Film da ricordare del 2019

Penultima classifica del 2019, con i film che si sono distinti e che vale la pena vedere, prima di passare alla conclusione, nel prossimo numero, con i migliori film dell’anno.


Film da ricordare del 2019 Credits: http://www.ondacinema.it/film/recensione/storia-di-un-matrimonio.html

Una giusta causa di Mimi Leder, Usa 2018, voto 7,5; bel film di denuncia sulla discriminazione delle donne negli Stati Uniti e sulla lotta contro di essa.

The Irishman di Martin Scorsese, Netflix Usa 2019, voto: 7,5; buon film di Scorsese, ben girato, recitato e montato, con una notevole colonna sonora. Interessante anche per la denuncia del contributo decisivo della mafia nell’elezione di Kennedy, in cambio dell’aggressione alla Cuba socialista. D’altra parte la storia, che ha moltissimi punti in comune con Noi saremo tutto di Valerio Evangelisti, non mostra mai reali alternative al mondo del crimine organizzato e, quindi, tende a normalizzare la sua pesantissima influenza anche sul mondo sindacale. Inoltre la mancanza di effetto di straniamento porta lo spettatore a impersonarsi con degli spaventosi malviventi. Infine, Scorsese è sempre molto attento a denunciare il lato oscuro delle forze “progressiste” statunitensi, mentre ha un approccio sostanzialmente acritico verso gli esponenti della reazione.
Shining Extended edition di Stanley Kubrick, Usa 1980, voto: 7,5; come generalmente avviene, anche questa versione estesa non aggiunge nulla di veramente significativo alla versione standard. Il film di Kubrick resta indubbiamente un capolavoro nel genere, sostanzialmente reazionario, degli horror. Impeccabile per come è stato realizzato, diretto, fotografato e recitato, il film resta uno dei minori di questo autentico genio della regia, in quanto ha un contenuto indubbiamente meno sostanziale di molti altri. Paga inoltre i limiti propri del genere, ovvero l’intervento del sovrannaturale, la reincarnazione etc. e l’essere, per quanto in modo esemplare, un film di genere, dunque di maniera, una merce splendidamente confezionata, non un’autentica opera d’arte.

Una notte di 12 anni di Álvaro Brechner (Uruguay), Francia, Argentina e Spagna 2018, voto: 7,5; buon film sulla capacità di resistenza dei rivoluzionari uruguayani, per oltre un decennio tenuti come ostaggi dalla dittatura militare, durante i quali hanno subito ogni sorta di vessazione.

Storia di un matrimonio di Noah Baumbach, Netflix Usa 2019, voto: 7+; per il film che ha ottenuto il numero più alto di candidature per i Golden globe ci si sarebbe aspettato qualcosa di più. Storia di un matrimonio è certamente un film raffinato, ha buoni dialoghi, bravi attori e ben diretti, va alquanto a fondo nelle dinamiche della famiglia, ma non sfiora mai, nemmeno per caso, le problematiche storiche, politiche e sociali. Per un film realizzato nella più aggressiva potenza imperialista della storia, con il presidente più a destra di sempre, ci si sarebbe aspettato un minimo di coraggio in più, piuttosto che questo ripiegamento nelle problematiche di quella che Hegel definiva la “vita animale dello spirito”.

The Guilty - Il colpevole di Gustav Möller, Danimarca 2018, voto: 7+; come realizzare un bel thriller controcorrente che lascia da riflettere allo spettatore su questioni sostanziali con scarsissimi mezzi.

Green Book di Peter Farrelly, Usa 2018, voto: 7+; interessante commedia sulla condizione di pesante discriminazione degli afroamericani negli Stati Uniti d’America ancora negli anni sessanta. Film capace di parlare a un ampio pubblico su di una questione sostanziale.

The Report di Scott Z. Burns, amazon USA 2019, voto: 7+; film estremamente valido dal punto di vista del contenuto, in quanto contiene una nettissima denuncia dell’imperialismo statunitense che, da una parte fa continue guerre o (contro-)rivoluzioni colorate in nome dei diritti umani, dall’altra è il primo a violarli. In particolare il film denuncia con grande dovizia di particolari e nel modo più accurato il rapporto che ha fatto emergere il metodo sistematico della Cia di inquisire i sospetti con il metodo medievale della tortura. Purtroppo lo scarso budget a disposizione, per un film così impegnato e controcorrente, era a tal punto limitato che si è puntato tutto sul contenuto curando poco la forma. In tal modo questa importante denuncia ha grandi difficoltà a raggiungere un ampio pubblico.

Gli Uccelli di Alfred Hitchcock, Usa 1963, voto: 7+; eccellente prodotto dell’industria cinematografica, ottimo e avvincente film culinario che lascia troppo poco su cui riflettere allo spettatore.

