Perché non si può essere di sinistra sostenendo Ue ed euro

Nella attuale situazione di imbarbarimento diviene essenziale abbandonare l’eurocentrismo. Vediamo perché.


Perché non si può essere di sinistra sostenendo Ue ed euro Credits: @zak_says

L’Ue e l’euro sono funzionali al mantenimento dello status quo, ossia di una società e di un modo di produzione sempre meno in grado di gestire le proprie contraddizioni interne. In questa tragica situazione, in cui tornano a riproporsi soluzioni barbare fondate su fondamentalismo e xenofobia, diviene essenziale per ogni progressista abbandonare l’eurocentrismo. Vediamo perché.

di Renato Caputo

L’attuale epoca di restaurazione – anche se, oggi come allora, segnali importanti in controtendenza vengono dall’America Latina – dipende indubbiamente dal parziale fallimento degli obiettivi di quella che Gramsci ha definito “La Rivoluzione contro il Capitale”, ossia della Rivoluzione di Ottobre. Come è noto, essa mirava a rompere l’anello più debole della catena imperialista per favorire la rottura rivoluzionaria degli anelli più forti, i soli in cui vi erano le condizioni oggettive per la transizione al socialismo. Le divisioni interne al movimento dei lavoratori salariati nei Paesi a capitalismo avanzato, per cui una componente maggioritaria è rimasta sotto l’egemonia di dirigenti revisionisti, ha impedito la rottura degli anelli più forti.

In tale situazione, i tentativi di transizione al socialismo, pur ottenendo eccezionali risultati (quali la sconfitta del nazi-fascismo, la liberazione dal colonialismo e dalla miseria di milioni di umiliati e offesi), non hanno raggiunto l’obiettivo fondamentale, ossia offrire un’alternativa credibile a livello internazionale al modo di produzione capitalista. Dovendosi sviluppare in situazioni prive delle condizioni oggettive per la transizione al socialismo, tutte le “rivoluzioni contro il Capitale” hanno finito per alternare forzature soggettiviste, che hanno reso credibile lo spettro del totalitarismo, ad attitudini realiste che hanno portato a ridimensionarne drasticamente gli obiettivi, realizzando nei fatti un capitalismo di Stato.

Il principale teorico e artefice della “rivoluzione contro il Capitale” ha individuato la causa principale – che ha impedito la diffusione della rottura rivoluzionaria dagli anelli più deboli ai più forti – nella formazione dell’aristocrazia operaia, resa possibile dalla politica imperialista. In altri termini, i sovraprofitti resi possibili dalla politica imperialista all’estero hanno permesso alle classi dominanti dei Paesi a capitalismo avanzato di corrompere sistematicamente lo strato dirigente del movimento dei lavoratori salariati. Ora, se da questa analisi si è sviluppato il decisivo sostegno dei Paesi in cui la “Rivoluzione contro il Capitale” si è realizzata ai movimenti di lotta anticoloniale e antimperialista, d’altra parte il problema reale non è stato risolto. Basti considerare il panorama sconfortante offerto dai dirigenti dei sindacati e dei partiti di sinistra del nostro Paese, negli ultimi decenni, per rendercene conto.

Dunque, per chi non volesse continuare a illudersi che lo sviluppo in senso imperialista dei Paesi a capitalismo avanzato non sia “necessario” all’interno di questo modo di produzione, che sia possibile, al contrario, realizzare un capitalismo dal volto umano semplicemente ponendo al governo di tale sistema forze progressiste, è necessario fare i conti con tale problematica. Allo stesso modo, soltanto un idealista potrebbe illudersi che sia sufficiente denunciare l’evidente corruzione dell’aristocrazia operaia, ossia degli attuali dirigenti sindacali e politici della “sinistra”, per far prendere coscienza alle masse della necessità di una linea radicalmente differente. Sono le condizioni reali stesse a riprodurre costantemente tale aristocrazia, è questo sistema a generare necessariamente tale situazione e, proprio perciò, non è sufficiente sostituire un politico o un sindacalista onesto agli attuali corrotti, ma è indispensabile rivoluzionare l’intero modo di produzione.

