Economia geopolitica. La disciplina del multipolarismo – Parte III

Gli Usa sono stati la prima potenza economica mondiale, ma non una potenza egemonica in quanto nel corso della sua supremazia lo sviluppo è stato trainato dalle economie regolate.


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Segue dalla seconda parte.

Egemonia Usa?

L’UCD [acronimo per Uneven and Combined Development, sviluppo irregolare e regolato, n.d.t.] rimette in discussione molte leggende sull'ordine mondiale capitalista generato dopo la fine dell'età dell'oro con la riapparizione delle politiche e delle idee neoliberali del libero mercato. La principale tra queste narrazioni è che gli Stati Uniti siano subentrati al Regno Unito come “potenza egemonica” economica mondiale. Lo sviluppo irregolare può aver consentito al Regno Unito di dominare l'economia mondiale per un certo tempo [18], tuttavia non solo l'industrializzazione concorrente di Stati Uniti, Germania e Giappone ha messo fine al suo dominio negli anni '70 del XIX secolo, ma la pluralità di questi contendenti ha reso il mondo multipolare: l'inevitabile dominio del Regno Unito era diventato irripetibile. Gli strenui tentativi degli Stati Uniti di emulare tale, sia pur ridimensionato, dominio, a cui gli studiosi di egemonia [19] hanno dato la dignità di una teoria, spinti fino a rendere il dollaro la valuta degli scambi internazionali, data l'impossibilità di acquisire un impero formale, sono inesorabilmente falliti, lasciando solo uno strascico di distruzione.

Il mondo entrato nella trentennale crisi dal 1914 al 1945 [20] è potuto diventare multipolare, ma è rimasto imperiale. La crisi dell'UCD ha cambiato la struttura e la dinamica delle economie nazionali e mondiali e la realtà internazionale emersa da quel crogiolo appare composta non da imperi ma da economie nazionali. L’ago della bilancia della storia ha puntato in maniera più sostenuta verso lo sviluppo regolato e non verso il mantenimento del disordine, dal quale, come non mai, dipendevano le speranze degli Stati Uniti.

A livello internazionale, proprio quando i paesi capitalisti erano impantanati nella Grande Depressione, l'URSS si è industrializzata e ha assicurato la vittoria degli alleati. Il comunismo nell'Europa orientale e in Cina ha posto ancora più territori e popolazioni al di fuori della sfera del capitalismo e il blocco comunista allargato ha sostenuto la decolonizzazione e ampliato le possibilità di sviluppo regolato. Sebbene sia stato per le economie arretrate molto più difficile di quanto fosse stato per altri paesi fuoriuscire dal colonialismo, lo sviluppo regolato del mondo in via di sviluppo fu significativo e ha costituito la base della crescita impetuosa degli anni '80, '90 e 2000 [21]. Inoltre la minaccia del comunismo ha costretto gli Stati Uniti a consentire lo sviluppo regolato nell'Europa occidentale e in Giappone e, nei decenni a successivi, nei Paesi di recente industrializzazione (NIC) come la Corea del Sud e Taiwan, che erano in prima linea contro il comunismo.

Sul piano nazionale, le economie si sono orientate verso il mercato interno e governate dagli stati come mai prima di allora. La nuova centralità della domanda interna della classe lavoratrice è stata cruciale, rompendo un importante anello del dominio e della subordinazione, a livello sia internazionale che nazionale, e ponendo le basi dell'età dell'oro. La ricerca della crescita, essenziale per mantenere il peso relativo dell'economia nazionale quale questione di prestigio internazionale (senza tralasciare il potere di voto nelle istituzioni internazionali chiave come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale) o per mantenere ed estendere le chance delle le classi capitalistiche nazionali, richiedeva soprattutto l'espansione della domanda interna. La pianificazione del recupero dei ritardi e dello sviluppo, insieme alla conduzione macroeconomica volta a mantenere l'occupazione e i livelli di domanda o espandere lo stato sociale e i servizi pubblici, sono state accompagnate da una gelosa protezione dei produttori e dei mercati nazionali. Gli sforzi degli Stati Uniti per mantenere 'l'apertura' delle altre economie alle sue esportazioni, si sono impantanati in negoziati commerciali faticosi, mentre i tentativi di dare un esempio di apertura si risolvevano unicamente nell’esporre la sua economia alla crescente penetrazione delle importazioni e alla perdita di competitività. Dopo il crollo avvenuto nell’intervallo fra le due guerre mondiali, il commercio internazionale ha registrato una ripresa, ma è cresciuto meno del PIL, rivelando la centralità della domanda interna.

