Il movimento della scuola: le ragioni di una sconfitta

L’attuale riflusso della significativa dinamica di lotta innescatasi l’anno passato è ormai un dato di fatto di cui occorre prendere atto.


Il movimento della scuola: le ragioni di una sconfitta

L’attuale riflusso, della significativa dinamica di lotta innescatasi l’anno passato, è ormai un dato di fatto di cui occorre prendere atto. Dopo l’azione, in quanto tale tragica, non può che venire il momento della riflessione, altrimenti si rischierebbe di passare dalla tragedia alla farsa. Solo facendo tesoro degli errori del passato, a partire dalla consapevolezza che ognuno è artefice del proprio destino, sarà possibile far ripartire “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.

di Renato Caputo

Prima della pausa estiva era essenziale mantenere alto il morale, insistendo sull’ottimismo della volontà, allo scopo di preparare un autunno il più caldo possibile.  Allo stato attuale occorre forse lasciare spazio al pessimismo della ragione per comprendere le cause della battuta d’arresto del significativo movimento della scuola dell’anno scorso. Tanto più che lo stesso dato di fondo si è radicalmente modificato. Fino alla pausa estiva era ancora possibile sostenere, con il Comandante Guevara, che l’unica battaglia persa è quella che non si è combattuta.  Alla luce dell’attuale riflusso, nonostante alcuni segnali in controtendenza, come ad esempio la recente grande assemblea di Torino, credo sia opportuno prendere atto che la battaglia in difesa di una scuola pubblica di qualità non è più condotta con la dovuta forza e convinzione. L’impressione è infatti che, al di là della determinazione delle avanguardie, la “palude” che resta la componente dominante in ogni scuola, ossia la maggioranza silenziosa che si muove solo in funzione della direzione del vento, pur mantenendo un giudizio essenzialmente negativo sulla controriforma realizzata dal governo, non crede sia vincente e, dunque, utile portare avanti un’opposizione attiva.

Tanto più che le burocrazie che controllano le maggiori organizzazioni sindacali, per la passività della maggioranza dei lavoratori, orfane dello spirito concertativo ulivista, hanno prontamente interiorizzato la sconfitta e indotto i lavoratori a imparare a convivere con la controriforma, mirando ad attenuarne gli aspetti negativi, mediante la cogestione.  Dietro tali posizioni c’è la consueta illusione soggettivista per cui il problema non è nelle strutture del sistema socio-economico, nella sua logica sempre più in contrasto con il necessario sviluppo delle forze produttive, ma semplicemente in chi le dirige.  In altri termini il problema non è da rinvenire nello Stato imperialista, forma politica necessaria a un modo di produzione capitalistico avanzato, nella sua fase di decadenza e crisi, ma in chi lo gestisce.  Allo stesso modo la mala scuola imposta dai poteri forti, di cui l’attuale governo come i precedenti è espressione, diverrebbe magicamente buona, o quantomeno accettabile, se a gestirla non fossero i corrotti, ma gli onesti. 

 In tal modo le burocrazie sindacali credono di adempiere al loro ruolo di gestione consociativa delle tensioni sociali, senza comprendere che venendo meno il conflitto dal basso, viene meno anche la ragione di essere delle organizzazioni sindacali. In altri termini, essendosi ormai ridotti a battersi unicamente per il proprio riconoscimento al tavolo concertativo da parte di governi più o meno “amici”, rischiano di perdere la loro stessa ragione di essere, non solo agli occhi dei lavoratori, ma della stessa controparte. 

Esemplare appare l’attuale situazione in cui le burocrazie sindacali hanno archiviato con non chalance l’ennesima sconfitta, aprendo la partita, peraltro decisiva, del contratto nazionale del pubblico impiego, avendo di mira unicamente il riconoscimento, a priori, della propria funzione concertativa.  In tal modo è evidente che il sindacato parte sconfitto e non sarà in grado di costruire una mobilitazione in grado di imporre il proprio riconoscimento.

D’altra parte, l’aver fatto oggettivamente naufragare, non essendosi minimamente impegnati nella loro riuscita, le deboli manifestazioni regionali di fine ottobre e con esse la possibilità di rilanciare seppur tardivamente la mobilitazione contro la legge 107, anche il morale delle avanguardie, indispensabile per provare a smuovere le singole scuole, appare piuttosto malconcio.  In tal modo la ritirata tattica a difesa della stessa ragion d’essere formale delle organizzazioni sindacali, rischia di trasformarsi in una vera e propria rotta, essendo tale ragione di essere nei fatti negata, magari inconsapevolmente, dalle medesime burocrazie sindacali.  Del resto la cecità o quantomeno la miopia è proprio la radice dell’esito tragico di un’azione.  

A tale proposito è indispensabile cercare di rintracciare le origini storiche dell’attuale battuta d’arresto, nei limiti della pur significativa mobilitazione dell’anno passato.  Alla base di tutto credo vi sia l’attuale attitudine, tipica dello scetticismo moderno, ossia della cultura dominante post-moderna, che porta a non credere nella possibilità stessa di un radicale mutamento storico, nella capacità della soggettività di incidere sul corso del mondo. Per cui, nonostante si incontrino sempre più ostacoli sul proprio cammino, la tendenza è a trovare a livello individuale la modalità più efficace per aggirarli, piuttosto che adoperarsi per organizzarsi con gli altri in funzione della loro rimozione.

