La resistibile crescita del negazionismo

La spaventosa crescita di posizioni negazioniste e revisioniste nei riguardi della Shoah non può che portarci a interrogare sull’efficacia dell’istituzionalizzazione e sulle responsabilità della strumentalizzazione politica di tale spaventoso genocidio


La resistibile crescita del negazionismo Credits: http://riccardogatti.altervista.org/la-storia-dei-campi-di-concentramento-2/

Hanno fatto giustamente scalpore i risultati di un recente rapporto Eurispes che certifica come, in poco più di quindici anni, i negazionisti della Shoah in Italia sono quasi sestuplicati, passando da un ancora comprensibile, anche se non giustificabile, 2,7% a un inquietante 15.6%. Il che significa che quasi un italiano su sei oggi ritiene che la Shoah, ovvero lo sterminio di ebrei da parte dei nazi-fascisti nel corso della Seconda guerra mondiale, non ci sia mai stato. Come se non bastasse un altro sesto degli italiani, ovvero il 16,1% sminuisce la portata di questo spaventoso genocidio ancora oggi, nel 2020. Se ne deduce che quasi un terzo degli italiani abbia posizioni apertamente negazioniste o decisamente revisioniste su una questione così centrale come lo spaventoso massacro di quella che era la principale minoranza religiosa in Europa. Senza contare che è più che probabile che i dati reali siano decisamente più allarmanti, dal momento che su una questione così giustamente condannata dalla quasi totalità dei mezzi di comunicazione e del mondo della cultura italiano non pochi avranno volontariamente nascosto o, quanto meno, omesso le proprie inaccettabili posizioni negazioniste o altrettanto inaccettabilmente revisioniste. Cosa ancora più allarmante e impressionante è come, con il passare degli anni, più ampia diviene la condanna senza appello della Shoah da parte dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, in particolare nei paesi occidentali, più cresce in misura davvero allarmante il numero degli italiani che fa proprie le tesi negazioniste, condannate quasi all’unanimità, o le altrettanto pericolose concezioni revisioniste su un crimine così spaventoso. Del resto, è più che probabile che, oltre a crescere il numero di chi condivide queste assurde e terrificanti posizioni, sia sensibilmente aumentato il numero delle persone che non teme di esprimere apertamente posizioni negazioniste o gravemente revisioniste sulla Shoah.

Allo stesso modo, è decisamente allarmante il numero di italiani che nutrono quegli antichi pregiudizi, su cui in buona parte si è sviluppato l’odio verso gli ebrei, come dimostra esemplarmente che quasi un italiano su quattro si ostina a sostenere, senza pudore, che la comunità ebraica controllerebbe il potere finanziario e, più generalmente, economico. Così non stupisce che più di sei italiani su dieci tendano a derubricare i recenti allarmanti rigurgiti di atti antisemiti come casi isolati che non rappresenterebbero un problema. E, cosa ancora più allarmante, questa tendenza a sottovalutare il ritorno di fenomeni così importanti siano le persone che, superati i 35 anni, dovrebbero essere maturi a sufficienza per non derubricare questi vergognosi episodi a mere bravate. Si tratta di dati davvero impressionanti, se si considera che ancora oggi circa un quinto degli italiani si ostina a ritenere che “Mussolini sia stato un grande leader che ha commesso qualche sbaglio”.

Decisamente più consolante è la consapevolezza di oltre sei italiani su dieci che i recenti rigurgiti antisemiti siano il prodotto di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo. Linguaggio ampiamente veicolato dai politicanti della destra, a cui però fanno nel modo più colpevole da cassa di risonanza, sostanzialmente, tutti i mezzi di comunicazione di massa.

Questo permette certamente di spiegare, in particolare, l’aumento delle persone razziste e xenofobe e di coloro che non sentono più il bisogno di non esternare queste posizioni che oggi, denotano in primo luogo una profonda ignoranza, dal momento che mai come ora la comunità scientifica è unanime a negare l’esistenza di razze umane e significative differenze a livello dello stesso Dna. D’altra parte la cassa di risonanza costantemente offerta dai mass-media ai politicanti più esplicitamente razzisti e xenofobi è certamente corresponsabile che sia cresciuto, sino a uno su tre, il numero degli italiani che non si vergognano di sostenere che gli immigrati costituiscono addirittura una minaccia all’identità nazionale, quando, come dimostra il paese che ha da sempre “accolto” il maggior numero di immigrati, gli Stati uniti, è vero esattamente il contrario. Inoltre anche il mito reazionario dell’untore sembra tornare, dal momento che quasi quattro italiani su dieci ritengono che gli stranieri provochino l’aumento delle malattie.

D’altra parte se questi ultimi deprecabili fenomeni di razzismo sono appunto in parte significativa imputabili ai politici di destra xenofobi, sempre invitati a esprimere i loro messaggi razzisti nei principali mezzi di comunicazione, al contrario questi stessi politici, come del resto i mass media condannano – in modo sostanzialmente unanime e nel modo più netto – la Shoah. Come spiegare allora l’allarmante crescita dei negazionisti? A questa questione risponde in modo indiretto, ma significativo, l’interessante libro pubblicato recentemente da Bompiani di Valentina Pisanty dal significativo titolo I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe.

