Per la critica del postmodernismo

Per una critica dell’ideologia dominante nel polo imperialista europeo in costituzione.


Per la critica del postmodernismo Credits: https://www.lacooltura.com/2018/02/cose-postmodernismo-le-scienze-sociali/

Il postmodernismo può essere considerata l’ideologia dominante negli ultimi decenni in ambito continentale, ossia il pensiero dominante nei paesi del polo imperialista in via di costituzione lungo l’asse franco-tedesco. Dal momento che, per i marxisti, è decisiva la critica dell’ideologia dominante, quale espressione della classe dominante, e considerato che il nostro “imperialismo straccione” è parte integrante di questo polo, non possiamo esimerci da una critica del postmodernismo [1].

Innanzitutto, come osservava già G. Lukács ne La distruzione della ragione, le ideologie dominanti, espressione del dominio della borghesia a livello delle sovrastrutture, hanno due caratteristiche fondamentali: in primo luogo contrastare il marxismo quale unica visione del mondo progressista in grado di mettere in discussione il dominio borghese a livello delle sovrastrutture; in secondo luogo rappresentano un’apologia indiretta del capitalismo, in quanto i tratti ingiusti e irrazionali di quest’ultimo sono ormai così evidenti che un’apologia diretta rischierebbe di essere controproducente. Tale tendenza è particolarmente importante in paesi in cui si è sviluppata un’ampia società civile e il conflitto per l’egemonia al suo interno è stato per un certo numero di anni messo in discussione dalla diffusione e affermazione del marxismo.

Così, mentre nel mondo anglosassone si sono tendenzialmente affermate ideologie più apertamente apologetiche del capitalismo, nel mondo europeo continentale, dove ha avuto per un lungo periodo notevole diffusione il marxismo occidentale, il postmoderno ha finito per imporsi come ideologia dominante. Sebbene, visto che anche nell’Europa continentale la borghesia tenda a imporsi in modo sempre più netto, anche qui ha cominciato a prendere piede un’apologetica più diretta come quella del neopositivismo. Ciò ha fatto sì che prima negli Usa, poi anche in Europa il postmodernismo è divenuta l’ideologia dominante soprattutto all’interno della componente di “sinistra” del blocco sociale dominante, ovvero in particolare all’interno del ceto medio riflessivo e degli intellettuali tradizionali. Mentre le componenti centriste e gli intellettuali organici alla borghesia prediligono il neopositivismo; i settori più di destra si servono, invece, di ideologie apertamente reazionarie.

D’altra parte postmodernismo e neopositivismo tendono a convergere nello sforzo di apparire come visioni del mondo aggiornate e, quindi, adeguate a comprendere e agire nel mondo contemporaneo, a differenza del marxismo che sarebbe ormai un’ideologia del passato, inadeguata a interpretare la complessità del mondo attuale e, dunque, impossibilitata a mettere in discussione l’ordine costituito. Al punto che tali ideologie tendono a considerare il marxismo un pensiero residuale, non al passo coi tempi, vanamente nostalgico e, dunque, in ultima istanza conservatore.

Tale impostazione è ben visibile nella stessa denominazione del postmoderno, che vuole indicare una modificazione strutturale della società e di conseguenza del modo di pensare e agire, rispetto al mondo moderno, in cui non a caso aveva invece peso e voce in capitolo il marxismo. Una trasformazione tanto profonda e strutturale, che sarebbe intercorsa nel mondo contemporaneo, non potrebbe che comportare l’obsolescenza e la residualità dello stesso modo di produzione capitalistico. Tanto che, a parere dei postmoderni, solo i nostalgici di una visione del mondo ormai definitivamente tramontata come il marxismo potrebbero occuparsi e dare importanza a un fenomeno ormai arcaico come il moderno modo di produzione capitalistico. In tal modo, il postmoderno punta a mettere fuori combattimento il proprio più temibile avversario prima ancora di accettare il confronto-scontro.

