L’industrializzazione dell’Urss e la collettivizzazione delle campagne

Le complesse problematiche della transizione al socialismo in Urss e l’altrettanto complesso modo di affrontarle da parte dei grandi protagonisti del processo rivoluzionario.


L’industrializzazione dell’Urss e la collettivizzazione delle campagne Credits: http://www.fondsecran.eu/a/175350/800/480

Il rilancio della transizione al socialismo in Urss

La maggioranza del partito comunista sovietico guidata da Stalin, annichilita grazie all’appoggio della destra del partito l’opposizione di sinistra facente capo a Trockij, per rafforzare il suo potere si sposta a sinistra, dichiarando chiusa l’esperienza della Nep, inaugurando l’industrializzazione pianificata del paese e lanciando la collettivizzazione forzata dell’agricoltura per rilanciare e accelerare la transizione al socialismo, al punto che la sinistra accuserà la maggioranza del Pcus di aver fatto proprie, dopo averla messa all’angolo, le sue principali parole d’ordine. Bucharin, principale esponente della cosiddetta alla destra del partito, si oppone decisamente in particolare alla collettivizzazione delle campagne, denunciando le sue tragiche conseguenze, ovvero una nuova terribile notte di San Bartolomeo con lo sterminio dei contadini che si erano arricchiti dopo l’eliminazione dei latifondi in particolare negli anni della Nep.

La difficoltà di definire in modo univoco le posizioni dialettiche assunte nel corso storico dai principali dirigenti della Rivoluzione d’ottobre

Tutto ciò a dimostrazione della difficoltà ad etichettare in maniera univoca i principali dirigenti del Pcus con le usuali definizione di sinistra, centro e destra, dal momento che nelle diverse e non prevedibili svolte del corso del mondo assunsero spesso posizioni anche opposte. Ad esempio Trockij, per molti anni dirigente menscevico, ovvero della corrente di “destra” del Partito socialdemocratico degli operai russi, passa poi ai bolscevichi ponendosi nei primi anni dopo la Rivoluzione in quella che è stata definita l’ala destra di questo partito. Trockij non solo si opponeva alla relativa autonomia dei sindacati dal partito, ma guidò l’armata rossa nella durissima repressione della rivolta di Kronstadt, fomentata direttamente dai Socialisti rivoluzionari di sinistra, ma anche dalla stessa ala sinistra del partito comunista, allora organizzata nella corrente della Opposizione operaia. Anche i metodi drastici e inflessibili, a tratta spietati, con cui Trockij impose la pur necessaria disciplina militare all’interno dell’Armata rossa, non lo avevano certo avvicinato alle posizioni libertarie della sinistra del partito. Le cose cambieranno, come abbiamo visto, dopo la morte di Lenin, quando Trockij divenne in modo sempre più deciso il principale punto di riferimento dell’ala sinistra del partito, pur non assumendo al suo interno posizioni ultra-sinistre.

Stalin, che prima della rivoluzione guidava l’ala armata clandestina della componente bolscevica del POSDR, ed era stato spesso criticato per le sue azioni armate volte al finanziamento del partito dal menscevico Trockij, in un primo momento sarà fra la grande maggioranza dei dirigenti del partito che criticherà da destra le rivoluzionarie Tesi di Aprile di Lenin, considerandole estremiste e avventuriste. In seguito assunse una posizione essenzialmente centrista che gli consentirà di prendere saldamente la direzione del partito e in seguito del paese. Ciò non toglie che nella lotta all’ultimo sangue con la sinistra guidata da Trockij, dopo la morte di Lenin, non esiterà a fare fronte comune anche con gli elementi più “destri” del partito.

Subito dopo aver annientato la sinistra, Stalin mira a occupare la prateria che si è aperta alla sua sinistra, spostando decisamente a sinistra il baricentro della sua azione politica, tanto da arrivare ben presto a uno scontro all’ultimo sangue con la destra, vinto il quale anche in tal caso non fece prigionieri. Solo dopo aver annichilito la destra, riequilibrerà verso posizioni più moderate il proprio agire politico, per coprire l’ampio spazio che si era aperto a destra, dopo l’eliminazione dei suoi principali esponenti. Zinoviev e Kamenev nelle decisive fasi preparatorie della Rivoluzione di Ottobre, assunsero posizioni così marcatamente di destra, da denunciare sui giornali borghesi i piani rivoluzionari del loro stesso partito e tanto da portare Lenin a chiederne l’espulsione. In seguito, nello scontro all’ultimo sangue all’interno del partito, dopo la morte di Lenin, finirono per schierarsi, anche se con oscillamenti e ripensamenti, con l’ala sinistra.