Per non finire in un circolo vizioso, ciò comporta eliminare la causa che produce l’effetto dell’aristocrazia operaia che impedisce la realizzazione di una politica realmente alternativa all’esistente, ossia combattere fino in fondo l’imperialismo, visto che non è possibile realizzare un capitalismo avanzato dal volto umano - come il fallimento di tutti i progetti socialdemocratici ha ampiamente dimostrato. A questo scopo è evidente che, come osservava a ragione ancora Lenin, non è possibile limitarsi a denunciare e contrastare l’imperialismo concorrente con quello del proprio Paese, visto che, in tal modo, si riprodurrebbe la sciagurata scelta dei dirigenti della Seconda Internazionale che hanno votato i crediti di guerra pur di combattere il nemico principale, che guarda caso è sempre l’imperialismo in concorrenza con il proprio.

Non resta quindi – a chi vuole uscire dalla impossibile alternativa fra crescente crisi del capitalismo e ricaduta della civiltà in una nuova epoca di barbarie, con la progressiva affermazione delle forze fondamentaliste e xenofobe – che farsi carico del durissimo compito di contrastare in primo luogo il proprio imperialismo. È altrettanto necessario, nell’epoca di sviluppo in senso transnazionale dell’imperialismo, non dover fare i conti soltanto con l’imperialismo del proprio Paese, ma con l’unione imperialista di Paesi di cui la propria nazione è parte integrante.

Ora, è evidente a chi consideri in modo non ideologico i trattati su cui si fonda l’UE che si tratta di una unificazione in senso liberale e liberista. Ciò comporta necessariamente un decisivo mutamento dei rapporti di forza fra chi intende rivedere drasticamente in senso liberale le legislazioni e le costituzioni tendenzialmente democratiche, affermatesi dopo la sconfitta del tentativo di restaurazione nazi-fascista, e chi intende svilupparle in direzione del socialismo. Dal punto di vista economico, i trattati su cui si fonda l’UE favoriscono le forze che intendono portare avanti una restaurazione in senso liberista dal punto di vista economico e sociale, spazzando via il precedente compromesso fondato su Welfare State e politiche keynesiane.

Del resto, è evidente che l’applicazione di tali politiche liberali e liberiste ha comportato un restringimento delle conquiste democratiche sul piano istituzionale e una costante riduzione della quantità di ricchezze che vanno ai lavoratori salariati rispetto a quelle che si intascano capitalisti e rentiers. Anche in questo caso non esiste neppure una sola eccezione che confermi la regola, ossia in tutti i paesi dell’Unione Europea l’applicazione dei trattati restringe gli spazi democratici e favorisce chi vive del lavoro altrui.

Allo stesso modo, è un dato oggettivamente difficile da confutare che le politiche liberiste e la moneta unica favoriscono gli apparati produttivi dei Paesi più avanzati (in primo luogo la Germania) rispetto ai Paesi meno avanzati. Tanto che, anche in questo caso, la polarizzazione fra Paesi più ricchi e meno ricchi è sotto gli occhi di tutti. Non fosse altro perchè la moneta unica comporta, di fatto, una vendita sotto costo delle merci prodotte nei Paesi più avanzati e una vendita sopra costo dei prodotti delle aree meno avanzate. In tal modo è necessario logicamente e dimostrato nei fatti che le nazioni più avanzate stanno progressivamente conquistando fette di mercato ai danni delle più deboli.

A questo punto, qualsiasi persona dotata di sano buon senso umano e non accecata dagli interessi personali o dall’ideologia dovrebbe interrogarsi sul cui prodest il mantenimento dell’UE e dell’Euro. Altrettanto necessaria dovrebbe essere la risposta alla domanda, ossia in primo luogo ai capitalisti dei Paesi più avanzati, che ne sono i massimi sostenitori, in secondo luogo, anche se in misura minore, ai capitalisti dei Paesi più deboli che, se perdono dal punto di vista economico, conquistano dal punto di vista sociale e politico un maggiore dominio sui ceti subalterni. A perderci, in termini strutturali e sovrastrutturali, sono i ceti subalterni di tutti i Paesi e in modo particolare i ceti subalterni dei Paesi meno avanzati.

