La critica di Lenin al disfattismo dell’estremismo dottrinario

L’attitudine estremistica di pretendere che la prassi si conformi in tutto e per tutto alla teoria porta i dottrinari a considerare ogni prassi un tradimento del marxismo.


La critica di Lenin al disfattismo dell’estremismo dottrinario Credits: http://time.com/5013096/vladimir-lenin-biographer/

Secondo Lenin la necessità di rallentare quando necessario il processo di transizione al socialismo, di procede a zig-zag, di tornare indietro e cercare una nuova via quando la prima si sia dimostrata impraticabile, come la necessità di stringere accordi tattici su questioni specifiche con alcune componenti del fronte avverso, per gettare la contraddizione nel campo nemico, è un’esigenza assoluta in quanto “dopo aver realizzato la prima rivoluzione socialista del proletariato, dopo aver abbattuto la borghesia in un paese, il proletariato di questo paese rimane ancora a lungo più debole della borghesia, già solo in virtù dei formidabili legami internazionali della classe borghese e, inoltre, a causa della spontanea e continua ricostituzione e rinascita del capitalismo e della borghesia ad opera dei piccoli produttori di merci nel paese stesso che ha abbattuto il dominio borghese” [1].

In altri termini, contro le posizioni inconsapevolmente disfattiste che pretendevano di realizzare tutto e subito il complesso processo di costruzione del socialismo in un paese solo e per altro notevolmente arretrato, Lenin osserva: “condurre la guerra per rovesciare la borghesia internazionale, guerra cento volte più difficile, lunga e intricata della più accanita delle guerre abituali tra gli Stati, e rinunciare in anticipo a manovrare, a sfruttare i contrasti (pur temporanei) d’interessi tra i nemici, rinunciare alle intese e ai compromessi con eventuali alleati (pur se momentanei, poco fidati, esitanti, condizionati), non è cosa infinitamente ridicola? Non è come se nell’ardua scalata d’un monte ancora inesplorato e inaccessibile si rinunciasse in partenza a fare qualche zigzag, a ritornare talvolta sui propri passi, a lasciare la direzione presa all’inizio per tentare altre direzioni?” [2].

Diviene, quindi, necessario saper adottare la tattica necessaria, in quel difficilissimo frangente storico, che può consentire di realizzare la strategia e non pretendere, in modo infantile, di adottare la tattica più diretta e immediata. In effetti, agli incauti estremisti dei paesi occidentali, che rimproveravano ai comunisti sovietici di non aver ancora portato a termine la transizione al socialismo, Lenin fa notare che il solo paese in cui la rivoluzione ha avuto un esito positivo si trova immediatamente a dover affrontare l’aggressione diretta e indiretta di tutte le potenze imperialiste internazionali. Perciò, in una tale tragica situazione, “si può vincere un nemico più potente soltanto con la massima tensione delle forze e all’immancabile condizione di utilizzare nel modo più diligente, accurato, cauto e abile ogni benché minima ‘incrinatura’ tra i nemici, ogni contrasto d’interessi tra la borghesia dei diversi paesi, tra i vari gruppi e le varie specie di borghesia all’interno di ogni singolo paese, ogni benché minima possibilità di conquistare un alleato numericamente forte, pur se momentaneo, esitante, instabile, infido, condizionato. Chi non ha capito questo non ha capito un’acca né del marxismo né del moderno socialismo scientifico in generale” [3].

In particolare tali critiche estremistiche provengono da una concezione dottrinaria del marxismo, quasi si trattasse di una verità rivelata una volta per tutte da Marx ed Engels che si dovrebbe semplicemente realizzare seguendo pedissequamente le direttive dei padri fondatori. Perciò Lenin non si stanca di ricordare che Marx stesso ha considerato la prassi l’unico strumento realmente utile per stabilire la validità di una teoria e, dunque, per risolvere le diatribe che rischiano di protrarsi all’infinito su di un piano meramente astratto. Osserva a questo proposito Lenin: “bisogna studiare l’esperienza pratica. Io ho firmato decreti e deliberazioni che contengono indicazioni pratiche sulla simbiosi, e la pratica è cento volte più importante di qualsiasi teoria. Perciò, quando mi si dice: ‘Parliamo un po’ della simbiosi’, rispondo: ‘Studiamo un po’ quello che abbiamo fatto’. Che abbiamo commesso molti errori, è fuori dubbio. Può anche darsi che la maggior parte dei nostri decreti debba essere modificata. Sono d’accordo, e non sono affatto innamorato dei decreti. Ma allora fate proposte concrete: trasformate questo e quello. Questa sarebbe un’impostazione efficace. Non sarebbe un lavoro improduttivo” [4].

Quindi, se sul piano dell’ astratta dottrina è sempre facile constatare il mare che, necessariamente, si interpone fra il dire e il fare, altra cosa, decisamente più complessa, ma produttiva è fare una critica o ancora meglio un’autocritica costruttiva. Dunque, per dirla con Lenin, “riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, discutere apertamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito, questo si chiama fare il proprio dovere, educare e istruire la classe e quindi le masse [5].