Dal punto di vista economico, i postmoderni amano parlare di postfordismo, per indicare un presunto mutamento strutturale del modo di produzione dominante che renderebbe ormai obsolete tutte le categorie fondamentali del marxismo e del leninismo e di conseguenza anche le pratiche politiche su di esse fondate. Si comincia, non a caso, dal mettere in discussione la stessa legge del valore che è alla base non solo del marxismo, ma più in generale dell’economia moderna – oggi generalmente definita classica – svolgendo una funzione importante già in A. Smith e D. Ricardo. La legge del valore sarebbe da considerare ormai un residuo del passato in quanto secondo i postmodernisti – che anche da questo punto di vista tendono a ritrovarsi con i sostenitori delle concezioni neopositiviste – ormai nel mondo postmoderno e postfordista il valore sarebbe prodotto dalle macchine o, in una versione più raffinata, dal general intellect in esse incorporato.

In tal modo quello che era stato il soggetto rivoluzionario, almeno in potenza, nel mondo moderno, ovvero la classe operaia e, più in generale, il proletariato moderno, sarebbe in via di estinzione nel mondo postmoderno. Sopravvivrebbe tutt’al più in quei paesi sottosviluppati dove non si sarebbero ancora affermate le magnifiche sorti e progressive del mondo postmoderno. “Magnifiche e progressive” per modo di dire, in quanto il postmoderno ha una posizione conservatrice se non reazionaria nei riguardi della storia e della politica. Non solo non crede nella possibilità stessa di un reale sviluppo storico, ma non lo ritiene nemmeno auspicabile. Come tende a considerare puramente utopistiche, nel senso più negativo del termine, le concezioni politiche che mirano a rivoluzionare il mondo, ovvero ancora una volta in primo luogo il marxismo, anche se il postmodernismo tende ad ampliare il suo scetticismo dissolutore anche nei confronti delle visione del mondo e delle concezioni politiche della stessa borghesia, quando essendo esclusa dal potere aveva posizioni rivoluzionarie. Da questo punto di vista il postmodernismo è più irrazionale e reazionario del neopositivismo, in quanto tende a condannare insieme al marxismo, l’illuminismo, quale ideologia rivoluzionaria della borghesia e, più in generale, le stesse rivoluzioni borghesi.

Del resto essendo la produzione, seconde le concezioni postmoderniste, ormai tutta tendenzialmente meccanizzata, con la legge del valore non può che venire meno la stessa categoria del plusvalore e con essa la dimostrazione dello sfruttamento del lavoro salariato. Il quale non solo non sarebbe più sfruttato, ma sarebbe addirittura in via di estinzione, secondo le concezioni postfordiste. Perciò non possono che perdere d’importanza, agli occhi del postmodernismo, gli strumenti di lotta del proletariato: dal sindacato, ai consigli, dai partiti socialisti, ai comunisti e rivoluzionari. Anzi, sono lo stesso partito e sindacato a essere divenuti a loro avviso obsoleti, un mero residuo di un passato sempre più arcaico.

Più radicalmente il postmoderno considera non solo ormai fuori tempo massimo, ma addirittura deleteria la tendenza del proletariato cosciente di classe a mirare alla conquista del potere, per creare la nuova società socialista. Per il postmoderno è il potere stesso ad avere una valenza negativa, perciò non solo i rivoluzionari che avranno successo mirerebbero necessariamente a divenire dispotici, mai i partiti rivoluzionari sarebbero, magari inconsapevolmente, animati da tendenze totalitarie. Anzi la stessa forma partito, sindacato, il centralismo democratico e l’egemonia, essendo connessi alla questione del potere, sarebbero ormai da abbandonare, in quanto anch’essi intrinsecamente totalitari.

Per altro il postmodernismo, dimostrando di essere ben più radicale, in senso reazionario, dello stesso neopositivismo, arriva, o meglio muove dal presupposto che non esista né la verità, né una verità e nemmeno la realtà. Riprendendo anche in questo caso il più reazionario dei filosofi moderni: Nietzsche e i suoi continuatori che hanno fatto carriera con il nazismo, come Gadamer, i postmoderni sostengono una visione prospettica del mondo, in cui esisterebbero solo interpretazioni. Non essendoci la verità, né la realtà, non vi sarebbero nemmeno interpretazione giuste e altre false, o interpretazioni più o meno vere. Anzi, dal punto di vista relativistico e nominalistico del postmoderno, il solo pretendere di essere portatore dell’interpretazione giusta, di agire in nome della verità comporta avere delle tendenze fondamentaliste, intolleranti e, in sé, totalitarie.

