Il decisivo contributo della Rivoluzione d’ottobre allo sviluppo dei movimenti anticoloniali

Dal contraddittorio sviluppo dell’Urss nella seconda metà degli anni trenta, al poderoso sviluppo dei movimenti anticoloniali fra le due guerre.


Il decisivo contributo della Rivoluzione d’ottobre allo sviluppo dei movimenti anticoloniali Credits: http://www.iltamtam.it/2014/08/29/amanifesti-urss-videoinstallazioni-al-vignola/

Link al video della corrispondente lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci

Segue da Il tragico tentativo di transizione al socialismo in un solo paese

Molti servizi tendenzialmente gratuiti, ma consumi limitati a poco più dell’essenziale

Nell’Urss socialista dei grandi piani quinquennali scompaiono rapidamente le millenarie piaghe sociali che avevano flagellato la stragrande maggioranza della popolazione di questo enorme paese: la fame, la miseria sono debellate e con esse viene sostanzialmente eliminato l’analfabetismo, che prima della Rivoluzione colpiva oltre il 90% della popolazione. In tal modo il paese dei soviet, che prima della Rivoluzione era il fanalino di coda in Europa dal punto di vista dell’alfabetizzazione, era divenuto un paese all’avanguardia a livello internazionale. Per altro mai nella storia la piaga dell’analfabetismo era stata debellata in modo così rapido, efficace e deciso.

D’altra parte le esigenze prioritarie fissate dalla pianificazione, con la priorità assegnata allo sviluppo dell’industria pesante, di base e meccanica e all’altrettanto necessario sviluppo dell’Armata rossa – dinanzi alle minacce sempre più dirette di aggressione di paesi imperialisti, in primis Germania e Giappone – unitamente alla risoluzione internazionalista a sostenere i movimenti emancipatori a livello globale, mantengono a un livello appena discreto i salari diretti, mentre sono garantiti a tutti il salario indiretto – di livello decisamente ragguardevole – e differito. Così all’intera popolazione è garantita una abitazione, anche se talvolta modesta, un impiego retribuito, l’istruzione sino ai più alti livelli per i meritevoli – e in particolare per i figli delle classi subalterne – la sanità e una discreta pensione.

Il lato oscuro dell’eccezionale sviluppo delle forze produttive, dell’egualitarismo e della messa al bando dello sfruttamento: il centralismo organico o, peggio, burocratico

Il rovescio della medaglia di questo eccezionale sviluppo delle condizioni di vita materiali e spirituali della grande maggioranza della popolazione era costituito: dalla limitazione delle libertà politiche e sindacali, al punto che gli scioperi erano stati proibiti – con la giustificazione che i mezzi di produzione erano ormai socializzati – e le stesse elezioni con il monopartitismo, il divieto divenuto stabile delle correnti nel Partito comunista e l’eliminazione fisica degli oppositori, avevano un valore sempre più formale che reale. Le opposizioni non solo all’esterno del Partito comunista, ma anche al suo interno sono sempre meno tollerate.

La dittatura del proletariato, che doveva caratterizzare lo Stato socialista, si era involuta quasi subito, a causa in primo luogo dello stato d’assedio imposto dalle potenze imperialiste, nella dittatura dell’avanguardia della classe operaia organizzata nel partito, per poi divenire, dopo la morte di Lenin e la progressiva messa al bando delle opposizioni, la dittatura della linea maggioritaria nel Partito – per quanto tale maggioranza fosse sempre decisamente ampia – per arrivare infine, a causa del culto della personalità tributato a Stalin, nei fatti la dittatura del leader supremo. Cosa ancora più grave, i metodi terroristici di governo ben presto, dopo aver colpito i reali nemici della Rivoluzione, si erano rivolti contro una parte significativa dei rivoluzionari della prima ora, poco avvezzi a eseguire le direttive dall’alto, che sono spazzati via senza pietà, spesso sulla base di accuse infamanti del tutto campate in aria. Così, come già avvenuto con la grande rivoluzione borghese francese, la Rivoluzione finiva con il divorare i suoi stessi principali artefici.

