D’Alema e l’involuzione del PCI

Una recente intervista a D’Alema offre lo spunto alla riflessione sul complesso processo di involuzione del PCI, che l’ha condotto ad abbandonare la politica di classe in nome di un irrealistico liberal-riformismo democratico.


D’Alema e l’involuzione del PCI

Si potrebbe affermare che non vale più la pena di commentare le uscite del grande Massimo D’Alema, che per un certo tempo sembra abbia aspirato addirittura alla Presidenza della Repubblica, ma forse può essere preso ad esempio della triste parabola del PCI. Una prima cosa che potremmo chiederci è perché – sarebbe certo troppo umiliante – egli non si annovera tra quei politici, che fanno parte integrante di quella che chiama kakistocrazia, ossia il governo dei peggiori [1], personaggi squalificati e improvvisati che oscurano il panorama mondiale. Certo questa sua inclusione potrebbe sembrare eccessiva per un uomo politico di tanta abilità ed esperienza. Ma andiamo avanti.

Siamo nel 1976 e Giorgio Amendola, uomo da rispettare pur non condividendone le idee liberal-riformiste, dichiarava in un’intervista: “Oggi vediamo la fioritura di un tipo di democrazia diretta, in cui il cittadino è chiamato ad intervenire sulle questioni che lo interessano, non col votare una delega una volta ogni cinque anni, ma partecipando: dai consigli di fabbrica ai consigli di scuola, ai consigli di quartiere. Questa è una struttura democratica perfettamente compatibile con la moderna società industriale. Noi siamo per una pianificazione che non sia centralizzata, ma che tenga conto delle articolazioni regionali, locali e che tenga conto quindi di una partecipazione diretta delle masse lavoratrici. Sono queste le forze democratiche cui affidiamo l’avvenire della società nella transizione dall’attuale fase del tardo-capitalismo al socialismo…”.

E più avanti aggiungeva: “Quando io vado in una sezione del mio partito e in maniera provocatoria affermo: gli italiani non sono mai stati bene come adesso, mai così liberi, mai hanno mangiato tanto quanto adesso, mai hanno studiato come adesso, trovo dei giovani che dicono: no” (Intervista sull’antifascismo, a cura di P. Melograni, 1976: 187-188, 190). La risposta negativa dei suoi giovani interlocutori non faceva sorgere in lui un qualche dubbio sulla giustezza della sua analisi, convinto che quelle forme di democrazia diretta conquistate in Italia fossero praticabili in un mondo che si avviava verso il neoliberismo, scambiandolo per modernizzazione.

Ora, noi sappiamo che non solo nei testi classici del marxismo ma anche nelle scuole di partito, si studiava il carattere formale della democrazia borghese, che poteva e può tutt’al più dar vita a una forma ipocrita di democrazia rappresentativa, la quale di fatto aveva ed ha soltanto scarsa capacità di incidere sullo stato delle cose. Inoltre, tutte le volte che il voto aveva ed ha raggiunto la massima estensione, venivano e vengono elaborati espedienti per limitarne la portata trasformativa (si pensi all’introduzione del maggioritario, quando si pensò che i risultati elettorali avrebbero potuto condizionare le decisioni impopolari di politica economica dettate dagli organismi internazionali). Senza contare poi che l’espansione dei mezzi di comunicazione di massa e la loro capacità manipolatoria, volta ad orientare in una certa direzione l’elettore, era già stata messa in luce in quegli anni da molti studiosi e uomini politici [2].

D’altra parte, – ero bambina – ma appresi ben presto che le cosiddette nazionalizzazioni, non basate sull’autentico controllo operaio, avevano dato vita al tanto vituperato (dai comunisti) sottogoverno, che era solo un altro mezzo per riprodurre ed estendere il potere, favorendo il voto di scambio e il finanziamento illecito dei partiti.

Dopo il fatidico ‘68, gli anni ‘70 vedevano già la riflessione sulle nuove caratteristiche del tardo capitalismo (espressione coniata da Ernst Mandel) [3], la sua necessità di restringere il costo del lavoro, di innovarsi tecnologicamente, la diminuzione dei profitti, l’insorgere di movimenti sociali che cancellavano il ruolo centrale dei lavoratori nella lotta contro il capitalismo; non meno significative furono le profezie di Z. Bzrezinski, che prefigurava la crisi delle grandi organizzazioni di massa, la fine delle ideologie coagulanti e la transizione alla fase postindustriale che aprì all’era dei post. Leggendo le parole fiduciose di Amendola e quelle del “monarca” Giorgio Napolitano, il quale nel 1989 immaginava stesse avanzando l’era dei “grandi disegni” [4], che a suo parere avrebbe portato al disarmo mondiale, restiamo di stucco dopo aver intuito e visto quanto stava già verificandosi e quanto è accaduto dopo, osservando perplessi le macerie del muro di Berlino, e ci chiediamo quale relazione avessero questi uomini politici con i processi relativi a quel tragico cambiamento di fase.