Sir - Cenerentola a Mumbai di Rohena Gera, India e Francia 2019, voto: 7+; bel film di denuncia sulle differenze sociali in India, ipostatizzate da una visione del mondo religiosa fondata sulle caste, e la tragica condizione in particolare della donna.

Cena con delitto - Knives outdi Rian Johnson, Usa 2019, voto 7; intrigante e godibile classico giallo alla Agatha Christie, con significativi temi di critica sociale decisamente attuali, come il falso paternalismo e il ricatto nei confronti dei lavoratori immigrati, l’avidità individualista e nichilista della classe dominante.

Fratelli nemici - Close enemies di David Oelhoffen, Francia e Belgio 2018, voto: 7; buon hard boiled, girato nelle banlieue francesi, con protagonisti di origine magrebina. La struttura riprende il tragico dramma dei fratelli coltelli. In una situazione sociale che non sembra lasciare molte alternative al sottoproletariato locale, diversi si vedono costretti a cercare impiego nella malavita organizzata. L’unica via di uscita per uno dei fratelli coltelli sembra essere l’impegno nella narcotici, in cui la sua origine e i legami che, in un modo o in un altro, mantiene con la sua gente, ne fanno il punto di forza e gli consentono di emergere. Anche perché negli Stati capitalisti, in un mondo senza cuore, vi è necessità di oppio per il popolo e, quindi, l’alternativa sembra ridursi alla droga o a una religione vissuta in modo più o meno fondamentalistico. Non potendo curare questa contraddizione strutturale della società capitalistica, gli apparati repressivi dello Stato sono impegnati a far sì che il traffico di droga resti, in qualche modo, sotto il controllo dello Stato.

Motherless Brooklyn - I segreti di una cittàdi Edward Norton, Usa 2019, voto: 7; bel film che riesce attraverso un avvincente noir a denunciare il razzismo della speculazione edilizia e delle amministrazioni newyorchesi. Ottima la colonna sonora.

Cocaine la vera storia di White Boy Rick di Yann Demange, Usa 2018, voto 7; un buon film noir, valido più per lo sfondo storico e sociale in cui si inserisce (la guerra alla droga funzionale alla criminalizzazione della povertà) che per la vicenda del protagonista e della sua famiglia posti al centro del film.

The Rider Il sogno di un cowboy di Chloé Zhao, Usa 2017, voto: 7; film intenso e interessante, anche se a tratti rischia di scadere nel naturalismo. Doverosa rivisitazione del genere western in senso realista e attualizzante. Di quel mito costitutivo dell’imperialismo a stelle e strisce cosa resta? La sua spettacolarizzazione in senso folkloristico. Ormai gli allevamenti sono gestiti industrialmente e a chi vuole continuare a seguire il sogno del cowboy non resta che affrontare il pericolosissimo mondo dei rodei. Come nella realtà i cowboy di una volta erano quasi esclusivamente lavoratori salariati ultra sfruttati in quanto in buona parte di origine latinoamericana, anche nel tragico mondo del rodeo cercano di sopravvivere gli umiliati e offesi dei nostri giorni. Tra i quali non possono mancare i nativi, protagonisti di questo profondo e tragico film. Proprio i nativi, esclusi dal mito americano dei cowboy e ridotti al ruolo dei cattivi, dei selvaggi da uccidere, oggi hanno infine la possibilità di vivere l’attuale sogno del cowboy. Che poi, come nel sogno reale tradizionale, rischia costantemente di tradursi in un incubo. I livelli di sfruttamento sono rimasti elevatissimi, tanto che molti, compreso il nostro eroe, sono working poor, costretti a sopravvivere in una roulotte. Inoltre sono costretti, sin da giovanissimi, a fare un lavoro quanto mai pericoloso, dove è impossibile non farsi male. Si tratta solo di vedere quanto ci si fa male, perché oltre un certo limite si rischia di perdere il lavoro, le amicizie, il proprio status sociale e il proprio sogno americano; finendo per dover ripiegare a fare i lavori più umili da precario, in un grande centro commerciale, o peggio sopravvivere come disabile a vita in una clinica.

The kill team di Dan Krauss, Usa 2019, voto: 7; buon film di denuncia delle tragiche dinamiche innescate dalla guerra imperialista, in particolare in Afghanistan. Ancora una volta i cineasti statunitensi e i produttori si mostrano decisamente più avanzati e indipendenti degli italiani che mai si sognerebbero di fare un film di denuncia sui misfatti delle truppe di occupazione nazionali all’estero. Ancora una volta si conferma tutta l’ignominia della critica cinefila pseudo di sinistra che al solito attacca i film di contenuto progressista, mentre esalta le opere apertamente anticomuniste. Il limite del film, per quanto basato su una storia vera, è di far apparire i tragici eventi narrati più l’eccezione che la regola, tanto da essere sanzionati con l’ergastolo dalla “giustizia” borghese a stelle e strisce.

