PERCORSI DI PENSIERO CRITICO – Lev Semënovič Vygotskij e la Scuola storico-culturale

Nella terza tappa dei nostri “Percorsi di pensiero critico” incontriamo Lev Vygottzkij, grande pedagogista del Novecento immeritatamente svalorizzato e poco noto. Le sue importanti innovazioni educative, in particolare il rifiuto dell’idea che non esistano bambini non educabili e che ciascun bambino abbia tappe di sviluppo psichico personali e uniche, sono all’avanguardia persino oggi, dopo un secolo.


PERCORSI DI PENSIERO CRITICO – Lev Semënovič Vygotskij e la Scuola storico-culturale

(Vedi i precedenti articoli su Maria Montessori e Mario Lodi)

“L’apprendimento umano presuppone una natura sociale specifica e un processo attraverso il quale i bambini si inseriscono gradualmente nella vita intellettuale di coloro che li circondano.”

Lev S. Vygotskij 

 

Ci sono pensatori che pagano lo scotto di essere collegati a particolari momenti storici, che li condannano per lunghi periodi all’oblio. Questo è stato certamente il destino di uno dei maggiori pedagogisti del Novecento, Lev Vygotskij, che torna a essere studiato in Italia grazie a studiosi come il professor Luciano Mecacci che ha recentemente curato la ripubblicazione di alcuni dei suoi testi più importanti [1] e ha così permesso di riaccendere i riflettori su di lui.

In realtà, per gli addetti ai lavori, ossia per chi quotidianamente si interroga sull’educazione e sulle sue potenzialità, il nome di Vygotskij ha sempre rappresentato un imprescindibile terreno di approfondimento.

È obiettivamente arduo inquadrare l’opera di un grande pensatore in un articolo, ma cercheremo di toccare alcuni punti nevralgici, così da svegliare il potenziale interesse del lettore, anche non specificamente interessato ai temi della pedagogia e dell’educazione. Se c’è un aspetto, infatti, che caratterizza questo autore, è certamente il fatto di aver spaziato tra le più diverse discipline, dalla musica alla linguistica, dalla pedagogia alla critica letteraria. Da ciò, probabilmente, scaturisce la sua visione così ampia del pensiero infantile, che a tutt’oggi stenta a essere accolta.

Per comprendere meglio, però, è necessario introdurre velocemente qualche cenno sulla sua vita.

Lev  Semënovič Vygotskij nasce nel 1896 in Bielorussia, da una famiglia ebrea benestante. Nel 1917 si laurea in giurisprudenza all’Università di Mosca. Sin dagli anni dell’università, inizia a interessarsi alla critica letteraria e alla psicologia dell’arte, che negli stessi anni viene indagata anche da Sigmund Freud [2].

I suoi studi sull’arte e sulla sua incidenza sulla psiche gli valgono l’interesse della comunità scientifica e soprattutto di A.R. Lurija, forse il maggiore psicologo russo di sempre. Nel 1925 ciò gli consente di tenere una conferenza dal titolo La coscienza come problema psicologico del comportamento che diviene il manifesto fondatore della Scuola storico-culturale di cui parleremo in seguito e di cui è considerato il fondatore. Sempre nel 1925 diviene direttore di due importanti istituzioni russe: il Dipartimento per l’Istruzione dei bambini handicappati e l’Istituto di Difettologia [3].

Dal 1928 al 1931, Vygotskij si occupa della storicità delle funzioni psichiche, unendo l’aspetto fisiologico a quello psichico. Anche se ciò sembra azzardato, possiamo dire che si tratti di uno dei primi approcci alle scienze della mente, che per decenni imperversano dagli USA alla vecchia Europa, patria di Freud, Jung e Adler.

È sulla scia di questi studi sulla commistione tra aspetti fisiologici e squisitamente psicologici che gli viene assegnata la direzione dell’Accademia di Educazione Comunista.

