La guerra dei bambini-soldato

Un orrendo fenomeno utilizzato anche dall’ISIS, ma già diffuso da troppo tempo.


La guerra dei bambini-soldato

Studi recenti confermano la permanenza e l’ulteriore sviluppo di questo orrendo fenomeno, utilizzato anche dall’IS, ma già diffuso da troppo tempo. Ad intere generazioni continua ad essere tolta e brutalizzata l’infanzia. Bambini e adolescenti vengono regolarmente reclutati nelle forze armate del loro stato, altri fanno parte di armate di opposizione ai governi.

di Laura Nanni

La situazione dell’infanzia oggi nei territori di guerra è terribile, l’utilizzo e lo sfruttamento senza scrupoli di bambini e bambine da parte dell’IS ci turba profondamente, ma questa è purtroppo una realtà che dura da molto. Nel 2001, a seguito di una ricerca per una tesi sulla politica internazionale, mi ero soffermata sulla tremenda realtà dei bambini-soldato, un fenomeno di cui dovevo necessariamente comprendere più a fondo l’entità perché, quando ci battiamo contro l’ingiustizia e la disumanità della guerra, bisogna che arriviamo a considerarla nella concretezza di tutte le sue estensioni.

“Indottrinati nell'Islam più radicale, addestrati a combattere con armi automatiche, a resistere a dolore e fatica, a tagliare la gola o sparare alla testa di ostaggi inermi provandone orgoglio, come in un bel gioco: i piccoli mujaheddin allevati in Siria e in Iraq dai jihadisti dell'Isis, che li chiama affettuosamente i Cuccioli del Califfato, sono migliaia, forse un'intera generazione perduta.” (Panorama maggio 2015)

Arruolati a forza, oppure rapiti dalle loro case dallo Stato islamicoa Raqqa, nella Siria centrale, capitale del Califfato, già a dodici anni se non prima, fatti entrare a forza in un campo di addestramento, oggi centinaia di bambini vengono preparati per le azioni terroristiche. Le famiglie vengono ricattate, minacciate e allontanate. Lì oltre alla vita militare, vengono indottrinati con il Corano e l'Hadith e addestrati alla fatica e alle armi.

La domanda: che cosa ne è stato e ne sarà di questa e di altre generazioni a cui è stata tolta l’infanzia, di coloro che riusciranno a sopravvivere e a non impazzire, che cosa ne sarà di loro e della società in cui vivono?

È una domanda che non dobbiamo eludere. Nel 2001 scrivevo che tra i tanti ostacoli e freni che rendono duro e difficile lo sviluppo dei Paesi del Sud del mondo, vedevo una grande minaccia che pesava e che sembrava essere un’ipoteca sul futuro. Perché lo sappiamo, il futuro, lo diciamo sempre, è nelle mani delle nuove generazioni.

Ma quali generazioni sono quelle che si sono formate e si stanno formando oggi nei Paesi africani? Quelli dove centinaia di migliaia di bambini sono quelli rapiti dalle loro famiglie per essere “addestrati” a divenire bambini-soldato?

Su quali risorse umane questi Paesi possono contare per migliorare le proprie condizioni di vita, dal punto di vista sociale, della democrazia, della professionalità, presupposti per una maggiore autonomia di gestione delle proprie ricchezze e della propria vita in generale?

Ancora queste domande, non sono cambiate, purtroppo rivelano la loro attualità e una mancata risposta, sul piano della politica internazionale che dovrebbe guardare allo sviluppo e alla pace di tutti i Paesi.

Nonostante alcune valide ONG, l’UNICEF stesso, che hanno realizzato campi per l’accoglienza e la rieducazione di molti di questi bambini perché potessero tornare ad una vita più umana e socialmente vivibile, perché le difficoltà a pianificare un futuro sono davvero tante. Nonostante interventi missionari ed altre organizzazioni: però manca una pianificazione politica su scala internazionale.

Non c’è rispetto della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e dell’Adolescenza approvata nel novembre del 1989 dall’Assemblea delle Nazioni Unite, che è stata oggetto di numerose revisioni ed ampliamenti del corso degli anni: non è stata neppure ratificata da tutti i Paesi.

