Un altro Cile è possibile

A 7 mesi dal trionfo del Apruebo, e dopo un anno e mezzo dallo scoppio della rivolta cilena, il paese compie un altro grande passo verso una Nuova Costituzione in Cile che cancelli la pesante eredità di Pinochet e dei Chicago Boys.


Un altro Cile è possibile

Cile, 17 maggio, due di mattina. Dopo due giorni di apprensione per una bassa affluenza – la quale faceva temere un esito non entusiasmante – i risultati delle elezioni sono sorprendenti, perfino per i più ottimisti. Un trionfo vero e proprio: forse non per i “puristi”, magari un po’ meno rosso e più “indipendente” di quanto si sarebbe voluto o sognato; pur sempre, però, un gran bel colpo assestato al sistema.

Ma andiamo con ordine.

Siamo partiti anni fa, su questo giornale, dalla denuncia di un Cile apparentemente “in crescita” e invece tremendamente disuguale, precario, segregato, ingiusto, e inumano. Abbiamo poi gioito quando – dopo un lungo apparente “sonno” durato trent’anni, e nell’assordante silenzio dei media italiani e internazionali – il Cile si è svegliato. Ci siamo insospettiti e impauriti di fronte al Acuerdo por la paz, dal sapore coercitivo e gattopardesco, e dai continui tentativi dei mezzi di comunicazione mainstream di “nascondere”, “normalizzare” o perfino “spettacolarizzare” ciò che era ed è ormai un’emergenza sociale insostenibile.

Ma la lotta politica, la vera e propria battaglia nelle strade, nelle piazze, nelle assemblee di quartiere e nei Cabildos autorganizzati, non si è fermata. Nonostante le terribili violazioni dei diritti umani. Nonostante un approccio del governo cileno alla pandemia che ha rasentato il genocidio – se possibile, perfino peggiore di quello avvenuto nella maggior parte del cosiddetto modello “occidentale” e liberista, il quale da questa parte delle Ande arriva ad assumere i tratti di un vero e proprio estremismo ideologico.

Noi del Partido Comunista Chileno (Pcch) abbiamo partecipato attivamente e con grandissimo impegno a tutto il processo di ribellione, dopo aver contribuito insieme ad altre forze a stimolarne la nascita. Abbiamo stretto alleanze e costruito programmi insieme a tutta la costellazione di movimenti sociali che sono sorti in modo spontaneo, e anche con le forze di sinistra più “antisistema” (come diremmo in Italia) del Frente Amplio. Denunciato e messo a nudo le fragilità, le contraddizioni e le ignominie dello sfrenato capitalismo cileno. Lottato punto su punto, con un’organizzazione e una disciplina di partito di cui in Italia si sente molto la mancanza; senza mai “impadronirci” del processo, bensì sostenendolo e lottando non solo “per” il popolo, ma anche e soprattutto insieme al popolo. Con cartelli, striscioni, eventi, partecipazione attiva alle riunioni dei vecinos, nei consigli comunali, e in parlamento.

Nel frattempo, anche a causa della pandemia, il Cile ha acuito i suoi già enormi problemi di disuguaglianza e povertà. Gli aiuti del governo alla popolazione sono stati quasi inesistenti: alcuni miseri bonos, diretti a una fantomatica e inesistente classe media – così difficili da ottenere da sembrare quasi estrazioni di lotterie; una distribuzione una tantum di scatoloni di alimenti, arrivati male, in ritardo e non a tutti i bisognosi, che si è rivelata un boomerang mediatico per Piñera; dall’altro lato il governo ha causato molti danni, dando libertà alle imprese di “congelare” lavoro e stipendi sperando di evitare licenziamenti che sono invece avvenuti in modo consistente – si calcola che un milione di cileni abbia perso il lavoro. Per il resto, tante conferenze stampa con promesse roboanti ma poco o nulla di concreto per cittadini con spese, affitti o mutui da pagare o peggio ancora per i numerosissimi senzatetto che vivono nei campamentos.