Aggiungiamo poi le parole di quel malinconico personaggio dal nome di Walter Veltroni, anche lui candidato alla Presidenza della Repubblica, che giunse sino a dichiarare che: “Si poteva stare nel PCI, senza essere comunisti”; affermazione logicamente inconseguente, ma che illumina la cultura politica senza nerbo né convinzione del gruppo dirigente del partito di quegli anni. Evidentemente Veltroni non sapeva nemmeno prendersi sul serio, e con tale atteggiamento come è possibile affrontare con serietà le gravi questioni che il mondo contemporaneo ci pone?

Ovviamente non voglio fare della parabola del PCI solo una questione culturale, anche se la cultura conta. Importante è stato il parlamentarismo, ossia la partecipazione alla vita di un gruppo privilegiato (sino a quando i parlamentari comunisti hanno ricevuto stipendi ridotti?) [5], l’abitudine alla trattativa, al compromesso, la necessità di garantirsi la rielezione e il trasformismo [6]. Insomma, tutti quei comportamenti che nella tradizione marxista vanno sotto il nome di opportunismo, sempre accompagnato, per mantenere presa sulle masse, dalla retorica rivoluzionaria.

Con questo non si vuole certo affermare che ci fosse in quegli anni una concreta strada che conducesse alla rivoluzione, ma né era obbligatorio convincersi e convincerci che il capitalismo ci avrebbe portato sia pure gradualmente all’uguaglianza, alla pace, alla fine dello sfruttamento. Né vogliamo reclutare tutti questi personaggi nella summenzionata kakistocrazia, andrebbero esclusi quelli in buona fede e che non hanno tratto vantaggio dalla loro posizione politica, pur sottolineando – come del resto fa lo stesso D’Alema nella già citata intervista – l’esaurimento delle basi culturali del PD, ossia l’inconsistenza dei suoi strumenti interpretativi e delle sue analisi. Infatti, nella sua rapida parabola, quest’ultimo – sempre nelle parole del Leader Massimo – non si è portato dietro la critica al capitalismo, non si è dotato della capacità di individuarne le contraddizioni ed infine ha identificato il riformismo con la modernizzazione. In definitiva, lo stesso D’Alema afferma che i dissolutori del PCI avevano abbandonato quegli strumenti culturali disponibili, che avrebbero permesso loro di comprendere il significato profondo delle trasformazioni sociali della fine del Novecento, a meno che non abbiano preferito opportunisticamente mettersi dalla parte dei vincitori. Del resto, sul carattere di queste grandi trasformazioni, spesso inglobate nel termine mistificante di “globalizzazione”, si era sviluppato un intenso dibattito, nel quale le caratteristiche del tardo capitalismo e la sconfitta del mondo del lavoro erano descritti a tinte diverse.

Sicuramente su questo processo di trasformazione antropologica dei partiti comunisti o più genericamente di sinistra ha anche influito la stagnazione dei paesi socialisti, indeboliti dalla corsa senza fine agli armamenti e dal più attrattivo consumismo occidentale, aggrovigliati da una serie di contraddizioni interne, che non riuscirono mai a sciogliere.

Tutti questi elementi non giustificano la visione positiva espressa da Napolitano nel 1989 nel suo libro Oltre i vecchi confini. Il futuro della sinistra e l’Europa, in cui delinea “una radicale riforma del socialismo reale”, accompagnata dall’unificazione della Europa dei dodici, nel quadro degli incontri tra Gorbaciov e Reagan, che aveva già cominciato la sua politica liberista (taglio del 25% delle tasse sui redditi), preceduto di poco dalla Thatcher. Incontri che avrebbero portato alla riduzione degli armamenti nucleari e quindi al pericolo di una guerra devastante, mentre di fatto – come dimostrano le vicende successive – gli Stati Uniti non hanno mai rinunciato a far fuori una volta per tutte il nemico di sempre. Pensiamo alla espansione della NATO ad Oriente, che si è rafforzata dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, all’abbandono del Trattato INF etc.; decisioni che furono prese anche se la Russia non stava più nelle mani dei comunisti.