Nell’ultima parte della sua breve vita, si occupa della tematica delle emozioni, vista dal punto di vista della psicologia

Muore di tubercolosi a 37 anni, nel 1934. Nello stesso anno esce, postumo, il suo capolavoro: Pensiero e linguaggio.

Il rapporto tra Vygotskij e l’establishment sovietico è stato di collaborazione e fiducia, tanto che gli fu affidata la direzione di enti pubblici. Il problema, tutt’altro che semplice da risolvere, è nato probabilmente all’indomani della sua morte, quando il pensiero è stato ripreso in mano e reinterpretato alla luce di conoscenze non così radicate. Le scienze psicologiche erano, in fondo, quasi all’inizio del loro cammino e mancavano conoscenze e strumenti idonei alla loro interpretazione. Lo stesso Lurija, considerato il maggiore psichiatra sovietico, con cui Vygotskij ha collaborato, non è stato considerato abbastanza oggettivo da poter spiegare l’opera del collega.

A ciò si aggiunge la presunta perdita del manoscritto di Pensiero e linguaggio che Luciano Mecacci ha la possibilità di leggere nell’originale soltanto nel 1972, durante un soggiorno in URSS, per l’intervento della figlia di Vygotskij, Gita, psicologa ella stessa.

Perché Vygotskij viene disconosciuto e sminuito nel paese che gli ha dato i natali e ne ha accolto l’opera? Probabilmente il motivo è meno misterioso di quanto si è sempre pensato. Egli veniva considerato un cripto-idealista e non un materialista dialettico, come sarebbe stato d’uopo in URSS. Venivano inoltre contestati i suoi riferimenti a Freud, Husserl e al filosofo Gustav Špet, fucilato nel 1937 per attività antisovietica.

Senza temere critiche, chi scrive pensa però che la resistenza sia stata tutto sommato “naturale”, anche a prescindere dalla oggettiva rigidità dell’URSS. Vygotskij era difficile da comprendere perché portava avanti istanze assolutamente avveniristiche. La stessa convinzione di poter partire dalla mente del bambino con disabilità per elaborare teorie educative valide per tutti i bambini è costata cara a pedagoghi di paesi non sovietici come è avvenuto, per citare solo il nostro paese, a Maria Montessori. Nulla di strano, quindi, se per quattro decenni Vygotskij viene sostanzialmente rifiutato e relegato nella categoria dei pensatori minori. L’opera cinquantennale del professor Mecacci ci restituisce oggi un autore il cui sguardo lungo sull’infanzia è di fondamentale importanza e appare agli occhi di noi educatori del XXI secolo assolutamente moderna.

Analizziamo brevemente alcuni degli spunti vygotskijani che abbiamo riscoperto e di cui dovremmo fare tesoro:

La zona di sviluppo prossimale

Questo concetto, sempre menzionato e raramente compreso appieno, introduce la necessità di creare percorsi individuali miranti a valorizzare il singolo bambino, partendo esattamente da ciò che egli/ella è oggi. Vygotskij ci spiega che la zona di sviluppo prossimale è la distanza che esiste tra il livello di sviluppo attuale e quello potenziale che il singolo può raggiungere grazie all’interazione di adulti in grado di capirne le potenzialità reali. Ogni bambino è diverso dall’altro (come tutti i grandi pedagogisti comprendono). Questo pensiero è diametralmente opposto a quello imperante in Europa, legato a Piaget. Vygotskij nega che lo sviluppo infantile segua fasi rigide e uguali per tutti ma ci spiega invece che, partendo da un punto X (che per ciascuno è diverso) il bambino possa percorrere una strada personalissima e individuale che lo porti a progredire secondo le proprie, esclusive potenzialità.