Paradossi dello sviluppo sovietico

D’altra parte queste aberrazioni sono state, di fatto, accettare, da un’ampia maggioranza degli iscritti al partito – generalmente costituita da nuove leve iscrittesi dopo che sotto la direzione di Stalin il partito di quadri diviene sempre più un partito di massa – oltre che da buona parte dei cittadini sovietici. Al di là del clima di terrore, per cui lo schierarsi a difesa dei perseguitati rischiava di venir interpretato come un sostegno ai presunti traditori, tale uso sempre più indiscriminato del terrore è stato nei fatti accettato dalla grande maggioranza sulla base della necessità prima di difendere la rivoluzione dai suoi molteplici nemici – che ne avevano posto in discussione la stessa sopravvivenza – poi per consentire uno sviluppo che permettesse al paese di respingere i nuovi e sempre più agguerriti nemici che si profilavano all’orizzonte con l’affermazione dei fascismi e del nazismo, infine con la necessità di combattere contro la proditoria aggressione di questi ultimi una battaglia per la vita e per la morte, in cui il nemico non faceva prigionieri.

Per quanto concerne gli effetti paradossali dello sviluppo, in questo contesto di uno stato d’emergenza reso permanente dallo stato d’assedio imposto al paese dall’esterno, occorre ricordare come al poderoso sviluppo dell’istruzione popolare e del sistema scolastico, fa riscontro nella cosiddetta età staliniana una crescente involuzione delle belle arti, che avevano raggiunto nei gloriosi anni venti le vette mondiali, per poi, con il progressivo ritorno all’ordine nel corso degli anni trenta, esser progressivamente assoggettate alle necessità pratiche di sopravvivenza del sistema socialista. Così mentre diversi figli dei proletari accedevano, per la prima volta, oltre alle più alte cariche dello Stato e dell’esercito anche ai vertici della cultura, diversi grandi intellettuali che non erano piegati alla progressiva strumentalizzazione dell’arte a fini politico-sociali, per quanto nobili, sono perseguitati duramente e non di rado gli esponenti delle avanguardie storiche sono repressi senza pietà.

Il consenso popolare

Tuttavia, alla vigilia di quella prova decisiva costituita dalla Seconda guerra mondiale, nonostante tutte le contraddizioni, la grande maggioranza del popolo sovietico appare determinata a stringersi intorno alla dirigenza del Partito comunista e al suo leader per difendere il paese dagli aggressori nazi-fascisti e al contempo salvaguardare le poderose conquiste economico-sociali garantite dalla rivoluzione. L’aver sottovalutato tale fattore, costerà un prezzo decisivo agli aggressori nazi-fascisti e imperialisti.


Il grande sviluppo dei movimenti di emancipazione dei popoli coloniali fra le due guerre

Il decisivo contributo del paese dei soviet allo sviluppo dei movimenti di lotta anticoloniali

Fra le principali conseguenze, di portata storica-universale, della rivoluzione sovietica vi è la inedita diffusione dei movimenti di lotta per l’autodeterminazione nazionale dei popoli colonizzati. L’ondata di rivendicazioni politiche e sociali, che si diffonde dinanzi al terribile macello – cui aveva condotto la politica sciovinista e imperialista nel corso della Prima guerra mondiale – e la portentosa spinta propulsiva proveniente dai successi della Rivoluzione sovietica spinge allo sviluppo di lotte sempre più di massa nei paesi coloniali, suscitando movimenti di emancipazione che dovevano acquistare nel giro di trent’anni tanta ampiezza sino a portare, ai giorni nostri, al crollo quasi completo del sistema coloniale che allora ancora soggiogava in modo diretto e indiretto la maggioranza della popolazione mondiale.