In realtà, questo immenso paese non può non suscitare ancora l’avidità imperialistica per le sue straordinarie risorse; avidità che fu solleticata dalla disastrosa politica di cedimenti Gorbaciov e dalla capitolazione di Yeltsin. D’altra parte, fu Reagan a definire l’Unione Sovietica l’Impero del male e ad annunciare la costruzione di un potente sistema antimissilistico, anche quando la sua fattibilità era del tutto incerta, non trovando completamente concordi i suoi alleati occidentali, con l’esclusione ovviamente della sua sodale e suddita Thatcher.

Se analizziamo brevemente il contesto da cui scaturiranno gli incontri tra Reagan e Gorbaciov, vediamo che durante la sua prima presidenza (1981-1985) l’ex attore statunitense aveva intensificato la politica degli armamenti, la lotta contro i gruppi ribelli nel Terzo Mondo, aveva occupato l’isola di Grenada (1983), finanziato nel Centroamerica la controguerriglia, sostenuto d’accordo con papa Wojtyla i movimenti anticomunisti nell’Europa orientale, oltre ai famosi guerriglieri islamici in Afghanistan, nucleo della successiva Jihad. Dunque, a nostro parere, un personaggio certamente non affidabile, con cui stabilire un accordo di cooperazione per dar vita a “un mondo più stabile, pacifico e sicuro”, come scrive Napolitano (p. 64).

Il primo incontro tra i leader delle due superpotenze ebbe luogo a Ginevra proprio il 19 novembre del 1985, quando era iniziata la seconda presidenza non meno interventista di Reagan (1985-1989) e, nonostante la minaccia di avviare le prime esercitazioni del sistema antimissilistico, che avrebbe rotto l’equilibrio assicurato dalla cosiddetta Mutua Distruzione Assicurata, si concluse due anni dopo con un esito positivo su cui avevano influito anche forti manifestazioni popolari contro la guerra: la demolizione degli euromissili, preceduta nel 1982 dall’annuncio dello START I. Questo trattato, che riduceva la quantità delle armi nucleari a lungo raggio dotate di una straordinaria forza distruttiva, fu firmato solo nel 1991 sotto la presidenza di George H. Bush e durante quegli anni il riarmo da entrambe le parti non cessò.

L’ammorbidimento di Reagan nei confronti dell’Unione Sovietica era stato determinato dai pericoli sempre più incombenti di una guerra nucleare, sfiorata in varie occasioni, dal programma di ristrutturazione della società sovietica adottato da Gorbaciov e dall’atteggiamento collaborativo di quest’ultimo sul piano internazionale (per es. nel 1988 viene ritirato dall’Afghanistan il contingente militare e ridotti gli aiuti ai paesi alleati). Nelle parole di Napolitano: il “graduale ridimensionamento della presenza sovietica, diretta o indiretta, in alcune aree del Terzo Mondo”, in un contesto in cui è già stata avviata “una sostanziale revisione del concetto di imperialismo” (pp. 65-67).

In questo quadro in cui secondo Napolitano ci si avviava alla collaborazione tra le due superpotenze per risolvere i gravi problemi internazionali, finalmente “gli interessi universali” stavano prevalendo sugli “interessi di classe” (p. 68). Purtroppo per il Presidente emerito, abbiamo appreso da tempo che solo gli interessi di classe della maggioranza (ossia dei lavoratori) sono autentici interessi universali, giacché solo se essi prevarranno saranno scongiurati tutti i mali che ci affliggono: dalla fame, alla povertà, allo sfruttamento e alla guerra autodistruttiva.


Note

[1] Che lo stesso ex Presidente del Consiglio menziona.

[2] A voler essere puntigliosi potremmo citare il piccolo libro attribuito forse scorrettamente a Jonathan Swift, L’arte della menzogna (o Pseudologia), datato 1710, nel quale si descrive un abile statista dell’epoca che dispone di un’ampia riserva di menzogne, che diffonde con generosità per poi dimenticarle e contraddirle poco dopo (1995: 25).

[3] Per il quale esso non costituisce la “società postindustriale”, bensì il luogo dell’”industrializzazione generale universalizzata”, nella quale la produzione mercantile penetra in tutti i settori della vita sociale.

[4] Proprio quando qualcuno parlava della crisi delle “metanarrazioni”.

[5] Lo Statuto del PD prevede che i parlamentari versino al partito mediamente 1.500 euro al mese.

[6] Tanto per citare un esempio eclatante pensiamo al brillante Lucio Colletti e alla sua deprecabile fine.

24/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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