Per la critica di ogni concezione dogmatica del marxismo

La concezione critica e dialettica del marxismo di Korsch e le sue critiche alle tendenze dogmatiche presenti tanto nella Seconda che nella Terza internazionale


Per la critica di ogni concezione dogmatica del marxismo Credits: https://thecharnelhouse.org/2017/01/08/paul-mattick-marxist-revolutionary-1904-1981/paul-on-top-right-karl-korsch-on-bottom-right/

Segue da “Tanto peggio per i fatti, ovvero l’astuzia del concetto

Nella seconda edizione di Marxismo e Filosofia, pubblicata nel 1928, Karl Korsch inserisce una nuova introduzione, piena di violente critiche alla Terza Internazionale e a Vladimir I. U. Lenin. Con essa Korsch ha inteso prendere definitivamente le distanze dal marxismo sovietico, per l’influenza estremamente negativa che esso avrebbe avuto sul marxismo occidentale. A suo giudizio il marxismo della Terza Internazionale non aveva prodotto alcun mutamento di fondo rispetto all’interpretazione positivista dominante nella Seconda Internazionale, né rispetto all’ortodossia di Karl Kautsky. Al di là delle necessità tattiche, la Terza Internazionale non aveva fatto ancora i conti con quel materialismo “scientista”, fortemente presente nella Seconda Internazionale, che aveva finito per cassare la dialettica dal marxismo. Korsch intendeva, inoltre, mettere in evidenza che la Terza Internazionale, guidata dai bolscevichi, fosse figlia dal punto di vista teorico di Georgij V. Plechanov, marxista della Seconda Internazionale e rappresentante di una interpretazione del marxismo tarata dalle esigenze della sua diffusione e affermazione in un paese arretrato come la Russia e non sviluppato capitalisticamente e, quindi, più sensibile alle problematiche della rivoluzione borghese che a quelle della rivoluzione proletaria. Questo aveva portato il marxismo della Terza internazionale a non considerare adeguatamente non solo teorici come Herman Gorter e Anton Pannekoek – messi sempre più in disparte con l’affermarsi della line staliniana della difesa del socialismo in un paese solo – ma anche padri del socialismo “occidentale” come Antonio Labriola. Korsch – di contro alla bolscevizzazione dei partiti comunisti occidentali e alle lotte interne al partito sovietico, in cui tutte le fazioni pretendevano di rappresentare l’autentica eredità leninista – ha cercato di dare espressione teorica allo scontro politico che aveva visto contrapporsi Lenin ai dirigenti del comunismo occidentale di sinistra. Egli intendeva, così, reagire alla dirigenza bolscevica della Terza Internazionale che voleva imporre su tutte le altre interpretazioni un’ideologica “filosofia”, il materialismo dialettico, come l’unica corretta interpretazione del marxismo.

Le responsabilità di ciò, a parere di Korsch, dovrebbero ricadere su Lenin stesso. Il suo esasperato “tatticismo” lo avrebbe portato, infatti, a sottoporre tutte le questioni di carattere teorico alle necessità politiche del partito. Di ciò sarebbe un chiaro esempio Marxismo ed empiriocriticismo, in cui Lenin non si sarebbe servito di argomenti di tipo teorico per contrastare i suoi avversari, ma si sarebbe limitato a giudicare la validità di una teoria sulla base delle necessità pratiche di un partito che, del resto, operava in una zona non sviluppata dal punto di vista capitalistico. In questo modo, si sarebbe giunti a una cosciente volgarizzazione dell’opera di Marx, ridotta in Unione Sovietica a un dogmatico “catechismo”, utile esclusivamente ad indottrinare i lavoratori e a far loro accettare acriticamente le scelte “tattiche” del partito.