I paesi in via di sviluppo di nuova indipendenza sono cresciuti in modo abbastanza vigoroso e sono diventati più determinati sulla scena internazionale con richieste di un nuovo ordine economico internazionale (NIEO) volto a facilitare lo sviluppo regolato. Questa crescita ha iniziato a ridurre il divario di reddito pro capite tra il mondo in via di sviluppo e quello sviluppato. Probabilmente, per ironia della sorte, questa riduzione del divario è stata frenata proprio perché l'espansione della domanda della classe operaia ha alimentato una crescita talmente alta nei paesi sviluppati, tanto che l'Europa occidentale e il Giappone hanno esibito la quota maggiore della crescita dell'epoca. Lo sviluppo regolato ha reso possibile l'età d'oro della crescita proprio per aver modificato il capitalismo al fine di renderlo utile a settori più ampi della società.

Questa realtà fatta di economie nazionali ha fatto naufragare le speranze americane basate sul dollaro. Sebbene gli Stati Uniti siano rimasti la principale potenza economica, nonostante la crescita dell'età dell'oro abbia dimezzato il loro peso relativo sull’economia mondiale, non sono stati che una delle economie nazionali. Il successo della sterlina come moneta mondiale era stato un prodotto dell’impero: le colonie britanniche fornivano i surplus finanziari che la Gran Bretagna esportava per assicurare la liquidità mondiale. Senza colonie, gli Stati Uniti non hanno potuto esportare capitali nella misura necessaria, mentre erano necessari investimenti per prevenire una diminuzione più rapida delle dimensioni relative e la forza della classe lavoratrice organizzata faceva divenire politicamente importanti i livelli occupazionali.

Keynes, nella conferenza di Bretton Woods, aveva previsto questa nuova situazione e proposto misure monetarie internazionali volte a consentire alle economie nazionali di perseguire mutualmente la prosperità: il Bancor, una moneta mondiale per saldare legalmente i disavanzi commerciali, creata in maniera multilaterale, un'unione per la compensazione internazionale concepita per minimizzare tali squilibri, penalizzando il surplus commerciali e finanziari al pari dei deficit, nonché i controlli sui capitali in grado di impedirne i flussi speculativi a livello internazionale. La potenza degli Stati Uniti ha potuto sconfiggere queste proposte ma non garantire il successo del dollaro. Ciò che appare come un continuo dominio postbellico del dollaro è stato, in effetti, una serie di ripetuti tentativi e fallimenti.

Incapaci di esportare capitali nella misura necessaria – il Piano Marshall verso l’Europa occidentale era troppo piccolo e negli anni '50 ci fu scarsità di dollari – gli Stati Uniti risposero al bisogno di liquidità internazionale con i disavanzi delle partite correnti. Questo espediente fu, tuttavia, soggetto al dilemma di Triffin: i deficit producono una spinta al ribasso del dollaro, riducendo la sua accettabilità come moneta mondiale. Con la convertibilità di altre valute nel 1958, la penuria di dollari si è trasformata in un eccesso di dollari. L'oro è uscito dagli Stati Uniti: né la provvista d'oro del 1961 né la serie di altri espedienti potevano essere d'aiuto e nel 1971, venne spezzato il legame del dollaro con l'oro.

Continua sul prossimo numero

Traduzione a cura di Ascanio Bernardeschi


Note:

[18] Anche se è dubbio che questa posizione dominante possa essere definita un'egemonia: si veda James Parisot, Expanding Geopolitical Economy: A Critique of the Theory of Successive Hegemonies in Radhika Desai (a cura di), Theoretical Engagements in Geopolitical Economy, London, Emerald, 2015.

[19] Il fondatore principale fu Charles Kindleberger. Si veda il cap. 5 di Geopolitical Economy (cit.).

[20] Il concetto è di Arno Mayer. Si veda il suo The Persistence of the Old Regime, New York, Pantheon, 1981.

[21] Per il caso dell'India lo sostengo in Dreaming in Technicolour: India as a BRIC economy, pubblicato nell’ International Journal (Autumn 2007), pp. 779-803 e, per il caso della Cina lo sostiene Martin Hart Landesberg in Martin Hart Landesberg e Paul Burkett, China and Socialism: Market Reforms and Class Struggle, New York, 2005, Monthly Review Press.

09/06/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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