L’unica cosa che i movimenti sociali e i cileni sono riusciti a “ottenere” e che ha consentito a molti di sbarcare il lunario, è stata la possibilità di ritirare il 10% dei propri fondi pensionistici – misura adottata per ben tre volte durante quest’arco di tempo. Una “vittoria” dal sapore dolce amaro, perché se da un lato contribuisce a depotenziare il sistema fraudolento delle famigerate Afp (fondi di pensione privati e obbligatori), che la maggior parte dei cittadini vorrebbe smantellato a favore di un sistema solidaristico e pubblico, dall’altro purtroppo aumenta la già enorme incertezza del pueblo, costretto in molti casi a scegliere tra ipotecare il proprio futuro e la mera sussistenza; si arriva addirittura – in un sistema dove tutto è privato – a dover scegliere se spendere quei soldi per il cibo, per l’affitto, per l’istruzione dei propri figli o per le cure sanitarie.

Il movimento nel suo avanzare ha dovuto anche fare i conti, sia nelle piazze che nelle urne, con pause e rinvii dettati dalla situazione pandemica. Il referendum che ha visto il trionfo del Apruebo – con un roboante 78,27% – è stato indetto il 25 di ottobre e non ad aprile come inizialmente programmato. Anche le ultime votazioni sono state rimandate di tre settimane, fino ad arrivare alla fatidica due giorni del 15 e 16 di maggio in cui l’elezione della futura Assemblea costituente è stata accorpata a quella dei governatori regionali, sindaci e consiglieri comunali.

A questo proposito, è bene ricordare che i “comuni” cileni non coincidono con quelli italiani o europei; basti pensare che una città come la capitale, per esempio, ha tantissime comunas, ognuna col proprio sindaco e consiglio comunale. Nella provincia del Gran Santiago se ne contano in tutto ben 32, con dimensioni simili a quelle dei nostri quartieri.

La prima giornata elettorale, il sabato, si è svolta con estrema calma e tranquillità. Perfino troppa, secondo molti osservatori: appena il 20,5% degli aventi diritto aveva votato durante il primo giorno. Ciò ha destato molta preoccupazione, rispetto alla legittimità del processo ma anche e soprattutto per il risultato finale dato che l’affluenza è stata più elevata delle comunas più ricche di Santiago, quelle della zona nordest, dove la destra anche estrema vince sempre a man bassa.

La domenica si sono moltiplicati gli appelli nelle reti sociali, nei gruppi di WhatsApp, in TV e perfino nelle strade per andare a votare; molti volontari si sono anche offerti di accompagnare i più anziani e fragili alle urne. Grazie anche a questo lavoro di propaganda e appoggio, si è arrivati a una partecipazione del 42,5% – più bassa del buon (per il Cile) 50,9% del plebiscito di ottobre, ma comunque un buon risultato considerando la terribile crescita di casi Covid avvenuta nelle ultime settimane e anche la maggior difficoltà che esiste nello scegliere e informarsi su un candidato e un programma invece che dover semplicemente decidere tra un “sì” e un “no”.

I risultati invece parlano di un vero e proprio trionfo: l’Assemblea costituente sarà formata per un 18% della coalizione di sinistra (sinistra vera, non pensate all’Italia), una nuova alleanza tra Partido Comunista e Frente Amplio. Sono 28 in tutto gli eletti di Apruebo Dignidad, tra cui 7 comunisti.

La maggiore sorpresa – considerando anche il sistema D’Hondt che tende a premiare le grosse coalizioni – è stata senza dubbio il grande successo delle candidature indipendenti, la maggioranza delle quali sono espressione del Movimiento Social rafforzatosi con la rivolta dell’ottobre 2019. 11 di essi sono stati eletti tra le fila del gruppo Nueva Constitución, 27 per la Lista del pueblo e 27 tra altre liste – tra cui figurano 17 rappresentanti dei pueblos originarios, dato che l’Assemblea ha un meccanismo di rappresentanza per loro, oltre a quello di parità di genere.

La grande sconfitta è la destra che, tutta unita, raccoglie un misero 24% – 37 candidati sui 155 che formeranno l’Assemblea – percentuale ampiamente inferiore al quorum di un terzo che, in base alle regole del Acuerdo Constitucional, può bloccare una iniziativa. Non ride neanche la Concertación, la stessa coalizione che – permanentemente al governo per i 20 anni posteriori alla Transición (il dopo-dittatura) – non è riuscita a fare quei passi necessari verso il cambio del modello economico improntato da Pinochet e i Chicago Boys, e precedentemente cristallizzato nella costituzione “catenaccio” del 1980 di Jaime Guzmán.