Paradossalmente sembra proprio il fatto che la condanna della Shoah abbia trovato così tanti guardiani istituzionali, in particolare nei paesi occidentali, da farla apparire quasi il prodotto del pensiero unico dominante e a far crescere i sospetti o la reazione da parte tanto dei complottisti, quanto da componenti delle stesse vittime della società capitalista che, private ormai di qualsiasi consapevolezza di classe, finiscono per rifiutare questo imperativo categorico imposto dall’ideologia dominante. In quest’ultimo caso sembra trattarsi di un rigurgito del socialismo degli imbecilli, denunciato già nel diciannovesimo secolo, per motivi opposti, tanto dai marxisti quanto dallo stesso Nietzsche.

D’altra parte ci deve essere necessariamente una connessione fra quel quasi un italiano su quattro che ancora dà credito alla leggenda nera per cui gli ebrei dominerebbero sull’economia e quel quasi un italiano su tre che nega o, comunque, considera in un’ottica spaventosamente revisionista la terribile tragedia della Shoah. In altri termini, fino a quando permane il pregiudizio, per altro molto diffuso a destra, di un complotto internazionale della comunità ebraica, che costituirebbe uno dei principali poteri occulti, tanto da ritenere che suoi esponenti come Soros siano i principali responsabili di quella migrazione di massa che metterebbe in discussione la stessa identità nazionale, più tornano a crescere coloro che negano o dubitano sulla reale portata dello spaventoso genocidio realizzato dai nazi-fascisti.

D’altro canto, come osserva a ragione Pisanty nel suo interessante libro, l’assolutizzazione da parte dell’ideologia dominante del genocidio degli ebrei, non lo rende in nessun modo efficace al contrasto dell’attuale razzismo, spaventosamente, sempre più di massa, rivolto contro il nuovo capro espiatorio di tutti i mali della nostra società, ovvero l’immigrato povero, accusato da oltre il 35% degli italiani, sempre secondo i dati Eurispes, di essere la causa di fondo della disoccupazione, dal momento che gli stranieri toglierebbero il lavoro agli italiani.

Così, quando ancora l’ideologia dominante occidentale, in funzione della guerra fredda, tendeva a non far da cassa di risonanza alla sacrosanta denuncia degli atroci crimini della Shoah, tale abominio era ancora un esemplare modello per denunciare i rischi delle politiche colonialiste, razziste, imperialiste e nazi-fasciste; oggi al contrario, proprio nei paesi in cui più è istituzionalizzata la sacrosanta commemorazione della Shoah, più tendono a crescere le formazioni della destra, razziste, xenofobe e filo-imperialiste.

Per altro, il bieco utilizzo politico che l’ideologia dominante nei paesi imperialisti e filo-imperialisti fa, quanto meno dall’epoca della guerra fredda, degli spaventosi crimini compiuti dai nazi-fascisti per condannare come speculare totalitarismo proprio quelle forze comuniste che più hanno fatto, dal punto di vista storico, per porre fine alla Shoah, non contribuisce certo a porre fine al revisionismo, al rovescismo storico e allo stesso negazionismo. L’ostinarsi di parte significativa dell’ideologia dominante nel porre sullo stesso piano il genocidio sistematico degli ebrei perpetrato durante la Shoah con i pur certamente esecrabili crimini compiuti da jugoslavi contro italiani alla fine della Seconda guerra mondiale non favorisce, allo stesso modo, la lotta al revisionismo e al negazionismo del genocidio degli ebrei.

Allo stesso modo, deve essere considerata involontaria complice del fatto che la maggioranza degli italiani tendano ancora oggi a minimizzare gli allarmanti rigurgiti di antisemitismo l’altrettanto disdicevole uso politico che fa della Shoah quella parte consistente dell’ideologia dominante che anche nel nostro paese tende a equiparare antisemitismo ad antisionismo o addirittura a catalogare come antisemite le presi di posizione contro le malefatte dei governi della destra sionista.

Tale disdicevole uso strumentale di una spaventosa tragedia storica come la Shoah ha raggiunto un nuovo culmine con la sistematica campagna di attacco alla politica favorevole alla giustizia sociale e al contrasto alle spaventose diseguaglianze sociali portare avanti dal Labour party nelle ultime elezioni in Gran Bretagna per il presunto antisemitismo del suo principale dirigente, per altro da sempre in prima fila nel contrasto attivo a ogni forma di razzismo e nazi-fascismo, con il risultato di consegnare la maggioranza assoluta dei seggi a una destra conservatrice decisamente più xenofoba.

Egualmente del tutto controproducente appare la strumentalizzazione politica da parte di importanti esponenti della destra sionista della tragedia della Shoah a sostegno delle proprie politiche improntate alla volontà di potenza in Palestina e Medio oriente. Allo stesso modo è esecrabile l’uso indiscriminato della gravissima accusa di antisemitismo, che viene così bagatellizzata, utilizzandola costantemente come strumento per mettere a tacere ogni tipo di critica alle politiche della destra sionista, persino quando sono espresse da ebrei e da eminenti intellettuali israeliani.

Infine, certamente, non aiutano a contrastare i pregiudizi negazionisti o revisionisti nei confronti della Shoah tutte quelle leggi, sempre più diffuse nei paesi occidentali, che mirano a sancire anche dal punto di vista giuridico prese di posizioni di storici che mettono in discussione la portata tragica della Shoah. In tal modo, in nome di una giusta causa, si finisce per riprodurre dei meccanismi tipici degli Stati totalitari che intendono imporre per legge determinate interpretazioni storiche, riportando sotto il pericoloso controllo dei politici la comunità scientifica. Tali misure autoritarie, per altro, finiscono per far apparire, paradossalmente, proprio i revisionisti e i negazionisti vittime di un potere che usa, in modo magari inconsapevole, metodi totalitari.

29/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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