Gramsci e la rappresentanza parlamentare

Gramsci avversa la tendenza a ridurre la politica al parlamentarismo, sorta sulla base della concezione positivista secondo cui con le costituzioni e i parlamenti si sarebbe inaugurata un’epoca di evoluzione naturale e la società avrebbe trovato i suoi fondamenti definitivi, perché razionali.


Gramsci e la rappresentanza parlamentare

Secondo Gramsci nei paesi avanzati “la direzione politica è diventata un aspetto della funzione di dominio, in quanto l’assorbimento delle élites dei gruppi nemici porta alla decapitazione di questi e al loro annichilimento per un periodo spesso molto lungo” [1]. Del resto la crisi del parlamentarismo ha, come pone in evidenza Gramsci, una base reale. Tale fondamento ha le sue origini in Italia nel Risorgimento, interpretato da Gramsci come una “rivoluzione mancata”. Come osserva Gramsci: “I moderati continuarono a dirigere il Partito d’Azione anche dopo il 1870 e il 1876 e il così detto «trasformismo» non è stato che l’espressione parlamentare di questa azione egemonica intellettuale, morale e politica. Si può anzi dire che tutta la vita statale italiana dal 1848 in poi è caratterizzata dal trasformismo, cioè dall’elaborazione di una sempre più larga classe dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il 1848 e la caduta delle utopie neoguelfe e federalistiche, con l’assorbimento graduale, ma continuo e ottenuto con metodi diversi nella loro efficacia, degli elementi attivi sorti dai gruppi alleati e anche da quelli avversari e che parevano irreconciliabilmente nemici” (ibidem). Ancora più in generale, Gramsci osserva acutamente: “le classi esprimono i partiti, i partiti elaborano gli uomini di Stato e di governo, i dirigenti della società civile e della società politica. Ci deve essere un certo rapporto utile e fruttuoso in queste manifestazioni e in queste funzioni. Non può esserci elaborazione di dirigenti dove manca l’attività teorica, dottrinaria dei partiti, dove non sono sistematicamente ricercate e studiate le ragioni di essere e di sviluppo della classe rappresentata. Quindi scarsità di uomini di Stato, di governo, miseria della vita parlamentare, facilità di disgregare i partiti, corrompendone, assorbendone i pochi uomini indispensabili” (3, 117: 387).

D’altra parte, a parere di Gramsci, il conflitto che si viene generalmente a creare fra l’assemblea legislativa e il potere esecutivo, la conseguente “difficoltà di costruire un indirizzo politico permanente e di vasta portata” (15, 47: 1807), la perdita di prestigio e di capacità egemonica della classe dominante mediante i partiti tradizionali, si fonda su un mutamento radicale intervenuto nella società civile, ovvero: “degli elementi sociali di nuova formazione, che precedentemente non avevano «voce in capitolo» (…) per il solo fatto di unirsi modificano la struttura politica della società” (14, 49: 1707). Certo si tratta di un primo tentativo delle masse subalterne di uscire dalla passività politica che, non emancipandosi ancora il proletariato da un’ottica corporativista, non è in grado di porsi quale nuova classe universale. Tuttavia le rivendicazioni ancora disorganiche che le masse dei lavoratori pongono “costituiscono una rivoluzione” (13, 23: 1603).

D’altra parte, pur rigettando le critiche di destra al parlamentarismo, le critiche reazionarie al sistema rappresentativo che lo ripudiano in quanto freno all’“azione tecnica del governo” e ostacolo alla burocrazia di carriera, Gramsci non si nasconde la sua crescente incapacità a svolgere la propria funzione di selezionare i “funzionari eletti che integrino ed equilibrino i burocratici nominati, per impedire ad essi di pietrificarsi” (14, 49: 1708). Del resto, la forma parlamentare non può essere superata se non togliendo al contempo il contenuto corrispondente, ovvero: “l’individualismo, e questo nel suo preciso significato di «appropriazione individuale» del profitto e di iniziativa economica per il profitto capitalistico individuale” (14, 74: 1742).

Peraltro, Gramsci avversa la tendenza a ridurre la politica al parlamentarismo, sorta sulla base della concezione positivista allora egemone, secondo cui “con le costituzioni e i parlamenti” si sarebbe inaugurata “un’epoca di «evoluzione» «naturale»” e la società avrebbe “trovato i suoi fondamenti definitivi perché razionali ecc. ecc. Ecco che la società può essere studiata col metodo delle scienze naturali. Impoverimento del concetto di Stato conseguente a tal modo di vedere” (15, 10: 1765). 

