Le origini dell’Unione europea

Cosa sta alla base dell’Unione europea: la ricerca della pace o la lotta tra le potenze imperialiste per conquistare l’egemonia sul continente?


Le origini dell’Unione europea

Come è stranoto, non tutte le notizie vengono diffuse dai mass media: per esempio, certo non si sono soffermati molto sul fatto che Sergio Moro, giudice che ha condannato Lula da Silva, diventato poi con Bolsonaro ministro della giustizia, ha contribuito a costruire le prove per condannare l’ex presidente ed escluderlo dalle elezioni del 2018 (come risulta da recenti intercettazioni).

Quasi nulla si è detto sull’acceso dibattito svoltosi in Francia dopo elezioni europee tenutesi tra il 23 e il 26 maggio, nel quale si sono ferocemente scontrati gli “storici europeisti” e un uomo politico anti-statunitense e cattolico di destra, per di più nobile, tal Philippe Le Jolis de Villiers de Saintignon. Nel dibattito è intervenuta con la sua solita meticolosità Annie Lacroix Riz, professore emerito dell’Università Paris VII Denis Diderot, storica contemporaneista e membro del Polo di Rinascita comunista in Francia, considerata per la sua militanza politica una complottista. Tema su cui successivamente mi soffermerò, cercando di dire due parole sulla relazione tra congiura e rivolgimento.

Andiamo al fatto. Lo scorso 27 marzo Le Monde ha pubblicato un articolo, scritto da importanti storici ben collocati nell’accademia europea (vi sono anche storici italiani), intitolato Philippe de Villiers n’a pas le droit de falsifier l’histoire de la UE au nom de une ideologie (Philippe de Villiers non ha il diritto di falsificare la storia dell'UE in nome di un'ideologia). In tale testo si sostiene che il libro, pubblicato recentemente da de Villiers con Fayard, intitolato J’ai tiré sur le file du mensonge et tout est venu (Ho sparato sulla fila di menzogne e tutto è venuto giù), è stato composto mettendo insieme dei falsi pretesti, usati spesso dai teorici dei complotti, per denigrare la Unione europea e i suoi nobili padri fondatori. A questo articolo ne sono seguiti altri dello stesso tenore e non solo su Le Monde.

Contro i suoi detrattori de Villiers ha sostenuto che il suo libro sarebbe scaturito da ricerche approfondite negli archivi di vari paesi del mondo, dalle quali ha ricavato una “rivelazione” contraddicente la vulgata: l’Unione europea è nata con il sostegno della CIA e costituisce sostanzialmente la continuazione dell’Europa hitleriana. Alla creazione di questo nuovo organismo avrebbero contribuito quelli che sono considerati con venerazione i padri fondatori dell’Unione (Jean Monnet, Robert Schuman, Walter Hallstein), secondo de Villiers vere e proprie marionette guidate dagli Usa, ed ex nazisti divenuti convinti filoamericani, uniti tutti ovviamente dall’odio verso la Unione sovietica. Odio d’altra parte condiviso dall’anticomunista de Villiers.

Altri attori di questo processo, del resto già identificati e giustificati sempre in funzione antisovietica, sono stati la Fondazione Ford e il Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa, fondato nel 1955 da Jean Monnet, figlio di un produttore di cognac e riparato in Inghilterra e poi negli Stati Uniti durante la Guerra dei trent’anni europea. Anche questo aspetto sarebbe già noto per i critici di de Villiers.

Il libro è stato criticato anche per riportare pezzi letteralmente copiati da altre opere e per presentare come rivelazioni altri elementi noti, forse non ai più, come per esempio il fatto che Robert Schuman, uomo politico francese, sia stato ministro anche del governo collaborazionista del maresciallo Pétain; informazione che già appare sul sito della Fondazione Schuman. E allora?

