I comunisti e il lavoro che cambia

Per costruire un partito comunista unitario, radicato e utile bisogna prendere in considerazione la nuova composizione della classe lavoratrice.


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Perché la presenza dei comunisti in Italia è ridotta al lumicino e dispersa in mille micro-soggettività, ciascuna delle quali da sola non è in grado di incidere e non è credibile come organizzazione politica dei lavoratori? Eppure il Pci è stato, fino al suo scioglimento, il più grande partito comunista dell’Occidente. Com’è stata possibile una simile deriva?

Certamente fra le cause ci sono fattori soggettivi: il graduale allontanamento dal marxismo e dalla importante funzione pedagogica del partito, la svolta europeista e atlantista, la smania di entrare a ogni costo nel governo, il ruolo della corrente migliorista, la deriva del sindacato di classe e per finire la pochezza politica del gruppo dirigente che, estromesso Natta, si insediò al timone, primo fra tutti Achille Occhetto.

Ma credo sia più utile indagare i nessi fra gli aspetti strutturali e sovrastrutturali che hanno determinato cambiamenti profondi nella società e hanno indebolito le classi di riferimento di quel partito.

Usciti dalla guerra di Liberazione, in un contesto in cui c’è da ricostruire sia il paese materiale, sia le istituzioni, il Pci e il Psi partecipano al compromesso con la componente cattolica, per scrivere una Costituzione democratica ma anche carica di contenuti sociali avanzati.

Il Pci, estromesso dal governo proprio nel corso dell’approvazione della Costituzione, è protagonista di battaglie per il riscatto della classe lavoratrice e per difendere la democrazia dalla insidie di una destra reazionaria mai doma (Scelba con la legge truffa, Tambroni con i morti di Reggio Emilia e di Sicilia, l’uso in senso anti-operaio della criminalità mafiosa, i tentativi di veri e propri golpe da parte dei servizi deviati, le stragi di stato e quelle neofasciste).

Negli anni 60 e nella prima metà degli anni 70 del ‘900, vengono ottenute, grazie a una forte mobilitazione popolare di cui il Pci e la Cgil furono fra i principali promotori, alcune importanti conquiste: un sistema pensionistico solidale, il punto unico di scala mobile, una sistema sanitario universale, gratuito e orientato alla prevenzione, lo statuto dei diritti dei lavoratori, l’elevamento dell'obbligo scolastico, maggiori poteri di controllo nelle fabbriche attraverso le assemblee retribuite e i consigli eletti dai lavoratori. In questo contesto il Pci raggiunge il suo massimo risultato elettorale e il suo massimo radicamento sociale.

È a questo punto che le maggiori potenze imperialistiche, in difficoltà anche sul piano internazionale dopo la sconfitta Usa nel Vietnam e la sospensione della convertibilità del dollaro, prendono le contromisure.

In Cile il governo di Allende viene abbattuto dal sanguinoso golpe militare di Pinochet. È proprio lì che vengono sperimentate per la prima volta politiche ultraliberiste ispirate alla dottrina di Milton Friedman e della scuola di Chicago. Di fronte agli scricchiolii del campo sovietico, che di lì a pochi decenni imploderà, le nazioni occidentali sono molto meno preoccupate del confronto con i paesi dell’Est europeo in tema di diritti sociali e sono più propense alla loro demolizione. Vengono accantonate le politiche keynesiane nell’Inghilterra della Thatcher e negli Usa di Reagan e, successivamente, nell’Unione Europea. Torna a far da padrone il “libero mercato”, libero a parole perché viene pesantemente utilizzato il ruolo dello stato per abbattere il costo del lavoro, i diritti sociali e tagliare anche un po’ di democrazia, per ridurre gli spazi di resistenza dei lavoratori. In Italia, a partire dalla concentrazione dei media, dallo sdoganamento dei fascisti e dalle leggi elettorali maggioritarie, viene realizzato per gradi il “programma di rinascita democratica” di Licio Gelli.

Col pretesto del contrasto all’inflazione e al debito pubblico, le banche centrali diventano autonome dai governi, e il debito pubblico deve fare i conti con la finanza speculativa.

