Dittatura del proletariato e riforme democratiche

Le difficoltà da superare nella transizione al socialismo: dalla necessità delle alleanze di classe per consolidare il nuovo blocco sociale dominante al diritto dei popoli all’autodeterminazione nazionale.


Dittatura del proletariato e riforme democratiche Credits: https://www.ilpost.it/2014/01/21/vladimir-lenin/

Nell’unico paese in cui la rivoluzione socialista ha avuto successo, sfruttando la Prima guerra imperialistica mondiale, il più grande fronte borghese nemico è individuato da Lenin nei grandi contadini, per cui “dopo la vittoria del proletariato nelle città, saranno assolutamente inevitabili, da parte dei contadini ricchi, tutte le forme di resistenza, sabotaggio e azione armata diretta a carattere controrivoluzionario. Il proletariato rivoluzionario deve pertanto iniziare immediatamente la preparazione ideale e organizzativa delle forze necessarie per disarmare completamente questo strato, parallelamente alla liquidazione dei capitalisti nell’industria, infliggergli, al primo tentativo di resistenza, un colpo decisivo, spietato, mortale, armando a questo scopo il proletariato agricolo e organizzando nelle campagne dei Soviet in cui non ci può essere posto per gli sfruttatori e in cui la prevalenza deve essere assicurata ai proletari e ai semiproletari” [1].

D’altra parte, però, la violenza verso la massa dei contadini medi sarebbe, sottolinea Lenin, del tutto inefficace agli scopi che si vogliono conseguire; in questo caso specifico è, in effetti, decisamente più importante la capacità di egemonia. Come sottolinea a tal proposito Lenin: “non vi è una cima che possa essere tagliata lasciando intatte tutte le fondamenta, tutto l’edificio. Quella cima che nella città era costituita dai capitalisti, qui non c’è. Agire in questo campo con la violenza, significa rovinare tutto. Qui occorre un lungo lavoro di educazione. Al contadino che, non soltanto da noi ma in tutto il mondo, è un pratico e un realista, dobbiamo offrire esempi concreti per provargli che la ‘comune’ è migliore di ogni altra cosa” [2]. Dal punto di vista economico, dunque, se l’alta borghesia andrà espropriata completamente, la borghesia media andrà neutralizzata, ovvero colpita solo nel momento in cui si oppone al processo di transizione al socialismo, mentre la piccola borghesia andrà conquistata anche con concessioni che ritardano il processo di transizione.

Perciò, pensando in particolare ai piccoli contadini, Lenin insiste sulla necessità di conquistarne il consenso allo sviluppo in senso socialista dell’agricoltura sul piano pratico, concreto: “dal momento che si è detto che è necessario ottenere il consenso volontario, vuol dire che occorre persuadere i contadini, e persuaderli sul terreno pratico. Essi non si lasceranno persuadere dalle parole, e faranno benissimo” [3]. Perciò, insiste Lenin, sarà indispensabile dimostrare con i fatti che il nuovo Stato socialista non è più avverso ai contadini, dal momento che “il contadino è abituato da secoli e secoli a non subire che la oppressione da parte del potere dello Stato; è quindi abituato a diffidare di tutto ciò che viene dallo Stato. E se le comuni agricole aiuteranno i contadini semplicemente per conformarsi alla legge, un tale aiuto non soltanto non sarà utile, ma ne potrebbe risultare semplicemente un danno. (…) Spesso le comuni hanno suscitato nei contadini unicamente un atteggiamento negativo verso di loro e la parola ‘comune’ è talvolta diventata una parola d’ordine di lotta contro il comunismo. E ciò è accaduto non soltanto nei casi in cui si erano fatti tentativi assurdi per costringere con la forza i contadini a entrare nelle comuni” [4].

Altrettanti accorgimenti sono necessari per conquistare al blocco sociale rivoluzionario dominante gli stessi ceti medi, sebbene in funzione subordinata al proletariato, nel paese dei soviet composti principalmente dai cosiddetti contadini medi. A questo proposito, evidenzia a ragione Lenin: “il contadino ha bisogno dell’industria della città, non ne può fare a meno; e questa industria è nelle nostre mani. Se ci metteremo al lavoro come si deve, il contadino ci sarà grato perché gli porteremo dalla città questi prodotti, questi strumenti, questa cultura. Glieli forniranno non gli sfruttatori, non i grandi proprietari fondiari, ma dei compagni, che lavorano come lui, che egli stima profondamente, che stima però dal punto di vista pratico, soltanto per il loro lavoro effettivo, mentre respinge, a giusta ragione, i metodi da comandante, le ‘prescrizioni’ dall’alto” [5]. È, dunque, indispensabile, a parere di Lenin, saper modulare nel modo migliore il potere che si è conquistato con la Rivoluzione socialista, per dar vita a un nuovo blocco sociale dominante che assicuri stabilità e una relativa pace sociale, con le classi intermedie. Perciò l’atteggiamento dei rivoluzionari non potrà che essere, necessariamente, diverso a seconda delle diverse tipologie di contadini con cui si avrà a che fare. Come osserva Lenin, a proposito dei compiti specifici della dittatura del proletariato in un particolare contesto quale la Repubblica socialista federativa sovietica: “circa i proprietari fondiari e i capitalisti, è nostro compito espropriarli totalmente. Ma non ammettiamo nessuna violenza nei confronti dei contadini medi. Persino nei confronti dei contadini ricchi non diciamo con tanta risolutezza come per la borghesia: espropriazione assoluta dei contadini ricchi” [6].