In tal modo il postmodernismo, che guarda dall’alto in basso il marxismo interpretandolo come un ferro vecchio e arrugginito, dimostra in realtà di essere una tarda ripresa, necessariamente epigonale, di una corrente di pensiero caratteristica del mondo antico, ovvero la sofistica, già ampiamente confutata e denunciata come fondamentalmente reazionaria da Socrate-Platone. Evidentemente, come metteva già in luce Platone, se non esistesse la verità, ma solo le opinioni, non solo non esisterebbe la scienza e, quindi, non si potrebbe nemmeno superare la visione mitologico-religiosa del mondo, ma lo stesso dialogare diverrebbe ozioso e superfluo. Nel senso che non essendoci la possibilità di far valere una posizione, una teoria, una interpretazione di contro a un’altra, perché più vera o più corrispondente alla realtà, verrebbe meno la stessa esigenza di confrontarsi, l’interesse di imparare dagli altri, di insegnare o di trovare insieme la verità.

In tal modo, però, le dispute non potrebbero più risolversi in modo dialogico, discorsivo – magari ricercando una sintesi che sia più vera dei diversi punti di vista particolari e, quindi, tendenzialmente unilaterali – ma ad affermarsi sarebbe soltanto il più forte, secondo la legge più totalitaria che esiste, ossia la legge della giungla, dove il più potente si afferma ai danni del più debole. Certo, oltre a questa soluzione “hard”, ampiamente testimoniata dalle critiche platoniche nel mondo antico e poi ripresa e rilanciata nel mondo moderno, in modo ancora più estremo da Nietzsche, esiste anche una versione, per così dire, “soft”. Anch’essa, per altro, già presente e ampiamente documentata nel mondo antico, ossia la concezione della centralità della retorica, per cui riuscirebbe a imporre le proprie opinioni chi sarebbe in grado di manipolare nel modo più efficace le parole e le opinioni. Anche in tal caso, però, siamo evidentemente di fronte a un modo più subdolo di acquisire il potere, per altro non per scopi validi universalmente – come cercano di fare le concezioni progressiste e rivoluzionarie del mondo criticate dai postmodernisti – ma per interessi egoistici e individualistici, ovvero per la mera volontà di potenza tematizzata da Nietzsche.

Senza contare che, ovviamente, la posizione che afferma che non esiste la verità, come era ben noto già nel mondo antico, è più dogmatica e presuntuosa di quella che afferma di essere dalla parte della verità, in quanto pretende di conoscere e di poter affermare, come un principio indubitabile e assolutistico, la propria posizione volta a negare in modo radicale l’esistenza stessa della verità. Per cui i postmodernisti finirebbero, in questo caso, per ritrovarsi a fianco dei loro, apparentemente, più avversati nemici, ossia dei dogmatici e fondamentalisti che pretendono di avere in tasca la verità, anche se si tratterebbe di una verità di segno opposto, ma con la stessa pretesa di assolutezza.

I postmoderni procedono, però, sulla propria strada non curandosi di tali contraddizioni e radicalizzando ulteriormente il loro pensiero fino a negare la stessa identità, anch’essa per altro tacciata di fondamentalismo e di potenziale totalitarismo, in quanto tenderebbe inevitabilmente a negare le differenze. Queste ultime, nella prospettiva inconsapevolmente ultra-individualista e solipsista dei postmodernisti, sarebbero le uniche reali – dimenticando, per altro, di aver negato in nome della visione prospettica del mondo l’esistenza stessa della realtà. Anche in quest’ultimo caso, il postmodernismo non si perde d’animo, ma radicalizza ulteriormente il proprio pensiero – ancora una volta, per altro, sulle orme di Nietzsche e poi del più significativo pensatore nazionalsocialista: Heidegger – sostenendo la non esistenza dell’io, del soggetto. Infine, ricollegandosi a tutta la tradizione conservatrice e reazionaria della filosofia ridotta a ideologia al servizio della classe dominante, ossia alla distruzione della ragione, anche il postmodernismo sviluppa una critica all’universalità della ragione in nome del pensiero debole.

Note

[1] Per chi intendesse approfondire il postmodernismo rinvio alle lezioni molto significative sul tema tenute dalla prof. A. Ciattini per l’Università popolare A. Gramsci.

13/04/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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