Da qui la tendenza, tipica del pensiero debole liberale, a delegare la rappresentanza dei propri interessi, indispensabile per la soddisfazione dei propri bisogni, a professionisti, o forse sarebbe meglio dire a mercenari, della rappresentanza politica e sindacale.  In tal modo il movimento nella scorsa primavera è riuscito a spostare a sinistra la “palude” della maggioranza silenziosa, costringendo così anche i sindacati maggiormente neocorporativi a fare una volta tanto il proprio mestiere, arrivando persino all’indizione di uno sciopero unitario capace di bloccare la maggior parte delle scuole.  A questo punto una parte non trascurabile delle stesse avanguardie ha smesso di far pressione sulla maggioranza silenziosa e, di conseguenza sui sindacati, che hanno preso la direzione del movimento gestendolo a modo loro, ossia in modo burocratico, nei fatti anestetizzandolo.

La tendenza alla delega, l’incapacità di andare al di là del semplice lamento su un destino cinico e baro, o ad antropologizzare, naturalizzandole, le ragioni della propria sconfitta storica, hanno reso nei fatti impossibile la generalizzazione agli altri settori della mobilitazione sociale, rendendo irrealizzabile uno suo sviluppo in senso politico.  Negli altri settori la mobilitazione è stata molecolare, non essendoci un programma ideologico e provocatorio come quello presentato dal governo per dequalificare la scuola pubblica e piegarne, umiliandoli ulteriormente, i lavoratori.

D’altra parte l’universalità dell’esigenza di difendere una scuola pubblica, gratuita, democratica e di qualità non è stata avvertita nei fatti, a eccezione di tanto generose quanto isolate avanguardie, neanche tra i lavoratori a essa più legati.  Né fra il personale non direttamente attaccato dalla riforma, né fra i genitori, né fra la forza lavoro in formazione, ossia fra gli studenti non benestanti, vi è stata la consapevolezza che l’attacco alla formazione, come l’attacco alla sanità, ai trasporti e, più in generale ai servizi pubblici, ha una natura di classe.  Ossia è parte dell’offensiva condotta da ormai quasi quaranta anni dalle classi privilegiate dominanti ai danni delle classi dominate subalterne.

Del resto chi non è in grado di difendere il potere di acquisto, né della componente diretta del proprio salario, lo stipendio, né della componente differita, la pensione, difficilmente è in grado di comprendere la necessità di mobilitarsi per la componente indiretta del salario. D’altra parte occorre riconoscere che gli stessi insegnanti non sono stati in grado di comunicare adeguatamente nemmeno con i lavoratori a loro più vicini la necessità di una mobilitazione comune, in primo luogo perché non hanno una adeguata coscienza di classe.  L’appartenenza al ceto medio, il proprio essere lavoratori subordinati allo Stato, contribuisce a far sì che diversi insegnanti non si considerino lavoratori salariati a tutti gli effetti, anzi in taluni casi non si considerano nemmeno parte del pubblico impiego.  Allo stesso modo anche i lavoratori più prossimi agli insegnanti tendono a non ritenere questi ultimi dei lavoratori come loro.  

In entrambi i casi di ciò è responsabile in primo luogo l’ideologia dominante, che opera secondo l’antico ma sempre valido principio del divide et impera.  In secondo luogo essa favorisce l’attitudine opportunista a scaricare le offese subite da chi sta in alto su chi sta in basso, alimentando la suicida guerra fra poveri. Abbiamo così da una parte insegnanti che si sentono superiori agli “ordinari” lavoratori salariati e agli altri lavoratori del pubblico impiego, dall’altra diversi lavoratori dello stesso pubblico impiego che rivolgono l’ingiuriosa accusa che subiscono di essere “fannulloni” sugli insegnanti.

In secondo luogo questa grave carenza nella coscienza di classe è imputabile alla mancanza di una forza politica organizzata in grado di elaborare e mediare alle classi subalterne una visione del mondo autonoma e alternativa al pensiero unico dominante.  Viene così a mancare quella fucina indispensabile alla formazione degli intellettuali organici alla classe dei subalterni, in grado di svolgere il compito della direzione consapevole, altrettanto indispensabile della spontaneità. Troppo spesso, purtroppo, fra le stesse organizzazioni rivolte a difendere gli interessi dei subalterni prevale la concezione liberale e antidemocratica e di conseguenza antisocialista della delega. Per cui invece di cercare di essere avanguardie interne ai movimenti sociali in mobilitazione, ci si illude di poterne difendere gli interessi occupando i posti elettivi nelle istituzioni. In tal modo si abiura al proprio compito maieutico, ponendosi come semplice supporto esterno alla retroguardia dei movimenti di lotta, finendo troppo spesso per scadere, anche inconsapevolmente, nel populismo dei demagoghi.

D’altra parte tale principio della delega è altrettanto diffuso fra gli stessi docenti, a dimostrazione ancora una volta che il nemico continua a marciare alla nostra testa, perché riesce ad egemonizzare la nostra stessa testa. Proprio perciò il movimento in difesa di una scuola pubblica di qualità e dei suoi lavoratori non è stato in grado di compiere il passaggio decisivo dello sviluppo in senso politico della lotta economica e sociale. Così sono prevalse ancora una volta le illusioni di poter delegare la propria attività politica, parte integrante dell’essenza generica umana, al deputato di turno o si è passati direttamente a sostenere forze politiche populiste o posizione antipolitiche funzionali da sempre all’oligarchia.

14/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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