Sulla base di queste problematiche, Lenin cerca di risolvere l’apparente contraddizione fra dittatura del proletariato e democrazia. A suo avviso, le riforme democratiche, pur costituendo “un prodotto accessorio della rivoluzione proletaria, cioè socialista” [7], ne costituiscono un prerequisito, che può essere pienamente realizzato solo da chi intende spingersi oltre la Rivoluzione borghese. Così, ad esempio, lo Stato sovietico è l’unico che, proponendo una pace immediata senza annessioni, ha rispettato nei fatti il diritto democratico borghese di autodeterminazione delle nazioni, naturalmente rifiutato dai presunti campioni delle libertà democratiche occidentali. Allo stesso principio si attiene la politica interna dello Stato dei soviet lasciando a ogni popolo la decisione se far parte o meno della Repubblica socialista federativa sovietica.

Tale diritto è essenziale, secondo Lenin, per ampliare il concetto stesso di transizione al socialismo: “in pratica non sappiamo e non possiamo sapere quante nazioni oppresse avranno necessità della separazione per recare il proprio apporto alla varietà di forme della democrazia e delle forme di transizione al socialismo” [8]. Del resto per Lenin, come già per Karl Marx, accordare il diritto di autodeterminazione a tutte le nazioni è nell’interesse stesso del proletariato, in quanto “un popolo che opprime altri popoli non può essere libero” [9]. Dunque, Lenin pur considerando superiore il principio di autonomia nazionale proprio della borghesia nella sua fase ascendente, rispetto all’unificazione dell’imperialismo che cancella e opprime le differenze nazionali, difende tuttavia il principio internazionalista del progressivo avvicinamento fra le nazioni non sulla base della violenza, ma attraverso la libera unione dei proletari di tutti i paesi” [10].

L’educazione in senso internazionalista delle masse è, del resto, possibile solo rivendicando o realizzando, in caso di conquista del potere, il diritto all’autodeterminazione delle masse, fermo restando che “il diritto di autodecisione è una delle rivendicazioni della democrazia che, naturalmente, dev’essere subordinata agli interessi generali di quest’ultima” [11]. Tanto più, dunque, il diritto dei popoli all’autodeterminazione, essendo un principio democratico, deve essere sottoposto ai superiori obiettivi generali del socialismo. Così, ad esempio, osserva con ragione Lenin: “spesso si sente dire (…) che l’atteggiamento negativo di Marx verso il movimento nazionale di alcuni piccoli popoli, per esempio, dei cechi nel 1848, confuta la necessità – dal punto di vista del marxismo – di riconoscere l’autodecisione delle nazioni. Ma questo è falso, perché nel 1848 esistevano dei motivi storici e politici per distinguere le nazioni ‘reazionarie’ da quelle democratiche rivoluzionarie. Marx aveva ragione condannando le prime e sostenendo le seconde” [12].

Allo stesso modo, Lenin sottolinea come il processo rivoluzionario non sia esportabile all’estero senza con ciò stesso minare l’autorevolezza della repubblica sovietica; l’internazionalismo proletario mirerà, piuttosto, a offrire ai lavoratori sfruttati e ai popoli oppressi un “disinteressato aiuto culturale” [13], volto ad  agevolare il loro compito storico di realizzare democrazia e socialismo.


Note:

[1] V. I. U. Lenin, Primo abbozzo di tesi sulla questione agraria [giugno-luglio 1920], inId., Sulla rivoluzione socialista, edizioni progress, Mosca 1979, p. 507.
[2] Id., Rapporto sul lavoro nelle campagne (tenuto al VIII congresso del PCbR) [marzo 1919], in op. cit., p. 393.
[3] Ivi, p. 395.
[4] Id., Discordo al I congresso delle comuni e delle artel agricole [4 dicembre 1919], in op. cit., pp. 439-40.
[5] Id., Rapporto…, in op. cit., p. 397.
[6] Ivi, p. 387.
[7] Id., Per il quarto anniversario della rivoluzione d’ottobre [ottobre 1921], in op. cit., p. 567.
[8] Id., Intorno a una caricatura del marxismo e all’economismo imperialistico [agosto-ottobre 1916], in op. cit., p. 77.
[9] Id., La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (tesi) [gennaio-febbraio 1916], in op. cit., p.43.
[10] Ivi, pp. 43-44.
[11] Ivi, p. 44 in nota.
[12] Ibidem.
[13] Id., Intorno a una caricatura…, op. cit., p. 74.

29/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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