Il quadro di insieme che ne deriva è un’Assemblea nuova, giovane, paritaria e multicolore in cui le forze conservatrici sono in ampia minoranza.

Sulla stessa linea, i risultati regionali e comunali. Il Pcch conquista a sorpresa il quartiere di Santiago centro: la giovanissima e battagliera Irací Hassler (31 anni) sarà la nuova sindaca, mettendo fine all’esperienza di Jorge Alessandri, affiliato al partito di estrema destra Udi. Il lavoro incessante di Irací di costruzione, alleanze, proposte e presenza sul territorio è stato premiato con un risultato giudicato sorprendente da molti osservatori. Non stupisce, invece, il risultato del futuro candidato presidenziale del partito Daniel Jadue che si riconferma come sindaco nel quartiere di Recoleta, con un rotondo 66%, a riprova di un’eccellente e innovativa gestione durante il suo mandato. Un bellissimo segnale sono anche i 157 consiglieri comunali comunisti eletti: in questo ambito, il 9,23% dei cileni ha votato le proposte del partito.

Il Frente Amplio, dal canto suo, conquista molti avamposti tra cui il quartiere simbolo Ñuñoa e le cittadine costiere Valparaíso e Viña Del Mar; arriva a sorpresa anche al ballottaggio per l’incarico di gobernador regional, con la candidata femminista Karina Oliva, sostenuta insieme al Pcch.

Ci si può rilassare ora? Certamente no. Le relazioni di forza generali sono e resteranno sfavorevoli. Bloomberg e altre agenzie simili, oltre al mondo industriale cileno, hanno già avvertito che l’esercizio di democrazia cileno e la volontà di cambiare il modello avrà un prezzo. Alle solite forme di ricatto e di terrorismo mediatico, si aggiungeranno presto altri tentativi più subdoli, o gattopardeschi, di pressione e cooptazione – specialmente considerando i tanti compagni di lotta eletti tra le fila degli indipendenti. Ma, in fondo, è bello ed è anche giusto correre questo rischio: il movimento è partito dal basso, tra la tanta vituperata “gente”, per cui la strada giusta da percorrere – almeno a mio personale giudizio – è quella di non disdegnare un pur pericoloso spontaneismo ma di accettarlo, stringere relazioni e coinvolgere tutte le forze in un processo autoorganizzato di mediazione e ascolto reciproco. 

In questo modo, la costruzione del nuovo Cile che sogniamo sarà il più possibile partecipata e inclusiva.

Non possiamo tra l’altro certo dormire sugli allori né lasciarci ubriacare dall’entusiasmo dei festeggiamenti, dimenticando le urgenze di un popolo martoriato e sfruttato: la disoccupazione e la povertà dilagano, la pandemia fa ancora un centinaio di morti al giorno nonostante l’elevato livello di vaccinazione e una popolazione molto più ridotta e giovane di quella italiana, centinaia di prigionieri politici sono ancora nelle carceri – spesso in attesa di giudizio e in condizioni a dir poco disumane.

Che la vittoria sia quindi uno stimolo a raddoppiare i nostri sforzi di organizzazione e di lotta. E speriamo che anche in Italia o in Europa si smetta di guardare alle esperienze di paesi come Cile, Colombia o Palestina come lontane, da “terzo mondo”: in fondo i problemi e il modello socioeconomico del nostro Belpaese si avvicinano ogni giorno di più a quelli dello splendido e sperduto angolo del pianeta in cui vivo.

È con questa speranza che vi lascio il mio modesto resoconto di oggi; ed è probabilmente per lo stesso motivo che esso viene abilmente occultato dai principali media. Qui in Cile ho sperimentato di persona che avere un partito forte e unico, costruire una rete di alleanze, lottare a denti stretti giorno per giorno e in tutte le sedi sono l’unico possibile “vaccino” contro il capitalismo. E vorrei tanto che questo “contagio” arrivasse presto anche nella mia terra natale.

21/05/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Peso Cileno

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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