Donne, lavoro, migrazioni. Quando il sogno americano è un incubo

Donne costrette ad emigrare nella "terra delle libertà" e, spesso, incontrare lì la morte.


Donne, lavoro, migrazioni. Quando il sogno americano è un incubo

Il lavoro femminile, i ritmi massacranti in fabbrica con le porte chiuse a chiave, nessuna pausa. Donne straniere, anche dall'Italia, costrette a emigrare nella “terra delle libertà” per guadagnarsi una vita di fatica e oppressione tra i cancelli della fabbrica e, spesso, incontrare lì la morte. Recensione del libro Camicette Bianche. Oltre l’8 marzo di Ester Rizzo (Navarra editore, 2014).

di Laura Nanni

“Non erano balle preziose di stoffa quelle che i passanti videro volare dall’Asch Building. Erano i corpi delle operaie della Triangle Waist Company. Cadevano giù a decine, alcune con i vestiti e i capelli in fiamme. Dissero che somigliavano alle comete”.

Ho ascoltato la presentazione documentaria del lavoro di ricerca di Ester Rizzo [1], una ricerca che ha un seguito nell’intitolazione di strade e luoghi pubblici ai nomi delle migranti [2], nella volontà di dare un nome e di ricostruire la storia delle ragazze di cui non si sa ancora nulla.

Ho ritenuto importante riportare parti del suo racconto: mettono in luce quale fosse, un secolo fa, la condizione delle lavoratrici migranti nell’agognata America e quanto la legislazione per la tutela dei lavoratori e delle lavoratrici fosse pressoché nulla. Purtroppo, oggi, non possiamo affermare che quelle condizioni siano state veramente superate, dato che il capitalismo ha trovato la sua espansione anche in altri luoghi, sempre con gli stessi mezzi; dato che i sindacati non hanno compiuto tutto ciò che, a partire da fatti come questo, si erano proposti negli anni. Su La Città Futura gli articoli di Carmine Tomeo circa le morti sul lavoro ne hanno ben analizzato la problematica.

È passato un secolo, anzi, 105 anni, perché ritornare su qualcosa di così lontano?

Innanzitutto perché credo sia necessario sapere cosa sia accaduto durante il più grave incendio nella storia dell’America capitalistica; perché anche da quella tragedia hanno preso vita e forma leggi per la difesa e la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, grazie all’impegno di persone spesso ignorate dalla storiografia; infine, perché l’autrice ha fatto una ricerca così dettagliata e stimolante che ci consegna una riflessione non solo su quella grave tragedia ‐ che si va a inscrivere in anni in cui le condizioni lavorative erano tremende ed in cui le operaie di tutto il mondo si andavano organizzando nel movimento internazionale socialista delle donne per chiedere dignità, diritti, la fine delle guerre e dell'oppressione‐ ma anche sulle condizioni degli emigranti italiani, quelli che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento hanno lasciato i loro paesi, a volte le famiglie, senza sapere se le avrebbero mai riviste.

Il processo

Il processo per appurare le responsabilità nell’incendio della fabbrica di camicie Triangle Waist di New York di Harris e Blanck, avvenuto il 25 marzo del 1911, ebbe luogo otto mesi dopo. Le vittime furono 146, 17 uomini e 129 donne, in maggioranza russe e italiane. L’età delle donne partiva dai 14 anni, solo qualcuna aveva compiuto 30 anni.

Il processo fu breve, iniziò il 4 e si concluse il 27 dicembre, con la completa assoluzione dei proprietari, nonostante avessero rifiutato più volte di adeguarsi alle norme di sicurezza e le condizioni di lavoro fossero esasperanti. Sembrava che gli ispettori del lavoro non avessero mai fatto alcuna annotazione a proposito dei controlli svolti, e neppure gli agenti assicurativi.

Harris e Blanck non volevano avere a che fare con organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici; per battere la concorrenza dovevano far lavorare le donne a pieno ritmo, dovevano vendere una camicetta a 3 dollari, battendo sul prezzo le altre fabbriche. Quindi, salari più bassi, più ore e velocità. Le macchine da cucire elettriche consentivano la velocizzazione del processo di lavorazione, e la pausa nell’intera giornata lavorativa era di mezz’ora.

La fabbrica si trovava all’ottavo, nono e decimo piano; l’incendio si sviluppò dall’ottavo piano. Settanta delle ragazze morirono sul selciato, perché si buttarono dalle finestre per sfuggire alle fiamme.

Al processo, molti sapevano che i testimoni dicevano il falso, affermando che le porte non erano chiuse a chiave e che le ragazze, prese dal panico, non erano riuscite ad aprirle. Dissero anche che non capivano l’inglese e, quindi, non avevano compreso il grido “fire!”. Comunque vennero giustificati i proprietari, in quanto sostennero di non essere a conoscenza dell’abitudine di chiudere le porte da parte dei capisquadra, i “caporali”, gente senza scrupoli che guadagnava sulle paghe delle ragazze.

All’uscita dal tribunale, furono circondati da una folla che gridava: “omicidio!”.

“L’assicurazione pagò 445 dollari per ogni operaia morta, ai familiari ne andarono 75.”!