Del resto, a parere di Gramsci, la libertà di voto del cittadino è pesantemente condizionata da “un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione” (13, 30: 1625) che ha elaborato in sua vece la convinzione politica dell’elettore. I risultati delle elezioni, dunque, non sono altro che “la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene” alle minoranze politicizzate e in modo particolare alla classe dirigente che concentrando nelle proprie mani “forze materiali sterminate» prevale «nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro” (ibidem). Dunque, per quanto importante sia la rivendicazione del suffragio universale, essa non potrà che sanzionare i reali rapporti di forza fra le classi nella società civile, che saranno generalmente favorevoli alla classe dominante che dispone degli apparati egemonici per la formazione del consenso.

Gramsci tende, inoltre, a distinguere una “grande politica” volta alla fondazione o alla salvaguardia di compagini statuali e modi di produzione da una piccola politica: quella “del giorno per giorno, politica parlamentare, di corridoio, d’intrigo” (13, 5: 1563), che ha luogo in “una struttura già stabilita per le lotte di preminenza tra le diverse frazioni di una stessa classe politica” (ivi: 1564) [2]. Lo stesso “parlamentarismo nero”, che si afferma di contro al regime parlamentare dei partiti, non costituisce per Gramsci un ritorno al vecchio assolutismo, ma è funzionale a “necessità storiche attuali, è «un progresso», nel suo genere” (14, 74: 1743). Per cui una lotta che avesse quale obiettivo “il ritorno al «parlamentarismo» tradizionale sarebbe un regresso antistorico, poiché anche dove questo «funziona» pubblicamente, il parlamentarismo effettivo è quello «nero»” (ibidem) [3]. Se il terreno parlamentare è il luogo dell’equilibrio “più economico” fra gruppi sociali in lotta, la soppressione di tale terreno di conflitto legale “è sintomo (o previsione) di intensificarsi delle lotte e non viceversa” (14, 76: 1744), come si potrebbe erroneamente supporre. Dal momento che l’egemonia non appare più sufficiente occorre negare all’avversario di classe la rappresentanza parlamentare che costituisce una “fonte di organizzazione e di risveglio di forze sociali latenti e sonnecchianti” (ibidem). Dunque, poiché non è possibile pensare di poter liquidare una perturbazione abolendo il barometro, anche in paesi in transizione al socialismo la soppressione del luogo di composizione legale del conflitto sociale è segno di debolezza da parte del gruppo dirigente. “I raffronti con altri paesi, a questo riguardo, sono interessanti: per esempio, la liquidazione di Leone Davidovi non è un episodio della liquidazione «anche» del parlamento «nero» che sussisteva dopo l’abolizione del parlamento «legale»?” (ibidem).

D’altra parte, Gramsci contesta ogni considerazione astratta sulle presunte doti salvifiche del suffragio universale. Ogni importante svolta storica può essere solo sanzionata dal passaggio elettorale, essendo il risultato di una lotta condotta dalla “classe fondamentale” sul piano politico-economico. Allo stesso modo il plebiscito sancisce il ristrutturarsi della classe fondamentale “nel campo politico-militare intorno a una personalità «cesarista»” o è prodotto di “una situazione di emergenza nazionale” (13, 37: 1648). Dunque, per quanto importante sia la rivendicazione del suffragio universale, essa non potrà che sanzionare i reali rapporti di forza fra le classi nella società civile, che sarà generalmente favorevole alla classe dominante che dispone degli apparati statuali.

Durante la Rivoluzione francese, dal momento che il “blocco urbano parigino” guidava “in modo quasi assoluto la provincia”, si era formato “il mito del suffragio universale che dovrebbe sempre dar ragione alla democrazia radicale parigina. Perciò Parigi vuole il suffragio universale nel 1848, ma esso esprime un parlamento reazionario-clericale che permette a Napoleone III la sua carriera” (13, 37, 1648). Per cui Gramsci considera “un gran passo in avanti” il fatto che nel 1871 i parigini si ribellarono con la Comune di Parigi “all’Assemblea Nazionale di Versailles, formata dal suffragio universale” comprendendo “che tra «progresso» e suffragio può esserci conflitto” (ibidem).

 

Note:

[1] Gramsci, A., Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1977, p. 2011. D’ora in poi citeremo quest’opera fra parentesi tonde direttamente nel testo, indicando il quaderno, il paragrafo e il numero di pagina di questa edizione.

[2] Proseguendo il ragionamento Gramsci osserva: “È pertanto grande politica il tentare di escludere la grande politica dall’ambito interno della vita statale e di ridurre tutto a piccola politica (Giolitti, abbassando il livello delle lotte interne faceva della grande politica; ma i suoi succubi, erano oggetto di grande politica, ma facevano essi della piccola politica)” (13, 5: 1564).

[3] Gramsci aggiunge: “teoricamente mi pare si possa spiegare il fenomeno nel concetto di «egemonia», con un ritorno al «corporativismo», ma non nel «senso antico regime», nel senso moderno della parola, quando la «corporazione» non può avere limiti chiusi ed esclusivisti, come era nel passato; oggi è corporativismo di «funzione sociale», senza restrizione ereditaria o d’altro” (14, 74: 1743).

09/04/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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