Il giudizio complessivo espresso da Korsch su Lenin non può, però, ridursi a queste critiche. Esso si è, infatti, contraddittoriamente sviluppato lungo l’intero corso della riflessione korschiana. La posizione leninista di Korsch, infatti, è individuabile non solo negli scritti precedenti alla seconda introduzione a Marxismo e Filosofia, ma anche in quelli seguenti, sebbene a fianco a posizioni diverse, per non dire opposte. Benché nella maggior parte dei casi Korsch abbia lodato Lenin come uomo e teorico politico e lo abbia criticato come filosofo, attaccando così chi pretendeva di interpretare come filosofici i suoi scritti politici, in più di uno scritto ha accusato di giacobinismo borghese la politica e la teoria leninista dello Stato. Se Korsch non ha mai smesso di ammirare Lenin per le sue decisioni politiche, mai influenzate da un qualche determinismo o dogmatismo, allo stesso tempo, però, ne ha costantemente criticato la filosofia, identificata con Materialismo ed empiriocriticismo e con l’uso che ne è stato fatto dai leninisti. La filosofia di Lenin, a parere di Korsch, “non corrisponde semplicemente, meccanicamente, alla ‘arretratezza’ della Russia, ma è elemento di quella gestione politica e ideologica giacobina per cui il movimento reale della rivoluzione d’Ottobre non è riuscito ad andare oltre il quadro di una rivoluzione radicale borghese, come il movimento ideologico non ha spezzato il quadro del materialismo borghese” [1]. Del resto, la rottura completa del 1928 con il marxismo-leninismo, culminata nella critica allo stesso Lenin, non è improvvisa e non può essere attribuita semplicisticamente a dei livori personali sopraggiunti in seguito all’espulsione dal partito, ma va considerata come il risultato di un progressivo distanziamento.

Esaminando gli scritti composti da Korsch tra la prima e la seconda edizione di Marxismo e Filosofia è possibile cogliere come la sua concezione del leninismo diverga progressivamente da quella che diverrà ufficiale nella Terza Internazionale. In un articolo del 1924 Korsch, pur professandosi leninista, criticava l’ingenuo dogmatismo di alcuni compagni di partito che pretendevano di poter spiegare il materialismo dialettico a partire dalle mosse tattico-pratiche di Lenin. Questi compagni portavano affermazioni di principio di Marx e Lenin, come “la verità è sempre concreta”, all’assurda conclusione che “i risultati del pensiero dialettico materialista in Lenin e in Marx non hanno alcuna validità generale al di là dell’orizzonte dell’esperienza immediata, da cui sono tratti e per cui sono determinati”[2]. Questo metodo, come mostra Korsch, non ha più nulla a che fare con quello marxista. Nello sforzo di interpretare il metodo dialettico di Marx e di Lenin “in modo completamente ‘materialistico’, come il metodo di una pratica e di una scienza sperimentale puramente storica” (Korsch, Scritti, p. 73), essi hanno finito per giungere a uno storicismo praticistico e positivistico, quindi del tutto adialettico. La dialettica perderebbe, infatti, tutto il suo valore se non fosse in grado di fornire niente altro che “l’esperienza attuale a noi già nota e (…) non ci procurasse che ‘risultati storici, da un lato riflessi [!] teorici, analisi di un periodo determinato, dall’altro direttive per la lotta del proletariato, comunque sempre in un periodo determinato”. In altri termini, questa interpretazione “opportunista e riformista nella sua tendenza” avrebbe ridotto il metodo rivoluzionario e dialettico di Marx, in virtù della copertura ideologica offerta da un malinteso leninismo, a “una pratica e scienza empirica puramente storica, non più dialettica e, quindi, non più rivoluzionaria (ovvero, viceversa, non più rivoluzionaria e di conseguenza non più dialettica)” (Korsch, Scritti, pp. 74-5).