Contro de Villiers gli “storici europeisti” sostengono, invece, che a porre le basi della Unione europea come federazione di Stati furono i francesi, nella persona di Schuman, in procinto di esser canonizzato, su suggerimento di Monnet. Infatti, il primo propose la costituzione nel 1950 della CECA, comunità europea del carbone e dell’acciaio, che avrebbe permesso ad alcuni paesi europei di avviare insieme lo sfruttamento di queste due importanti materie prime. A loro parere essa costituiva una reazione a tutte le politiche praticate quando l’Europa era occupata dai nazisti. Naturalmente questo progetto era esplicitamente sostenuto da uomini come Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer.

Vorrei soffermarmi su un punto della riflessione di questo cattolico integralista, che mi sembra interessante per il suo cogliere, ovviamente da destra, un aspetto significativo dell’Unione europea. Pur non facendo riferimento alle politiche neoliberali, egli ne mette in evidenza l’impatto sui paesi europei, che sono stati rimodellati, per garantire agli Stati Uniti un ulteriore mercato per le loro eccedenze e un territorio in cui investire più liberamente [1], sostituendo per esempio la nozione di governo con quella di governance; quest’ultima proviene dal mondo finanziario e bancario e implica l’insieme dei procedimenti per gestire una certa organizzazione, senza che i suoi membri mettano in discussione la sua struttura e le sue finalità.

Si tratta, dunque, di un processo di depolicitazzazione, accompagnato dalla deculturazione che, secondo de Villiers, avrebbe privato i popoli europei della loro identità, in vista dell’affermarsi dell’egemonia globale degli Stati Uniti [2]. A questo progetto l’uomo politico francese da buon sovranista contrappone l’Europa delle nazioni, non private del potere da organismi superiori, già sostenuta dal Generale De Gaulles, che certo la potenza statunitense non avrebbe voluto a capo della Francia alla fine della Seconda guerra mondiale, e che prese decisioni in contrasto con gli interessi di quest’ultima [3].

Naturalmente la ricostruzione della storia dell’Unione europea proposta da questi storici contemporaneisti è assai diversa: l’Unione risalirebbe addirittura al re di Boemia Giorgio di Podebrady, vissuto nel XV secolo, e tale idea sarebbe stata poi ripresa nel 1929-1930 da Aristide Briand, uomo politico francese in origine socialista, che poi assunse importanti incarichi di governo durante la Terza Repubblica.

Sempre a loro parere, l’Unione europea non sarebbe stata il prodotto di un vile complotto statunitense, anche se ovviamente gli Stati Uniti guardavano ad essa con soddisfazione e benevolenza per la sua evidente funzione di baluardo contro l’influenza sovietica che si era consolidata nell’est europeo. Per questi storici ciò sarebbe, del resto, del tutto comprensibile, perché si stava sviluppando la cosiddetta guerra fredda, voluta soprattutto dagli Stati Uniti (cosa che non viene detta). E non certo dall’Unione sovietica, che aveva pagato il prezzo più alto nella guerra e che – come scrive Annie Lacroix Riz - aveva reso agli Stati Uniti l’orgoglioso servizio di sconfiggere la Wehrmacht [4].

Tutti saprebbero poi che Monnet era vicino agli Stati Uniti, giacché, per esempio, fu incaricato da Roosevelt di recarsi nell’Algeria liberata per sostenere il successo politico del generale Henri Giraud, che era stato vicino a Pétain, contro il non amato de Gaulle, il quale però aveva effettivamente un sostegno popolare e non poté essere scalzato. Inoltre, il fatto che Monnet abbia richiesto denaro alla Fondazione Ford e al Comitato americano per l’Europa unita, denaro ricevuto anche da Schuman e da organizzazioni sindacali (anticomuniste), sarebbe cosa nota. Sempre per i nostri storici ciò non avrebbe impedito a questi soggetti di agire in maniera autonoma e di perseguire i loro propri obiettivi.