Parallelamente va affermandosi un nuovo paradigma organizzativo della produzione. Il fordismo-taylorismo, su cui avevano già riflettuto Lenin e Gramsci, viene soppiantato dal modello Toyota. Non più produzione fortemente standardizzata su larga scala, stock di merci nei magazzini in attesa di essere collocate sul mercato, ma produzione snella, resa possibile dall’uso delle nuove tecnologie informatiche. Le filiere produttive vengono scomposte in segmenti localizzati ovunque, grazie anche alla mondializzazione del mercato, mentre la loro ricomposizione razionale viene assicurata dalla tecnologia. La produzione diviene articolata e just-in-time, sulla base degli ordini pervenuti. Cresce il ruolo della logistica, con merci, siano esse materie prime, prodotti finiti o semilavorati che vagano per il globo. Anche il lavoratore deve diventare flessibile, adattarsi agli alti e bassi degli ordini, mentre viene ideologicamente richiesta la sua “partecipazione” creativa alla qualità della produzione, la cosiddetta “qualità totale”, con cui, oltre al lavoro, si tenta di sussumere al capitale anche l’anima del lavoratore. Se poi ci sono difficoltà a competere sul mercato mondiale, poco male: si delocalizza la produzione in altre aree del globo terrestre, magari dove la forza lavoro costa di meno e si ottiene così anche di calmierare il costo della forza-lavoro grazie alla concorrenza fra lavoratori dei vari paesi.

Così i lavoratori non cooperano più, gomito a gomito, davanti alla catena di montaggio, ma sono separati in mille siti, sempre sotto ricatto di licenziamento. Non si conoscono e spesso non parlano la stessa lingua. Lo smart working ne è l’esempio più in voga, specie in epoca di coronavirus. Il lavoro è smart, snello, intelligente, ma per agevolare lo sfruttamento capitalistico. “Dovete essere imprenditori di voi stessi” viene detto al lavoratori. La retribuzione sarà “equa”, sulla base dei risultati. Il lavoratore sarà svincolato dai controlli padronali. Infatti dei controlli non c’è più bisogno perché, in questa nuova forma di cottimo, il lavoratore è costretto a dare tutto sé stesso per portare la ciotola della minestra a casa.

Anche il pubblico impiego si adegua alle nuove tendenze e si aziendalizza sempre di più. Molti servizi vengono dati in appalto a imprese, spesso cooperative. Vincono le gare al ribasso quelle che maggiormente comprimono il costo del lavoro e le tutele. Ad ogni nuova gara, col possibile cambio del gestore, i dipendenti rischiano di perdere il posto di lavoro. L’accresciuto perso della retribuzione di risultato (una torta che deve essere divisa fra i lavoratori in base alle valutazioni del dirigente) mina la solidarietà di classe e promuove il servilismo che è la reale prestazione retribuita, perché nella pubblica amministrazione gli indicatori di produttività sono solo fantasiose invenzioni per mettere un po’ di fumo negli occhi.

Il mondo del lavoro, messo a soqquadro da questi cambiamenti, ha perso potere contrattuale e quello che era il sindacato di classe si è andato trasformando profondamente, gratificato da redditizie funzioni di tipo parastatale, dalla partecipazione subalterna ai tavoli della concertazione e dal suo riconoscimento come unico rappresentante dei lavoratori se, bontà sua, sottoscrive i contratto di lavoro, mentre non c’è spazio per chi non si allinea.

I risultati di questi mutati rapporti di forza sono l’introduzione del sistema pensionistico contributivo, l’innalzamento dell’età pensionabile, la previdenza integrativa, il welfare aziendale, i tagli alla sanità e all’istruzione, la libertà di licenziamento, le privatizzazioni dei settori industriali strategici e delle istituzioni finanziarie pubbliche, che privano gli stati degli strumenti di politica industriale.

Come è possibile l’esistenza di un partito della classe lavoratrice se abbiamo smarrito la classe? Non perché non esista più, ma perché diventa difficilmente riconoscibile, rintracciabile, organizzabile.

È con queste debolezze e con queste difficoltà che deve misurarsi oggi chi intende lavorare per ricostruire una nuova unità dei comunisti. Occorre un’analisi rigorosa del capitalismo attuale, agire nei conflitti che sono anch’essi frammentati e settoriali (questione ambientale, grandi opere, questione femminile e di genere, welfare, difesa del singolo posto di lavoro ecc.), per indirizzarli verso obiettivi unificanti, inventare forme organizzative e strategie nuove.

Di grande importanza sono le forme organizzative. La ricostruzione dei consigli come luoghi di controllo e di crescita della coscienza di classe dei lavoratori e la strutturazione del partito per cellule, sono indicazioni ancora valide, ma che devono essere declinate secondo le mutate condizioni di lavoro. Bisogna inventare modalità che consentano all’organizzazione di aderire alle pieghe della società, conformate in modo assai diverso rispetto all’epoca della riscossa operaia, scovare “dove sono i nostri” oggi e come possono essere connessi, utilizzare anche noi le tecnologie per questo fine e riscoprire il ruolo della formazione dei quadri. Un compito facile a dirsi ma che richiede grande dispendio di energie e impegno intellettuale.

Piuttosto che farsi reciprocamente l’analisi del Dna per poi dichiararsi schifati l’uno dell’altro, in questo dovrebbero cimentarsi i comunisti ovunque collocati.

17/05/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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