Recensioni

I 20 film più sopravvalutati dalla critica, anche di “sinistra”, usciti in prima visione in Italia nel 2015.

Riflessione sui motivi del successo dell'Impressionismo non solo tra la borghesia.

Due documentari, This Change Everything ed El Impenetrable, recentemente presentati a Roma, che lasciano molto da pensare sull’importanza e i limiti delle lotte in difesa dell’ambiente.

Recensione della mostra “Una dolce vita? Dal liberty al design italiano 1900-1940” in corso a Palazzo delle Esposizioni a Roma.

Recensione della mostra Russia on the road a Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Al Palazzo delle esposizioni di Roma è possibile ammirare i capolavori della Phillips Collection di Washington.

Il prezzo di Arthur Miller, andato in scena al Teatro Argentina, è uno dei pochi spettacoli di un certo valore di una stagione che si annuncia quanto mai povera in tutti i sensi.

Il sogno americano rappresentato in questa commedia con sottile e graffiante ironia dal regista Bogdanovich.

Il cinema americano è uno strumento micidiale e per questo è indispensabile una sua analisi critica.

Breve guida dei film più realistici sulla Prima Guerra Mondiale imperialistica.

Fotografia di una Roma decadente, malfamata e immorale.

Riflessione critica a partire da tre spettacoli e una mostra all’interno della rassegna Roma Europa Festival.

L’opera di Bertolt Brecht costituisce un imprescindibile punto di riferimento per chi intende rilanciare la prospettiva del realismo socialista in modo non burocratico..

Il primo lungometraggio del regista siciliano assistente di Sorrentino nella “Grande bellezza”.

Ricki and the Flash, ultimo film del regista Jonathan Demme, dimostra ancora una volta che un’opera godibile e nazional-popolare può al contempo essere progressista e valida dal punto di vista estetico.

Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio è un’opera stanca, sconnessa, senza senso. Perché allora occuparsene?

Il terzo uomo e Viaggio a Tokio. Rivedere restaurati i grandi film del passato offre la possibilità di reinterpretare alla luce del presente dei capolavori.

La genialità di Welles, la sua capacità di riuscire a risolvere gli imprevisti che si presentavano di fronte a ogni suo progetto, la sua capacità di farsi beffa dell’industria cinematografica.

Ripercorrere la vita e le opere del grande cineasta americano offre lo spunto per riflettere sulla mancanza di libertà di espressione negli Stati Uniti. La più famosa liberaldemocrazia – da sempre in lotta, a suo dire, contro i totalitarismi – si rivela un regime da caccia alla streghe che colpisce in particolar modo i grandi intellettuali democratici come Orson Welles.

Come in tutte le società finora esistite anche nella capitalistica, a un certo grado del suo sviluppo, i rapporti di proprietà entrano in contraddizione con le forze produttive. Ciò vale dal punto di vista strutturale e, di conseguenza, dal punto di vista sovrastrutturale. In altri termini a essere ostacolato non è solo lo sviluppo della produzione materiale, ma anche culturale. Un esemplare controprova di ciò è la parabola di quello che è stato uno dei più eccelsi artisti del cinema e, più in generale, dello spettacolo: Orson Welles. 

L’attuale modo di produzione è talmente in crisi da considerare le proprie stesse sovrastrutture culturali dei faux frais della produzione, delle spese improduttive da ridurre al minimo. Così il paese scivola sempre più nella barbarie, come dimostra esemplarmente il livello sempre più mediocre delle stesse messe in scena al Teatro dell’Opera di Roma

Al Teatro Costanzi di Roma è andata in scena, dopo un’assenza di 60 anni, La dama di picche di Pëtr Ilich Čaijkovskij. Un’opera lirica dalla partitura musicale estremamente complessa tratta da un magnifico racconto di Puškin stravolto dal libretto dei fratelli Čaijkovskij, a sua volta stravolto da un regia e da un’interpretazione che fa acqua da tutte le parti.

È stata la danza ad aprire la stagione estiva del Teatro dell'Opera di Roma. Nel grandioso scenario delle Terme di Caracalla, che da solo vale una parte del biglietto, è andato in scena Pink Floyd Ballet del grande coreografo Roland Petit

Nel suo film su Scientology, il grande e coraggioso documentarista Alex Gibney, offre un’inconsapevole verifica empirica della denuncia formulata da Karl Marx, oltre 160 anni fa, del diffondersi di credenze religiose sempre più barbare nelle società democratiche moderne. Dal film emerge come dalla consapevolezza dei danni fisici delle droghe sia sorta una nuova domanda di narcotici spirituali.

Ci sono “storie troppo vere per essere raccontate”. Fra queste vi è l’inchiesta giornalistica Dark Alliance alla base del film qui recensito. Da essa emerge come la guerra alla droga sia strumentalizzata dall’“Impero” per tenere a bada la plebe moderna, militarizzare il territorio, carcerare un numero incredibile di afro-americani e sostenere il terrorismo; tutto per combattere il totalitarismo comunista, ça va sans dire.

Un film che attraverso una storia d’amore finita male e un difficile rapporto fra genitori e figlio lascia allo spettatore molto da riflettere sulle attuali contraddizione della Repubblica popolare cinese. Gli innegabili risultati conseguiti dai comunisti e dal popolo cinese per estirpare dal paese feudalesimo e imperialismo che lo opprimevano, rischiano di essere vanificati. Le sirene del capitalismo rischiano di far cancellare questo epico sforzo del passato.

Uno stravolgimento conformisticamente post-moderno del grande intellettuale sovietico Sergeij Ėjzenštejn. I presunti dieci giorni che sconvolsero sessualmente Ėjzenštejn contrapposti ai dieci giorni che sconvolsero il mondo, è questo il motivo fondamentale, ripetuto ossessivamente, in questo intollerabile film di Greenaway. Il film presenta un campionario dei più banali luoghi comuni improntati al più radicale orientalismo sull’Urss, la Russia e il Messico.

Al Palaexpò di Roma fino al 13 settembre sono in mostra 150 opere del fotografo statunitense David LaChapelle. 

La messa in scena, da diverso tempo attesa, al Teatro dell’opera di Roma del capolavoro mozartiano Le nozze di Figaro è nata sotto i peggiori auspici, segno senz’altro dei tempi bui in cui siamo stati gettati.

Restare due ore con il fiato sospeso e la vista incredula a tanta inquietante -ma anche affascinante- visione, fra l’immaginifico, il patetico, l’osceno e l’horror. Questo è “Tale of Tales”, ovvero “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone. Fra il geniale e la follia. Così, al cinema, in una domenica di fine maggio. E pensare che finalmente ne è valsa la pena di passare dal botteghino a pagare un biglietto per vedere un film. 

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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