azevedo, che ha già presieduto il comitato di sicurezza olimpico durante il governo Dilma e che afferma che i militari sono “vaccinati” alla politica; il ministro di Scienza e Tecnologia Marcos Pontes, ex astronauta la cui missione su Marte è stata finanziata dal governo Lula, poi prepensionato per vivere di libri e conferenze e infine il ministro del nuovo ministero dell'Infrastruttura (che riunirà il ministero dei Trasporti con altri organi) Tarcisio Gomes.

In ogni caso il fatto che Bolsonaro abbia dato ampio spazio a figure militari non deve sorprendere, dato che costituiva una delle sue principali promesse elettorali. D'altro canto lo Stato di Rio de Janeiro, suo storico feudo elettorale, è stato in quest'ultimo anno il primo “esperimento” di un “nuovo” ruolo dei militari nella gestione dell'ordine pubblico: le incapacità e le complicità del governo statale hanno spinto nel febbraio 2018 il presidente Temer a promuovere, con l'avallo complice del Parlamento, un intervento militare della federazione, con il sostanziale commissariamento della polizia, e la militarizzazione delle zone nei dintorni delle tristemente famose “favelas” di Rio. Il risultato è stato come prevedibile: un aumento delle morti e degli abusi ai danni degli abitanti delle periferie, anche perché i militari non hanno un addestramento adeguato ad operare in contesti urbani, un aumento della paura e della violenza quotidiana che unite a una propaganda fascista hanno condotto a un'ottima affermazione di Bolsonaro come candidato presidente e all'exploit elettorale di Witsel, ex giudice la cui proposta principale per risolvere il problema della criminalità a Rio è comprare droni israeliani per uccidere i trafficanti che si nascondono nelle favelas [2] come nuovo governatore dello Stato di Rio de Janeiro.

Quello di Bolsonaro ci appare essere chiaramente un governo fascista, per giunta con all'economia un ultra liberale, e il Cile ci ha già insegnato che dittatura e neoliberalismo sono totalmente conciliabili.

Ma allo stesso tempo questo governo è pieno di contraddizioni: i militari sono tendenzialmente nazionalisti in economia (ovviamente non nel senso di lotta contro l'imperialismo ma di sviluppo nazionale subordinato a esso), ostili alle privatizzazioni e più pragmatici in politica estera [3] mentre il prossimo ministro dell'economia vorrebbe privatizzare tutto.

Fondamentale sarà dunque per il governo comporre una base parlamentare solida, che includa tutto il blocco chiamato “Centro”, conglomerato di piccoli partiti di orientamento conservatore che appoggiano qualunque governo che non tocchi i loro interessi (tanto per essere chiari hanno appoggiato sia i governi Lula che quelli di Dilma) per portare avanti le “riforme” che vogliono i mercati finanziari, su tutte quella previdenziale, che equipari al ribasso sul fronte dei diritti sistema pubblico e privato e aggradare almeno parzialmente la propria base “popolare” con misure di matrice populista come la liberazione del porto d'armi.


Note
[1] Lo definiamo “autoproclamato” visto che non ha mai cominciato, quindi nemmeno concluso, alcun corso di filosofia.
[2]Peccato però che i capi del traffico non abitino in “favela” ma nei quartieri ricchi di Rio e San Paolo da cui dirigono e controllano queste aree.
[3]Lo stesso vice di Bolsonaro ha affermato a più riprese che era necessario fare una politica esterna aperta a tutti i paesi e che caso fosse necessario egli stesso avrebbe potuto dare un golpe contro Bolsonaro.

22/12/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Matteo Bifone

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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