Lo stesso Lenin, dirigente dell’ala sinistra del Partito operaio socialdemocratico russo, non esitò ad accordarsi con lo stato maggiore tedesco, a differenza degli altri partiti di opposizione, pur di tornare al più presto in Russia, dove assunse posizioni di estrema sinistra con le Tesi di aprile. In seguito si oppose da destra al fallimentare tentativo insurrezionale del luglio 1917, mentre fu tra i più decisi sostenitori della Rivoluzione di ottobre. Nello scontro sul rapporto fra sindacato e partito, dopo la rivoluzione, assumerà una posizione essenzialmente centrista. Per poi attestarsi su posizioni “destre” sia riguardo alla pace a tutti i costi con la Germania pur di farla finita con la guerra, sia contro la prospettiva di una esportazione militare della Rivoluzione verso occidente, sia sulla necessità di abbandonare le posizioni del comunismo di guerra per ripiegare su quelle della Nep.

Bucharin, infine, schierato costantemente su posizioni di estrema sinistra fino alla Nep, diverrà dopo la morte di Lenin il principale esponente dell’ala destra del partito. In realtà, anche in quest’ultimo caso non fu tanto una questione di opportunismo politico, accusa indubbiamente più credibile se rivolta contro Stalin, ma dipese dal suo essere da sempre considerato il teorico del partito. Ciò lo portò, in una prima fase, ad assumere posizioni intransigenti nei riguardi di ogni opportunismo e tatticismo degli esponenti più politici del suo partito, a partire da Stalin. Al contrario, quando il progetto teorico su cui si era fondata la Rivoluzione di Ottobre sostanzialmente fallì, a seguito della sconfitta dei tentativi di rivoluzione in occidente e con l’affermarsi al loro posto di regimi dispotici di estrema destra, Bucharin assunse sempre più posizioni di “destra”, in quanto da un punto di vista teorico non poteva che essere fallimentare la costruzione del socialismo in un solo paese, per altro arretrato come l’Urss. Perciò, dal suo punto di vista, si sarebbe prima dovuto favorire lo sviluppo del capitalismo, per poi procedere alla transizione al socialismo, su una linea che è stata oggi sostanzialmente ripresa, con le dovute e necessarie differenze, da diversi paesi arretrati in transizione al socialismo, a cominciare dalla Repubblica popolare cinese.

L pianificazione dell’industrializzazione e la collettivizzazione forzata delle campagne

Tornando allo scontro fra la linea della costruzione del socialismo anche in un paese solo, delle dimensioni dell’Urss, e la posizione più ortodossa di Bucharin, che riteneva utopistica e avventurista tale prospettiva ed era per proseguire con la politica della Nep – puntando nei fatti alla costruzione di un capitalismo di Stato – prevale, in uno scontro di nuovo sempre più aspro, la prospettiva capitanata da Stalin. Dinanzi alla trasformazione ormai in stato sempre più avanzato del centralismo democratico in un centralismo organico e poi burocratico, la linea minoritaria di Bucharin non viene sintetizzata dalla linea maggioritaria, che impone lo sviluppo del paese in senso socialista a colpi di maggioranza. Questo porta la minoranza a continuare a contrastare in modo strenuo la linea della maggioranza, che reagisce estromettendo i suoi massimi dirigenti, a partire da Bucharin, dai ruoli dirigenti del partito.

