Dove (non) va la nostra industria siderurgica?

Taranto, Piombino, Terni: le nostre acciaierie svendute alle multinazionali sono in abbandono e il governo continua a farsi prendere per i fondelli dai proprietari. La nazionalizzazione è la soluzione. Ma per fare cosa?


Dove (non) va la nostra industria siderurgica?

La siderurgia italiana è al capolinea. Come è avvenuto per l’economia in generale, la pandemia è stato solo l’innesco e l’aggravamento di una crisi che stava già incalzando.

Taranto

A Taranto le acciaierie sono agonizzanti. Il concessionario ArcelorMittal (non ha ancora acquistato lo stabilimento) fa melina col governo fra mille pretesti. Dopo le rimostranze per il sacrosanto affievolimento di un troppo permissivo “scudo penale”, leggasi licenza di uccidere, il pretesto diviene il Covid-19 e ArcelorMittal ha presentato il 9 giugno un piano industriale che fa fuori 5.000 lavoratori e fa slittare ancora la realizzazione del nuovo altoforno 5, richiedendo contemporaneamente finanziamenti per poco meno di 2 miliardi.

Questa volta i sindacati, che nei mesi scorsi per voce di Landini se la prendevano col governo perché poco accondiscendente nei confronti delle pretese della multinazionale, sembra che intendano scendere sul piede di guerra e, dopo la proclamazione di uno sciopero di 24 ore, chiedono lo stop alle relazioni industriali con il gigante della siderurgia, l’intervento delle istituzioni nazionali e locali e la verifica con l’Inps della regolarità della richiesta di cassa integrazione ordinaria, avvertendo che sono disposti a portare la protesta nelle strade. Il Consiglio di fabbrica ha annunciato che “in assenza di risposte certe” passerà all’autoconvocazione dei lavoratori “nelle sedi istituzionali”.

Preso atto che un confronto con l’impresa non è più possibile, sul banco degli imputati vengono chiamati governo e regione, accusati di non opporsi ai continui rinvii e di non affrontare il nodo della questione, e cioè la ormai palese assenza di qualsiasi volontà di mettere in sicurezza e rendere produttivo lo stabilimento che negli anni ha mietuto un numero enorme di vittime.

Era infatti chiaro da molto tempo, e questo giornale lo aveva denunciato, il motivo per cui ArcelorMittal aveva deciso di ipotizzare l’acquisto (non di acquistarlo, si badi bene) dello stabilimento. Non era la produzione di acciaio a Taranto che le interessava, ma la quota di mercato e la clientela, impedendo che potesse cadere in mano alla concorrenza. E di fronte ai mille cavilli di questa società, ha dell’incredibile l’inedia di governi e sindacati che fin qui hanno lasciato trascorrere tempi interminabili pur di non prendere atto che la soluzione al problema stava nel far tornare in mano pubblica un’attività strategica così incautamente privatizzata.

Terni

Dallo Ionio trasferiamoci nel Centro Italia, a Terni. A anche qui il prestigioso stabilimento pubblico venne privatizzato nel 1994 a seguito della liquidazione della Finsider. Nuovo proprietario la ThyssenKrupp, nome ai più divenuto noto a causa di un luttuoso incidente sul lavoro avvenuto a Torino il 6 dicembre 2007.

A gennaio scorso la commissione attività produttive della Camera convoca i sindacati per affrontare la crisi produttiva e di redditività dello stabilimento e le manovre di sganciamento dal sito da parte dei nuovi padroni. La pandemia però si è subito abbattuta su questa situazione e ha impedito che i lavoratori potessero reagire con la mobilitazione.

Il clima è favorevole per il padrone che a maggio annuncia ai dipendenti che “sta cercando una partnership o una vendita” della fabbrica. Tale “necessità”, dichiara, “è stata soltanto aumentata dalla crisi determinata dal coronavirus”. Pertanto è necessario “avviare un percorso di profonda rifocalizzazione del proprio 'core business' ed una conseguente riorganizzazione interna”, con “ricerca di soluzioni nuove al di fuori di ThyssenKrupp o in partnership”.

Veniamo a oggi. È di questi giorni la notizia che a società ipotizza la chiusura estiva e l’eventuale prolungamento di tale chiusura (l’anticamera della chiusura definitiva?). Le organizzazioni territoriali dei metalmeccanici, Fiom, Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Usb, e le Rsu hanno respinto tale proposta e proclamato lo stato di agitazione. Anche in questo caso la pandemia c’entra solo in parte, come ammesso a mezza voce dalla stessa Thyssen. Nell’ultimo anno, infatti, l’azienda era passata dai 98 milioni di utili dell’anno precedente alla perdita di 1,8 milioni.