Torna a casa, Jimi! 10 cose da non fare quando perdi il tuo cane a Cipro di Marios Piperides, Cipro 2018, voto: 7-; divertente commedia che denuncia la tragica situazione che si vive a Cipro a causa dell’occupazione turca del nord dell’isola. Anche in questo caso un muro divide in due la capitale, senza che nessuno ne parli. Infine si denuncia come l’Unione europea e l’Onu pongano solo problemi burocratici e non contribuiscano, in nessun modo, alla soluzione dei problemi reali.

Sex Education di Kate Herron e Ben Taylor, serie televisiva britannica del 2019 in otto puntate, voto 7-; Sex Education si presenta, sin dal primo episodio, come una serie particolarmente intelligente, divertente, finalizzata a combattere i pregiudizi di ogni tipo legati al sesso e il puritanesimo. Si tratta, dunque, di una serie che insegna, divertendo, quell’educazione sessuale che in Italia – e in tanti altri paesi dove lo Stato non è indipendente dalla religione – resta ancora tabù. Tuttavia, nella seconda puntata, la serie sembra aver perso in buona parte mordente e spessore, se non approfondendo le misere condizioni sociali della protagonista. Il terzo episodio fa riprendere il volo alla serie, affrontando la questione sostanziale dell’aborto e, in modo giustamente satirico, il rapporto del protagonista con degli assurdi rappresentanti del movimento pro life, con le loro paradossali ipocrisie religiose. Con la quarta puntata la serie si stabilizza, non presenta nulla di veramente sostanziale, se non una riflessione significativa sul rapporto fra uomo e donna. Nella quinta puntata la storia riprende quota affrontando problematiche piuttosto significative e, soprattutto, mostra come la contraddizione di classe sia fondamentale, rispetto a quella, per quanto significativa, di genere. La sesta puntata è piuttosto interlocutoria, ci sono diversi spunti interessanti, ma manca un vero centro catalizzatore. L’episodio, dunque, conferma la godibilità della serie, ma anche la carenza di sintesi, peccato originale delle serie in quanto tali. Con la settima puntata si raggiunge l’apice melodrammatico e del godimento estetico offerto dalla serie, senza mancare di toccare alcune problematiche sostanziali. La puntata è la più classica per il pieno adeguamento di forma e contenuto, entrambi in generale non eccelsi, ma significativi per essere una serie, una delle poche intelligenti in circolazione. L’ottava puntata procede a sciogliere alcune contraddizioni, lasciandone aperte altre per dare modo di realizzare la già prevista seconda serie. Sex Education potrebbe apparire piuttosto vintage, essendo tutta incentrata sulla emancipazione della sessualità, tema non più così decisivo nei paesi in cui si è sviluppato il sessantotto. D’altra parte, in questa epoca di restaurazione affrontare tematiche di educazione sessuale, rivolgendosi anche alle giovani generazioni, in modo godibile e divertente, non è certo cosa da poco.

Red Joan di Trevor Nunn, Gran Bretagna 2018, voto: 7-; il contenuto del film è davvero di grandissimo interesse, narrando la storia dei giovani comunisti britannici che s’impegnano per condividere con l’Urss quanto era stato scoperto nel loro paese per la costruzione della bomba atomica, contribuendo a creare quell’equilibrio del terrore che ha impedito alle potenze imperialiste di utilizzare tali micidiali armi. La forma lascia alquanto a desiderare, per l’impostazione revisionista che intende occultare l’adesione al comunismo della protagonista.

Le verità di Kore'eda Hirokazu, Francia 2019, voto: 7-; film molto delicato e raffinato, con ottimi attori molto ben diretti, capace di un significativo scavo psicologico dei personaggi. Interessanti i dialoghi tutti giocati sul rapporto dialettico fra essere e apparire, che mettono in discussione la logica immediata e ancora naturale dell’essere. D’altra parte il film resta prigioniero della sfera etica naturale e immediata della famiglia, senza nemmeno affrontarla in termini rivoluzionari e finisce con l’annoiare.

Se la strada potesse parlare di Barry Jenkin, Usa 2018, voto 7-; la sceneggiatura non originale, tratta da un’ottima opera del grande scrittore rivoluzionario James Baldwin, vale da sola l’intero film, piuttosto debole dal punto di vista della regia. Il contenuto rivoluzionario del film denuncia come gli afroamericani, anche negli ultimi decenni, negli Stati Uniti finiscono in carcere a causa del razzismo e della criminalizzazione della povertà, subendo le peggiori forme di umiliazione da guardie che non li considerano esseri umani.