Il primo piano quinquennale

Nel frattempo la linea maggioritaria ha lanciato il primo piano quinquennale che mira, in primo luogo, alla costruzione dell’industria di base, indispensabile per poter portare avanti la transizione al socialismo e difenderla dai nemici soprattutto esterni. Nelle campagne, ai proprietari agricoli è prospettata la scelta fra far parte dei kolchoz, cooperative agricole, o dei sovchoz, aziende agricole pubbliche, in funzione della eliminazione dei kulaki – questo nuovo e pericoloso ceto medio e borghese delle campagne che si è di molto espanso e sviluppato nel periodo della Nep –, per farla finita con lo sfruttamento della forza-lavoro nelle campagne e per modernizzare, meccanizzandola, l’agricoltura creando i beni necessari alla realizzazione del grande sforzo finalizzato all’industrializzazione.

Grandezza e limiti dell’industrializzazione

L’industrializzazione forzata raggiunse degli obiettivi incredibili, non solo all’estero ma persino in patria considerati un po’ da tutti del tutto utopistici, al punto che nel giro di pochi anni l’Urss dalla meno industrializzata fra le grandi potenze diviene seconda solo agli Usa. Ciò fa crescere enormemente la considerazione a livello nazionale e internazionale del paese, tanto più che nello stesso lasso temporale il mondo capitalistico è in una spaventosa crisi di sovrapproduzione che si tenta di risolvere con l’affermazione di regimi totalitari fascisti, quale unica alternativa alla transizione al socialismo. Tuttavia, quasi tutte le energie del proletariato moderno sono impiegate per edificare l’industria pesante e di base e troppo poche per un adeguato sviluppo dell’industria leggera. In tal modo il livello dei consumi rimane allora e rimarrà anche in futuro, per il reiterarsi di questa scelta di politica economica, sempre indietro rispetto allo sviluppo economico. Ciò alla lunga farà scemare il consenso di cui aveva goduto il partito comunista, anche per le sirene del consumismo pompato dai media dei paesi a capitalismo avanzato.

I limiti della collettivizzazione forzata delle campagne

Tragico risulta invece il processo, per altro indispensabile, di modernizzazione dell’agricoltura per la strenua resistenza dei kulaki, aumentati di molto di numero a partire dalla Rivoluzione d’ottobre che ha eliminato i latifondi e poi grazie alla relativa liberalizzazione della Nep. Così, negli anni del primo piano quinquennale fra il 1928 e il 1933, le 25 milioni di piccole o medie aziende agricole esistenti sono ridotte a non più di 240.000 gestite in modo collettivista. Una rivoluzione così radicale, realizzata in un arco temporale così breve, non poteva che significare imporre la transizione al socialismo con la collettivizzazione dell’agricoltura dall’alto, a partire dai decreti legge e, nel caso non raro di resistenza dei kulaki nelle campagne, con una dura e sistematica repressione. Anche perché lo strumento decisamente preferibile e più efficace dell’egemonia avrebbe richiesto un processo pedagogico di rieducazione dei contadini che avrebbe necessariamente necessitato di tempi decisamente più lunghi. Anche in tal caso il drastico ridimensionamento quantitativo della tempistica richiesta per una pacifica transizione al socialismo nelle campagne non può che ripercuotersi sulla sua riuscita dal punto di vista qualitativo, per cui la produttività delle aziende agricole collettive non cresce in modo esponenziale come ci si era aspettato, perché l’individualismo dei contadini è stato piegato con la forza e non superato con la ragione. Perciò buona parte dei lavoratori della terra nelle aziende collettivizzate non lavora generalmente con lo stesso entusiasmo testimoniato negli stessi anni dagli operai. Certo tutti questi errori possono in parte essere giustificati con lo stato di assedio vissuto dal paese rivoluzionario, contro cui si stava preparando la più terribile guerra che l’umanità avesse mai prodotto. Per cui la forzatura imposta dalla maggioranza guidata da Stalin, nonostante che in tal modo si avvererà la tragica previsione contro cui si era battuto Bucharin, sarà d’altra parte decisiva per consentire al paese di svilupparsi e affrontare la spaventosa guerra che di lì a poco avrebbe di nuovo colpito e sconvolto il paese dei soviet, aggredito dalla Germania, che aveva mobilitato uomini e risorse da mezza Europa, scatenando contro l’Urss la più grande e potente coalizione e armata che la storia avesse visto sino ad allora.

17/11/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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