Ancora una volta, di fronte alla possibilità che lo stabilimento venga nuovamente ceduto a chissà chi, i sindacati rivendicano un ruolo attivo del governo.

Piombino

Il nostro viaggio prosegue verso la Toscana. A Piombino c’è un altro stabilimento siderurgico già pubblico. Le acciaierie ora si chiamano Jsw Steel Italy. Il padrone è una multinazionale indiana della famiglia Jindal.

Da anni i lavoratori, nell’avvicendarsi dei proprietari (Lucchini, poi trasformatasi in holding, i russi di Several, gli algerini di Cevital), attendono una soluzione al problema produttivo e occupazionale. L’altoforno è spento dal 2014 e migliaia sono gli operai in cassa integrazione.

Venerdì 12 giugno si è tenuta in video conferenza una riunione alla presenza dei rappresentanti dell’azienda, del Governo, della Regione Toscana, del Comune, delle organizzazioni sindacali a livello locale, nazionale, di categoria e confederale e dell’Autority portuale e di Invitalia, un soggetto pubblico preposto alla bonifica delle aree. In tale sede l’azienda ha chiesto al governo liquidità immediata per almeno 30 milioni necessari al pagamento di fatture arretrate e garanzie statali per un prestito bancario di almeno altri 50 milioni. Il tutto senza essere in grado di presentare un piano industriale, nonostante che sia insediata da 2 anni.

Neppure di fronte a questa sfrontatezza il governo, che fin qui aveva riposto tutte le speranze nell’impresa privata di turno, ha pensato di avviare un percorso di messa in mora dell’azienda e di requisizione dello stabilimento. Tutti i presenti, pur manifestando diversi gradi di stupore e delusione, non hanno respinto tale richiesta, rimandando a un ricorrentemente richiamato Piano Siderurgico Nazionale. Tale piano avrebbe proprio per oggetto gli stabilimenti di Piombino, Taranto e Terni. Si tratterebbe in sostanza, e nell’ipotesi più ottimistica, di un soccorso tramite la partecipazione alle compagini sociali della Cassa Depositi e Prestiti, senza specificare i tempi e soprattutto senza chiarire il ruolo del partner pubblico nella definizione della politica industriale. O meglio, tale ruolo sarebbe solo di soccorso, mentre un ruolo attivo dello Stato nella programmazione e nella gestione e è considerato uno scandalo in terra italiana e dell’Ue. In sostanza il governo non ravvede alternative alla gestione da parte della multinazionale di turno.

In un suo comunicato, l’opposizione Cgil di Piombino afferma: “Noi riteniamo che la via maestra sia quella della nazionalizzazione di questi tre impianti fondamentali per la manifattura italiana in moltissimi settori ed ognuno con le sue specificità (Piombino con i prodotti lunghi, Taranto per la sua quantità e Terni con acciai speciali) ma se joint venture avrà da essere riteniamo che le subordinate debbano essere la presenza come socio di maggioranza dello stato o il mantenimento da parte dello stato della golden share in modo di indirizzare la pianificazione industriale”.

Che fare?

Ormai anche i gatti dovrebbero aver capito che ArcelorMittal, ThyssenKrupp e Jindal, così come tutti i precedenti partner privati, costituiscono il problema, non la soluzione e rappresentano un freno a tutte le possibilità di sviluppo della siderurgia in Italia, causando disoccupazione devastante, degrado ambientale e danni alla salute, sull’altare di interessi che niente hanno a che vedere con quelli dei lavoratori e delle popolazioni interessate.

Concordiamo quindi con l’indicazione dell’opposizione Cgil: non vediamo alternative serie a un ritorno nel comparto pubblico del settore siderurgico. Ribadiamo inoltre una tesi già da noi espressa a proposito delle nazionalizzazioni. Sarebbe contraddittorio nazionalizzare i settori strategici, quale la siderurgia, per mantenere una gestione di carattere privatistico, attenta solo al bilancio aziendale e magari a realizzare qualche utile a vantaggio del bilancio dello Stato e non allo sviluppo del paese.

In assenza di un forte movimento dei lavoratori che rivendichi politiche alternative i governi opereranno secondo i consueti canoni liberisti. La parola d’ordine della nazionalizzazione deve servire anche ad elevare le coscienze sulla necessità di politiche realmente pubbliche, partecipate e democratiche. Un fronte unitario che issi questa bandiera potrebbe essere utile anche per superare le debolezze delle organizzazioni sindacali e politiche esistenti, ciascuna di loro incapace da sola di arginare il massacro sociale in atto.

20/06/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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