High Flying Bird di Steven Soderbergh, Usa 2019, voto: 7-; il regista, a partire dalle riprese con lo smartphone, passando per la distribuzione attraverso Netflix, per arrivare al contenuto apertamente schierato contro l’ideologia dominante fa di tutto per sfuggire al controllo dell’industria culturale. Tuttavia, non disponendo di una visione del mondo alternativa alla dominante non va al di là di una sacrosanta denuncia del sistema capitalistico e della discriminazione degli afroamericani.

Dolor Y Gloria di Pedro Almodóvar, Spagna 2019, voto: 7-; ottimo melodramma, che ci narra l’insignificante storia dell’autore, rinunciando con il solito vezzo romantico ad affrontare tematiche sostanziali e a far emergere la cosa stessa.

Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen, Usa 2019, voto: 6,5; godibile commedia sofisticata di Woody Allen. Né fra le sue opere geniali, né fra quelle scadenti, si mantiene nello standard di qualità dei film di questo grande regista.

La Dea Fortuna di Ferzan Ozpetek, Italia 2019, voto: 6,5; presumibilmente il migliore o il meno peggio film italiano dell’anno. Il film garantisce un certo godimento estetico, lasciando al contempo non poco da riflettere allo spettatore, per altro su un tema sostanziale. Il film è realistico, evita cadute nel postmoderno e, inoltre, pur riuscendo a rivolgersi a un pubblico ampio ha il coraggio di affrontare in modo intelligente e senza falsi moralismi una tematica scottante e di attualità riguardante le libertà civili.

La caduta dell’impero americano di Denys Arcand, Canada 2018, voto: 6,5; gustosa commedia di denuncia del capitalismo finanziario, che dimostra come gli intellettuali radical costituiscano l’ala sinistra dello schieramento imperialista e non più l’ala destra dello schieramento socialista.

Tutti pazzi a Tel Aviv di Sameh Zoabi, Lussemburgo, Francia, Belgio e Israele 2018, voto: 6,5; divertente commedia che lascia alquanto da pensare allo spettatore sulla sostanziale questione dell’occupazione della Palestina. Il film resta piuttosto ambiguo in quanto tende a naturalizzare tale tragica questione.

10 giorni senza mamma di Alessandro Genovesi, Italia 2019, voto: 6,5; una buona commedia che diverte, lasciando anche qualcosa di sostanziale su cui riflettere allo spettatore. Nonostante sia una commedia ha contenuti progressisti sia per ciò che concerne la significativa denuncia della schiavitù domestica della donna che per quanto riguarda il dispotismo che impera nei luoghi di lavoro capitalistici, in modo particolare ai nostri giorni. Peraltro riesce a comunicare, in forma piuttosto intelligente, contenuti progressisti a un grande pubblico, tanto da giungere al terzo posto per incassi fra i film italiani.

Il campione di Leonardo D'Agostini, Italia 2019, voto: 6,5; meritatamente premiato ai Nastri d’argento come miglior regista esordiente, D’Agostini realizza una commedia divertente che lascia qualcosa di non accidentale su cui riflettere al pubblico, senza cadute nel grottesco, nel postmoderno o nei luoghi comuni anti intellettuali della imperante ideologia di destra egemone anche nel cinema italiano.

Una famiglia al tappeto di Stephen Merchant, Usa e Gran Bretagna 2019, voto: 6,5; discreto film su una famiglia sottoproletaria che si riscatta mediante il wrestling.

Copia originale di Marielle Heller, Usa 2018, voto: 6,5; un film delicato sulle difficoltà di sopravvivenza degli intellettuali non al servizio dell’imperialismo o dell’industria culturale, ridotti a una vita da precari e sostanzialmente da sottoproletari. Al punto che la protagonista, per poter sopravvivere, finisce con il vedersi costretta a produrre finte lettere di esponenti dello Star system.

Le invisibili di Louis-Julien Petit, Francia 2018, voto: 6,5; interessante commedia impegnata di denuncia del modo neoliberista di affrontare il disagio sociale, di contro al quale mostra come un altro modo di praticare l’assistenza sociale è non solo auspicabile, ma anche necessario.

La vita invisibile di Euridice Gusmao di Karim Aïnouz, Brasile 2019, voto: 6,5; film che parte come il classico film da festival per cinefili, con il suo pesante portato di grottesco e postmoderno, e che, con il tempo, prende quota denunciando realisticamente le dure condizioni di vita nella donna all’interno di una società decisamente patriarcale. In mancanza di una coscienza di genere e di classe sviluppata, come via di uscita sono individuati unicamente rapporti di solidarietà fra donne oppresse, che alleviano le condizioni di schiavitù domestica, ma non riescono a porla realmente in discussione.

17/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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