Si dirà: ma oggi sono proprio le forze reazionarie di tutti i Paesi a battersi contro l’euro e l’UE. La risposta a tale obiezione è altrettanto banale: è evidente che i reazionari si battono contro lo sviluppo del capitalismo ma propongono delle soluzioni regressive, fondamentaliste e xenofobe, e non progressive. Quindi, l’unica avvertenza è non aumentare la confusione, favorevole ai populisti in quanto tali di destra, e tenere ben distinta l’opposizione di sinistra all’attuale stato delle cose, dall’opposizione di destra.

Più interessante è domandarsi come mai le posizioni filo UE e filo euro siano ancora abbastanza diffuse fra le masse popolari e le forze di sinistra, persino nei Paesi meno avanzati. Escludiamo subito le risposte più semplici e scontate. In effetti è evidente che le aristocrazie operaie, che dirigono la maggioranza dei partiti di sinistra e dei sindacati dell’UE, siano favorevoli alla conservazione dello status quo per preservare i propri privilegi. Allo stesso modo, è evidente che una parte delle masse popolari, soprattutto il sottoproletariato, non ha ancora abbandonato la prospettiva dello schiavo, per cui il servo fedele alla fine non avrà che da guadagnare dal successo del proprio padrone. A costoro appare sempre più comodo e sicuro continuare a cibarsi degli avanzi dei propri padroni, piuttosto che rischiare una ribellione, sul cui successo, considerati gli attuali rapporti di forza, è comprensibile dubitare.

Meno facile è comprendere il motivo per cui ampi strati non corrotti e di sinistra delle masse popolari non siano ancora in grado di comprendere la necessità di opporsi al proprio imperialismo. Per comprendere ciò bisogna necessariamente ritornare a ciò che è noto, e proprio perciò non realmente conosciuto, ossia al fatto che l’ideologia dominante è sempre l’ideologia delle classi sociali dominanti.

Cosa significa ciò nel nostro caso specifico? Significa che gli apparati egemonici ampiamente controllati dalla classe sociale dominante non fanno che trasmettere una visione del mondo eurocentrica, per cui cultura e civiltà sarebbero un prodotto essenzialmente europeo e, dunque, solo da qui potrebbe sorgere un ulteriore progresso del genere umano. Così, al mito reazionario degli “italiani brava gente”, si aggiunge una visione altrettanto mitica della storia della civiltà in una prospettiva eurocentrica o, al massimo, intesa come prodotta da europei anche emigrati in altri continenti, nonchè il mito altrettanto reazionario che il processo che ha portato alla costituzione dell’UE abbia garantito la pace.

Per smentire il primo mito, basterebbe ricordare che il fascismo, da cui è sorto lo stesso nazismo, è un prodotto autenticamente made in Italy. Per quanto concerne il secondo, sarebbe utile considerare che non solo il fascismo e il nazismo, ma il colonialismo, il capitalismo e l’imperialismo siano prodotti essenzialmente made in Europe. Infine, i ripetitori del terzo mito dimenticano che l’attuale UE è sorta da quei Paesi che hanno, insieme agli Stati Uniti, scatenato e portato avanti la Guerra Fredda e che praticamente tutti i Paesi dell’attuale UE hanno partecipato, in un modo o nell’altro, a tutte le guerre imperialiste di aggressione condotte in modo diretto o indiretto verso tutti quei Paesi, nel bene e nel male, non disponibili a sottostare al dominio imperialista.

In conclusione occorre anche ricordare che UE ed euro sono funzionali al mantenimento di un modo di produzione la cui crisi strutturale sta contribuendo a fare precipitare il mondo in una nuova epoca di barbarie che potrebbe durare, come la storia insegna, anche secoli. È, dunque, evidente che qualsiasi persona progressista, dotata di sano buon senso e in buona fede non possa che battersi per un’alternativa di sinistra a tutto ciò.

31/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: @zak_says

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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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