Dopo aver illustrato i termini di tale acceso dibattito, per capire meglio come stanno le cose non si può prescindere da uno scritto della già menzionata Annie Lacrox Riz, la quale per esempio, individua la prima forma di comunità europea in un organismo precedente la CECA. Infatti, già nel 1926 fu costituito dal grande capitale siderurgico franco-tedesco il primo cartello internazionale dell’acciaio, che assegnava alla Germania più del 40% delle quote di produzione [5]. Tale evento segnò il rafforzamento sul piano internazionale della Germania, la quale nonostante la pace di Versailles già dal 1919 aveva avviato il processo di reindustrializzazione e di sviluppo degli armamenti, del resto noto alle classi dirigenti delle altre potenze. E ciò perché tale processo era sostenuto dal capitale finanziario statunitense e francese, che ricavavano dai prestiti ai tedeschi ingenti profitti. Questo cartello fu accompagnato dall’istituzione nel 1935 del Comitato Francia-Germania, sponsorizzato dal barone Ribbentrop, poi ministro di Hitler, che inserì negli accordi anche il settore chimico. Come scrive Lacroix Riz, negli anni ’30 Stati Uniti e Inghilterra si incorporano a questi cartelli, mostrando come l’Unione europea sia stata partorita dagli interessi dei grandi capitalisti, i quali non ignoravano certo il ruolo della siderurgia e della chimica nella produzione degli armamenti (anche perché erano loro a produrli).

Un altro aspetto assai interessante sviluppato da Lacroix Riz è rappresentato dalle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la quale ricevette aiuti assai scarsi per combattere i nazisti dai primi, i quali non escludevano del tutto la vittoria hitleriana. È solo dopo la straordinaria e sanguinosa sconfitta di Stalingrado che si capisce che, da un lato, ci si dovrà accordare con i sovietici, pur sempre con la speranza di contenerli; dall’altro, le élites europee si rendono conto dell’incalzante pericolo rosso, per bloccare il quale si sottomettono all’accettazione della Pax americana, che avrebbe significato il passaggio dall’egemonia tedesca a quella proveniente da oltreatlantico. Proprio per combattere tale incombente pericolo, le élites europee, strettamente legate tra loro e ai regimi fascio-nazisti, non procedettero a nessuna epurazione e riciclarono dirigenti nazisti soprattutto con l’aiuto del Vaticano ugualmente timoroso. Questo è il caso di Walter Hallstein, il quale appartenne a varie organizzazioni naziste e fu inviato dagli statunitensi nel campo di rieducazione di Fort Getty tra il 1944 e il 1945, per diventare primo presidente della Commissione europea.

Secondo questa lettura la nuova Germania (RFT) si riorganizzò sotto la protezione del AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territories), ossia degli Stati Uniti; tutela che la Francia riuscì ad evitare grazie all’opposizione di de Gaulle. E in essa continuarono ad essere decisive quelle élites che avevano diretto il Reich sia prima che durante l’era nazista.

Questo rivolgimento sarebbe semplicemente frutto di un complotto? Non credo proprio che esso avrebbe avuto successo, se quelle classi dirigenti che lo organizzarono non avessero avuto alle spalle il potere economico, la forza militare, gli apparati repressivi e quelli ideologici, che ancora oggi coltivano il mito di un’Europa pacifica e pacificatrice. Con questo voglio dire che esse rappresentarono solo la punta di diamante di una certa tendenza storica che si fondava anche sulla passività delle masse stremate dalla guerra, ma non del tutto incapaci di comprendere quello che stava avvenendo; ricordo, per esempio, lo scontento provocato soprattutto nel Nord Italia dalla cosiddetta amnistia Togliatti, che fu applicata in maniera assai più ampia di quanto prevedeva il suo ideatore.


Note

[1] Sin dalla fine dell’Ottocento gli Stati Uniti si posero il problema, acuito negli anni della Grande Depressione, della penetrazione economica dell’Europa, i cui paesi erano accusati di essere tra loro troppo strettamente legati sul piano commerciale

[2] Convinzione condivisa da chi considera la NATO non un’alleanza, ma lo strumento di occupazione dell’Europa da parte degli Stati Uniti.

[3] Per esempio, nel 1958 avviò il processo che portò la Francia ad uscire dal comando integrato della NATO, per far recuperare maggiore libertà di azione alla politica francese a livello internazionale.

[4] Si veda il suo: “Europe: l’académisme contre l’Histoire

[5] Negli anni ’30 la Germania, cui la Francia vendeva i suoi minerali ferrosi, poté addirittura aumentare le sue quote.

07/07/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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