In effetti, Lenin è pienamente cosciente dei profondi guasti presenti nell’apparato statuale sovietico. Sostiene, perciò, l’impellente necessità di una trasformazione in profondità proprio dell’apparato statuale: “il nostro apparato statale, se si eccettua il Commissariato del popolo degli affari esteri, rappresenta al massimo grado una sopravvivenza di quello passato, e meno di ogni altro ha subíto serie modificazioni. È soltanto stato verniciato un po’ alla superficie, ma il resto è rimasto un tipico relitto del nostro vecchio apparato statale” [6]. Dunque, i difetti dell’apparato statuale dipendono, in primo luogo, da un passato che non passa ma, proprio per questo, appare a Lenin necessario prendersi tutto il tempo utile a realizzare una trasformazione così importante, che richiede una rottura tanto profonda con le vecchie tradizioni.

A maggior ragione a chi pretende che sia possibile sostituire immediatamente una cultura socialista alla cultura borghese – quasi che anche un cambiamento così profondo e radicale sarebbe realizzabile per decreto o grazia al puro slancio soggettivo – Lenin consiglia di procedere con estrema cautela. Ammonisce, perciò, a questo proposito: “nei problemi della cultura è soprattutto dannoso aver fretta e voler fare le cose in grande. Molti nostri giovani letterati e comunisti se lo dovrebbero ficcare bene in testa. Così, riguardo all’apparato statale dobbiamo trarre dall’esperienza precedente la conclusione che sarebbe meglio andare più adagio” [7]. In altri termini, pur essendo pienamente cosciente dell’importanza di una rivoluzione culturale, per portare a compimento la stessa rivoluzione socio-economica e politica, visto che vi è un rapporto dialettico di relazione reciproca fra le strutture e le sovrastrutture, Lenin intende evitare ogni soluzione utopista che non si sia in grado di realizzare, dal momento che su questo piano bisogna considerare come acquisito soltanto ciò che è entrato a far parte della cultura, della vita, ciò che è diventato per così dire un abito, ossia un costume etico acquisito, quasi si trattasse di una seconda natura.

Quindi, un sana attitudine sobria e critica è indispensabile per portare avanti la costruzione del socialismo, in particolare in un ambiente esterno essenzialmente ostile. Occorre, perciò, sottolinea Lenin: “compenetrarsi di salutare diffidenza verso ogni progresso troppo rapido, verso qualsiasi millanteria, ecc., bisogna pensare a controllare quei passi in avanti che proclamiamo ogni ora, che facciamo ogni minuto, e che ad ogni secondo si rivelano instabili, precari e non compresi. La cosa più nociva sarebbe qui la fretta. La cosa più nociva sarebbe partire dal presupposto che sappiamo pur qualcosa, oppure che disponiamo di un numero più o meno rilevante di elementi per costruire un apparato veramente nuovo che meriti veramente il nome di socialista, di sovietico, ecc. Questo apparato da noi non esiste, e perfino gli elementi che abbiamo sono ridicolmente pochi; non dobbiamo dimenticare che per costruire questo apparato non bisogna risparmiare il tempo e che occorrono molti, moltissimi anni” [8].

Tanto più che, a parere di Lenin, “da noi si può dire che quanto di buono esiste nell’organizzazione sociale non è oggetto di profonda riflessione, non è compreso, sentito; è stato afferrato in fretta, non è stato messo alla prova e confermato dalla esperienza, non è stato consolidato, ecc. E non poteva certo essere altrimenti nel periodo della rivoluzione, e con un ritmo di sviluppo così vertiginoso che ci ha condotti in cinque anni dallo zarismo al regime sovietico” [9]. Dunque, non solo per quanto concerne la ristrutturazione degli apparati statuali, ma anche per la riorganizzazione di produzione e distribuzione non si può procedere per decreto, ma occorre che i proletari e gli stessi contadini si abituino, in un arco temporale necessariamente ampio, a tali normative. Ecco, dunque, in conclusione come Lenin riassume I compiti decisivi del partito della rivoluzione: “Il primo compito di ogni partito dell’avvenire è quello di convincere la maggioranza del popolo della giustezza del suo programma e della sua tattica. (…) Il secondo compito del nostro partito era quello di conquistare il potere politico e di schiacciare la resistenza degli sfruttatori. Anche questo compito non è affatto adempiuto fino in fondo, e non lo si può ignorare. (…) Ed ora [terminata la guerra civile] si presenta, come compito immediato e caratteristico del momento attuale, il terzo compito: quello di organizzare la amministrazione. (…) Questo è il compito più difficile, poiché si tratta di organizzare ex-novo le basi più profonde, cioè le basi economiche, della vita di decine e decine di milioni di uomini” [10].

Note

[1] V.I. Lenin, L’“estremismo”, malattia infantile del comunismo [aprile-maggio 1920], in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, pp. 477-78.

[2] Ivi, p. 477.

[3] Ivi, p. 478.

[4] Id., I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotski (dicembre 1920), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 551.

[5] Id., L’estremismo…, cit., in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 464.

[6] Id., Come riorganizzare l’ispezione operaia e contadina, in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 590.

[7] Id., Meglio meno: in Sulla rivoluzione… op. cit., pp. 596-97.

[8] Ivi, p. 597.

[9] Ibidem.

[10] Id., I compiti immediati die potere sovietico (aprile 1918), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 318.

19/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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