La tonnellata umana

Ester Rizzo dedica un capitolo alla “tonnellata umana”, così venivano chiamati gli emigranti italiani. Tra il 1876 e il 1925 un milione e mezzo di meridionali migrò verso La Merica. Al loro arrivo erano suddivisi in Italiani del sud e del nord: a quelli del sud spettavano i lavori più pesanti e meno retribuiti, la discriminazione continuava. In Italia c’erano gli agenti dell’emigrazione, tredicimila nel 1900. Successivamente, venne abolito il loro ruolo; c’erano alcune compagnie scelte che si occupavano delle traversate ed erano compagnie navali quasi sempre non italiane. Alcuni vascelli venivano chiamati “vascelli della morte”. Sono riportati i dati di alcuni naufragi: l’Utopia il 17 marzo 1891, 576 morti; il Borgognone il 4 luglio 1898, 549 vittime; la Lusitania nel 1901; il Sirio nel 1906. E ancora.

All’arrivo a Ellis Island, i migranti erano sottoposti a visite e controlli, tenuti in quarantena se necessario. Le donne, se non accompagnate, se non avevano familiari ad accoglierle che potessero garantire la loro moralità, venivano rimpatriate.

Dopo l’incendio della Triangle Waist di New York

Dalla piattaforma programmatica presentata dal Partito Socialista Americano alle elezioni presidenziali del 1912:

“[...] malgrado i sempre più perfezionati metodi di lavorazione industriale, la parte spettante ai lavoratori aumenta sempre meno, mentre i prezzi dei beni di prima necessità crescono continuamente. La tanto decantata prosperità di questa nazione è riservata alla sola classe padronale. [...] I bambini appartenenti alla classe operaia sono condannati all’ignoranza con il sopportare più a lungo fatiche inumane e il condurre un’esistenza priva di speranze[...]non è possibile sopportare più a lungo tali condizioni di vita e perciò proponiamo di mettervi fine[...]. La società è divisa in gruppi e classi contrapposte definiti dagli interessi materiali[...]."

Il 2 aprile 1911, Rose Schneiderman, attivista sindacale e socialista polacca, prese la parola al Metropolitan Opera House per l’incontro commemorativo: “[...]la vecchia inquisizione aveva le sue viti ed i suoi strumenti di tortura con denti di ferro. Oggi i denti di ferro sono i nostri bisogni, mentre gli strumenti di tortura sono le potenti e rapide macchine accanto alle quali dobbiamo lavorare nelle fabbriche, vere trappole di fuoco che possono distruggerci in pochi minuti. [...] Ogni volta che i lavoratori protestano contro condizioni di lavoro insopportabili, alla mano potente della legge è consentito reprimerli...[...]. L’unico modo in cui possiamo salvarci è creare un forte Movimento dei lavoratori.” Fu presidente della Women’s Trade Union League di NY dal 1917 al 1949 e di quella nazionale dal 1926 al 1950.

Il 14 ottobre 1911 fu istituita la Società Americana degli Ingegneri per la sicurezza.

Nei quattro anni successivi furono approvate otto nuove leggi che furono inserite nel codice del lavoro, leggi che obbligavano i proprietari a realizzare idonee entrate e uscite nei luoghi di lavoro, a dotare gli edifici di estintori e spruzzatori automatici. Stabilirono orari limitati per donne e bambini.

Francis Perkins si trovava a Washington Place il 25 marzo 1911 e assistette impotente all’incendio dell’Asch Building mentre le operaie si gettavano nel vuoto. Da allora dedicò la sua vita alla lotta per il miglioramento della vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Laureata in Chimica e Fisica, studiò poi Economia e Sociologia e infine Scienze Politiche. Iniziò lavorando come ispettrice di fabbrica a NY. Fu la prima donna al mondo ad essere nominata segretaria del Lavoro; negli U.S.A. ricoprì questo incarico nei periodi della presidenza di Roosvelt e di Truman.

È stato grazie a lei che furono introdotte la legge sul salario minimo, l’indennità di disoccupazione, l’erogazione di benefit alle fasce più deboli della popolazione. Fece approvare leggi per la prevenzione degli incidenti sul lavoro, leggi che vietavano il lavoro infantile e che stabilivano la durata della settimana lavorativa standard che non poteva superare le 40 ore. Queste leggi in seguito hanno ispirato la legislazione del lavoro in tutti i Paesi.

Leonardo Sciascia ha raccontato la Sicilia dei nostri migranti... ecco un brano tratto da Il lungo viaggio. Non sembrano atmosfere così lontane nel tempo.

“Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso. E faceva spavento, respiro di quella belva che era il mondo, il suono del mare: un respiro che veniva a spegnersi ai loro piedi.
Stavano, con le loro valige di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata; vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte. Perché i patti erano questi ‐ ‘io di notte vi imbarco’, aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto – ‘e di notte vi sbarco: sulla spiaggia del Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche... E chi ha parenti in America, può scrivergli che aspettino alla stazione di Trenton, dodici giorni dopo l’imbarco... Fatevi il conto da voi... Certo, il giorno preciso non posso assicurarvelo: mettiamo che c’è mare grosso, mettiamo che la guardia costiera stia a vigilare... Un giorno più o un giorno meno, non vi fa niente: l’importante è sbarcare in America’.” (da Il mare del colore del vino, 1973 Leonardo Sciascia)

Note:

[1] Ester Rizzo è nata a Licata, referente del gruppo Toponomastica femminile per la provincia di Agrigento; responsabile della Commissione PP OO e Politiche Sociali del distretto Sicilia FIDAPA. Collabora con testate giornalistiche nazionali e regionali.


[2] Il gruppo Toponomastica femminile e Navarra Editore hanno lanciato una petizione rivolta alle istituzioni comunali dei paesi di provenienza delle vittime italiane, alcune di queste hanno già attuato le intitolazioni di luoghi di pubblico interesse.

04/03/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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