L’educatore deve proporre problemi di livello appena superiore a quello raggiunto dal bambino, ma abbastanza semplici da non scoraggiarlo e da stimolarne la curiosità. L’abilità dell’adulto sta proprio nel comprendere fino a dove può spingersi la sua azione. In quest’ottica, la competenza dell’adulto risulta fondamentale e può condurre ad ampliare la zona di sviluppo attuale. Questo modo di procedere per step non eccessivi favorisce l’acquisizione di nuove competenze senza indurre frustrazione e momenti di scoraggiamento. Tale impostazione è stata successivamente proposta anche da alcuni tra i maggiori pedagogisti occidentali, come Jerome Bruner. Alla luce di ciò che spesso vediamo nella scuola italiana, un’impostazione di questo tipo appare a tutt’oggi innovativa.

La Scuola storico-culturale

La Scuola storico-culturale nasce, appunto, in URSS negli anni Venti del Novecento. Fondata proprio da Vygotskij, è stata portata avanti dai suoi allievi che ne hanno trasferito l’impostazione in Europa e negli USA.

La struttura della Scuola viene esposta nel saggio dal titolo La coscienza come problema della psicologia del comportamento, del 1925, che riporta la prima importante conferenza tenuta da Vygotskij all’Istituto di Psicologia di Mosca. In questo intervento, Vygotskij denuncia la limitatezza delle teorie riflessologiche russe che si sono occupate soltanto dei riflessi condizionati senza considerare i processi psichici superiori, come avrebbe richiesto una maggiore attenzione all’esperienza individuale e al pensiero personale. 

Secondo Vygotskij questa impostazione nega di fatto la possibilità di indagare la sfera della coscienza, che differenzia di fatto l’uomo dall’animale. Dalla consapevolezza della necessità di indagare la coscienza deriva la necessità di elaborare procedure oggettive di analisi della psiche. Lo strumento che Vygotskij utilizza per primo è lo studio sperimentale delle risposte verbali, vera chiave d’accesso alla coscienza [4]. 

Egli ritiene che l’uomo, a differenza degli altri animali, fondi il suo comportamento sull’esperienza elaborata dalle generazioni che l’hanno preceduto, ossia dell’esperienza sociale. Ciò rimanda anche al pensiero di Marx: “Un ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore e un’ape fa vergognare molti mastri costruttori umani per come costruisce le celle di cera. Ciò che però fin dall’inizio distingue il peggior mastro costruttore dalla migliore ape è che egli si è costruito la cella in testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo viene fuori un risultato che già all’inizio era presente nella rappresentazione del lavoratore, che era dunque idealmente già presente” [5].

Al di là delle polemiche legate alla censura stalinista, che in qualche modo è innegabile, crediamo che ad oggi sia importante recuperare il pensiero di questo pedagogo fin troppo dimenticato. La modernità e l’attualità del suo pensiero rendono imprescindibile il confronto con i suoi testi, alla luce delle ottime traduzioni e della curatela delle recenti edizioni.

 

Note:

[1] Lev S. Vygotskij, La mente umana. Cinque saggi (a cura di L. Mecacci), Milano, Feltrinelli, 2022.

[2] I saggi freudiani, Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci e Il Mosè di Michelangelo risalgono rispettivamente al 1910 ed al 1914.

[3] La Difettologia, di cui Vygotskij rimane uno degli studiosi più eminenti, mira a costruire il percorso del bambino con disabilità. Partendo dal livello del bambino e da quello considerato normale, la Difettologia mira a individuare obiettivi e percorsi personali. Seppure il termine “Difettologia” risulti poco corretto, questa impostazione nei primi anni del Novecento rappresenta un’innovazione educativa perché rifiuta l’idea che via siano bambini non educabili. Non tutti i dirigenti scolastici del nostro paese, nel 2023, hanno raggiunto ancora tale consapevolezza. 

[4] Un analogo percorso viene svolto negli stessi anni da Carl Gustav Jung con il metodo delle associazioni verbali, grazie al quale individua una corrispondenza tra le risposte fisiologiche e quelle psicologiche a un unico stimolo verbale.

[5] Karl Marx, Il capitale. Libro I: Il processo di produzione del capitale, a cura di Roberto Fineschi, Napoli, La Città del Sole, 2011, p. 198.

03/03/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Silvia Fuochi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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