Lo sviluppo del colonialismo produce inconsapevolmente i suoi becchini, ovvero i movimenti anticoloniali

Lo sviluppo dei movimenti di lotta al colonialismo è favorito dalla modernizzazione forzata indotta dal processo di colonizzazione, per cui le popolazione coloniali asservite alle europee attraverso questa dura esperienza si formarono, imparando a usare sia le armi materiali che le armi del pensiero, dal momento che i colonizzatori avevano bisogno di una classe dirigente locale per meglio soggiogare la popolazione colonizzata e avevano bisogno anche di un certo numero di lavoratori specializzati da poter sfruttare.

Inoltre lo sviluppo dei movimenti anticoloniali fu favorito dalla altrettanto dura esperienza della Prima guerra imperialistica mondiale, in cui le popolazioni colonizzate sono state spinte a combattere dai colonizzatori con la promessa di avere, in caso di vittoria, maggiore autonomia e forme di autogoverno. Dinanzi al mancato mantenimento di tali promesse e di fronte alla liberazione di nazioni soggiogate dallo zarismo a opera della Rivoluzione d’Ottobre, le forze indipendentiste non potevano che rafforzarsi un po’ ovunque. Tanto più che ottennero ben presto il pieno sostegno dal paese dei soviet che, già nel 1920. organizza a Baku il primo congresso mondiale dei popoli oppressi, che traccia un primo programma di lotta su base globale al colonialismo.

La Cina di Sun Yat-Sen

Uno dei principali centri di irradiazione del movimento anticoloniale è la antichissima civiltà cinese, dove già nel 1911 vi era stata una importantissima rivoluzione anticoloniale guidata da Sun Yat-Sen, che aveva gettato le basi per la modernizzazione del paese, l’indipendenza nazionale e l’affermazione della democrazia di contro alle antiche strutture feudali che ancora dominavano nelle sconfinate campagne. Anche se poi il governo democratico di Sun Yat-Sen era stato in parte sconfitto da un esponente di destra dell’esercito, che aveva condotto una politica di nuovo compiacente con le potenze coloniali, le quali avevano così riaffermato il controllo sulle risorse economiche di questo enorme paese. D’altra parte, l’allentarsi del dominio coloniale occidentale nel corso della Prima guerra mondiale aveva favorito la modernizzazione del paese, per cui si adoperavano le forze progressiste, perciò, sebbene la popolazione fosse ancora costituita in larga parte da contadini asserviti e analfabeti, si erano cominciati a sviluppare intorno alle industrie dei nuclei urbani e, di conseguenza, i primi contingenti del proletariato moderno cinese.

Il dualismo di poteri

Nel paese, però, vi erano due governi in carica in guerra fra loro, uno rivoluzionario a Canton egemonizzato dalle forze democratico-nazionali, l’altro a Pechino dove predominavano le forze tradizionaliste e reazionarie, alleate con i signori della guerra e, generalmente, in combutta con le potenze imperialiste. D’altra parte nessuno dei due governi appariva in grado di estendere la propria autorità su questo enorme paese, dal momento che in diverse province il potere era esercitato di fatto in modo indipendente da governatori militari.

Nascita e primi sviluppi del partito comunista cinese

La penetrazione del marxismo, a seguito dell’interesse suscitato dalla Rivoluzione russa fra gli intellettuali progressisti cinesi, consente nel 1921 la nascita del Partito comunista cinese. Al congresso costitutivo parteciparono solo 12 delegati, fra cui Mao Tse-Tung, giovane intellettuale rivoluzionario di origine contadina. In un primo momento il partito si dà come programma minimo la realizzazione dei tre princìpi enunciati da Sun Yat-Sen: l’indipendenza nazionale, la democrazia politica e la riforma agraria. Su tali basi si stabilisce una stretta collaborazione con il partito democratico nazionalista Kuo Min-Tang. Tale accordo è cementificato dalla rinuncia dell’Urss, nel 1924, ai privilegi e alle concessioni strappate alla Cina dalla Russia zarista con i trattati diseguali. Perciò, Sun Yat-Sen si serve di istruttori messi a disposizione dai sovietici per organizzare un esercito nazionale, con lo scopo di unificare il paese liberandolo dal dominio dei signori della guerra e degli imperialismi stranieri.

22/12/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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