“(….) Per un bambino, fare il soldato è una strategia di sopravvivenza a breve termine. A volte rapiti per essere sottoposti a riti iniziatici ove l’assassinio e la tortura sono moneta corrente. Se superano con successo questa prova di crudeltà ricevono un’arma, grazie alla quale possono procurarsi da mangiare e hanno accesso al bottino di guerra e alle donne. Un cambiamento di status sociale che trasforma la personalità di questi ragazzi: ”Sono nato un’altra volta sul campo. Non sarò più quello di prima…” Il consumo di alcool ed allucinogeni, in un ambiente in cui gli elementi magici e religiosi rivestono un ruolo essenziale, spiegano in parte l’adesione ad un tipo di vita così aberrante a quell’età.(….) Ed è ormai noto che i bambini utilizzati per trasportare armi e fiancheggiare i combattenti siano grandi consumatori di droghe, anche del tipo iniettabile (…). Da un articolo di Jacky Mamou [1] su “Le Monde diplomatique” del 2001, a proposito della situazione nei paesi africani e la Sierra Leone in particolare.

Dati sulla situazione dei bambini implicati nei conflitti armati

Più di 300.000 minori di 18 anni erano impegnati in conflitti nel mondo (dati 2001).

I dati di Amnesty oggi (al 2013) riportano la stessa cifra!

Centinaia di migliaia hanno combattuto nell’ultimo decennio, alcuni negli eserciti governativi, altri nelle armate di opposizione. La maggioranza di questi hanno da 15 a 18 anni ma ci sono reclute anche al di sotto dei 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell’età. Decine di migliaia corrono ancora il rischio di diventare soldati.

Il problema è più grave in Africa (il rapporto presentato nell’aprile 2000 a Maputo parla di 120.000 soldati con meno di 18 anni) e in Asia ma anche in America e Europa parecchi stati reclutano minori nelle loro forze armate.

Negli ultimi 20 anni è documentata la partecipazione a conflitti armati di bambini dai 10 ai 16 anni in 25 Paesi.

Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come "portatori" di munizioni, vettovaglie ecc. e la loro vita non è meno dura e a rischio dei primi.

Alcuni sono regolarmente reclutati nelle forze armate del loro stato, altri fanno parte di armate di opposizione ai governi. Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e frequentemente soggette allo stupro e a violenze sessuali. In Etiopia, per esempio, si stima che le donne e le ragazze formino fra il 25 e il 30 per cento delle forze di opposizione armata.

L’uso di armi automatiche e leggere ha reso più facile l’arruolamento dei minori; oggi un bambino di 10 anni può usare un AK-47 come un adulto. I ragazzi, inoltre, non chiedono paghe, e si fanno indottrinare e controllare più facilmente di un adulto, affrontano il pericolo con maggior incoscienza, per esempio attraversando campi minati o intrufolandosi nei territori nemici come spie.

Inoltre la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite. Quando questo non è facile si ricorre a ragazzi di età inferiore a quanto stabilito dalla legge o perché non si seguono le procedure normali di reclutamento o perché essi non hanno neppure i documenti che dimostrino la loro vera età.

Paesi che reclutano minori di 18 anni nelle forze armate con coscrizione obbligatoria o adesione volontaria

Dai dati pubblicati da Amnesty International ecco cosa risultava al 2001 (la lista non è completa):

Australia Finlandia Messico Austria Francia Namibia Bangladesh Germania Nicaragua Belgio Giappone Nuova Zelanda Buthan Honduras Norvegia Brasile India Paesi Bassi Burundi Indonesia Pakistan Canada Iran Perù Cile Iraq Portogallo Colombia Irlanda Regno Unito Corea Israele Sud Africa Croazia Italia Sudan Cuba Libia Uganda El Salvador Lussemburgo Stati Uniti Estonia Mauritania Yugoslavia.

C’è stato un vero imbarbarimento verso i bambini nel corso dei secoli.La natura della guerre, diventate oggi, sul piano dell’evidenza, prevalentemente etniche, religiose e nazionaliste, le rendono un fenomeno non più circoscrivibile ad eserciti e stati. Gli interessi economici le fomentano. I signori della guerra che le combattono non si curano delle Convenzioni di Ginevra e spesso considerano anche i bambini come nemici. Lo vediamo in Palestina con orrore.

Ma l’O.N.U. che cosa fa in questo specifico campo? Di fronte a queste tragedie, dopo aver stilato trattati e convocato importanti conferenze. (Sono organizzazioni che hanno anche dei costi per il loro funzionamento tra l’altro).

Questa organizzazione internazionale e tutte le sue appendici, come stanno svolgendo il loro ruolo?

 

Note:

[1] Pediatra, presidente ad honorem di Médicins du Monde.

22/01/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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