Negli anni immediatamente seguenti Korsch si è opposto egualmente alla tendenza a ipostatizzare in un sistema filosofico la ricchezza dialettica degli scritti teorici di Lenin. In questo modo, come denunciava Korsch, si era finito con lo scambiare, spesso coscientemente, indicazioni semplicemente tattiche di Lenin per dei princìpi universali della strategia o, peggio ancora, della filosofia marxista. Sotto questo aspetto l’incomprensione di Lenin da parte del marxismo-leninismo deve essere considerata speculare a quella che Korsch contestava ai teorici della Seconda Internazionale. Questi ultimi avevano rimproverato a Lenin la contraddittorietà delle sue scelte politiche senza poter comprendere, per il meccanicismo e il dogmatismo della loro teoria, che esse corrispondevano alla necessaria contraddittorietà dello sviluppo storico. Le scelte politiche di Lenin possono, allora, essere considerate contraddittorie solo perché volte a rispondere dialetticamente alle contraddizioni oggettivamente presenti nella realtà sociale. Per Korsch, infatti, “il leninismo rappresenta soprattutto un grado sinora mai raggiunto del pensiero e dell’agire materialista dialettico, concreto, non schematico, non meccanico, completamente orientato alla prassi” (Korsch, Scritti, p. 81).

Infine, il richiamo a Lenin è decisivo per Korsch, o meglio per il Korsch che ci interessa, perché media il suo richiamarsi alla dialettica hegeliana, elemento centrale della sua interpretazione non dogmatica e rivoluzionaria del marxismo, vicina agli sviluppi della scienza occidentale e volta, quindi, a rilanciare il marxismo rivoluzionario di Lenin anche nei paesi a capitalismo avanzato. Korsch, almeno negli anni venti, riteneva che Marx non avesse derivato il suo metodo di analisi né dal materialismo meccanicistico o naturalistico né dal positivismo, ma dalla dialettica idealistica di Hegel. In tutti gli scritti di questo periodo Korsch cerca costantemente di mostrare, sulle orme di Lenin, l’unità indissolubile di un marxismo inteso filosoficamente, criticamente e del rilancio dell’iniziativa rivoluzionaria nei paesi a capitalismo avanzato.

Korsch, infatti, riteneva che fossero stati proprio i “revisionisti” i principali responsabili della separazione del marxismo dalla filosofia. I volgarizzatori del marxismo avevano costantemente cercato, sin dai tempi di Bernstein, di eliminare dal marxismo la dialettica, sostenendo che essa dovrebbe essere considerata solo un residuo della filosofia hegeliana, ormai inutilizzabile dalla scienza moderna che, nella loro visione positivistica, si sarebbe limitata esclusivamente a un’analisi spassionata dei “fatti” della “realtà”. Eliminando la dialettica e, quindi, la filosofia della storia hegeliana che è alla base della Weltanschauung, della concezione del mondo marxiana, andrebbe perduta, però, anche la dinamicità del metodo di Marx e la sua forza rivoluzionaria capace di rimettere continuamente in discussione e in dubbio la positività del reale. La dialettica consente, infatti, di non arrestarsi alla superficie della realtà, a una descrizione sociologica della sua apparenza, ma mira ad approfondirne la comprensione tramite il processo della concettualizzazione che permette al pensiero di cogliere le possibilità oggettive latenti e nascoste nell’apparente compattezza del reale. A parere di Korsch, infatti, la dialettica hegeliana – fondata su di una filosofia della storia – è rivoluzionaria perché rivolta alla prassi e, al tempo stesso, supera con la sua forza attrattiva l’immediatezza empirica nella sua intrinseca opacità. La dialettica permette di far emergere continuamente la contraddizione tra il concetto (l’in sé dello spirito) proprio di ogni fase storica e il corrispondente, ma non adeguato stadio del suo essere, del suo manifestarsi nel mondo reale. Per Marx come per Hegel, infatti: finché l’essere non diviene identico al suo concetto non è ancora reale. Solo in questo modo la teoria ha immediatamente un significato politico e una capacità di istituire la prassi. Per Korsch, quindi, è indispensabile rimettere in funzione il rapporto del marxismo con la filosofia proprio per far emergere, di contro al marxismo dogmatico, l’importanza dell’azione sul piano teorico e poter superare, così, ogni scolastica contrapposizione di teoria e prassi.


Note:

[1] G.E. Rusconi, introduzione a K. Korsch, Dialettica e scienza nel marxismo, Laterza, Bari 1974, pp. XXVIII-XXIX.
[2] K. Korsch, Scritti Politici, Laterza, Bari 1975, vol. I, p.73. D’ora in poi citato nel testo come (Korsch, Scritti, p. x).

16/03/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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