Lotta di classe e questione nazionale

Qual è il modo maggiormente efficace per opporsi da sinistra al MES e, più in generale, alle politiche economiche dell’Unione Europea?


Lotta di classe e questione nazionale Credits: https://www.lecodelsud.it/il-nuovo-meccanismo-europeo-di-stabilita-finanziaria-mes

Il Meccanismo europeo di stabilità (MES), detto anche Fondo salva-Stati, come qualsiasi altra misura promossa dall’Unione Europea può essere – come un po’ tutto, del resto – criticata in modo sostanzialmente diverso da “destra” o da “sinistra”. Ci avvaliamo di questi termini, resi spesso indistinguibili dal cattivo uso ideologico o giornalistico, nel senso scientifico, ovvero considereremo di sinistra ciò che giova alla lotta di classe del proletariato contro il blocco sociale dominante e di destra ciò che è funzionale al dominio della grande borghesia sui ceti sociali subalterni. Dunque, è di sinistra tutto ciò che è progressista e/o rivoluzionario, ossia che favorisce il superamento del modo di produzione capitalista in senso socialista, mentre è di destra tutto ciò che è conservatore e/o reazionario ossia che, pur di salvaguardare gli attuali assetti di proprietà, è disponibile a provocare una crisi complessiva della civiltà umana, o che si batte per la dis-emancipazione del genere umano, sostenendo la necessità di ripristinare regimi autoritari e/o rigidamente gerarchici. Nei termini più generali e astratti, possiamo dire che la critica al MES e, più in generale, all’Unione europea è condotta da destra quando si sviluppa in senso nazionalistico e/o sciovinista, mentre è di sinistra se condotta in senso classista e, quindi, tendenzialmente internazionalista.

A questo proposito è necessario precisare la differenza sostanziale fra il concetto di popolo-nazione, affermatosi con la Rivoluzione francese, per cui tutti i sinceri rivoluzionari, a partire dalle classi popolari, si univano in difesa della patria della rivoluzione contro l’aggressione esterna delle potenze dell’ancien régime e contro le forze della reazione interna, ovvero contro le ex classi dirigenti/dominanti. Successivamente il concetto conoscerà un ulteriore sviluppo in senso progressista e rivoluzionario nella guerra scatenata dai popoli-nazione contro l’anacronistico impero napoleonico. Da questo punto di vista il concetto conoscerà grande e meritata fortuna nell’epoca delle lotte dei popoli-nazione oppressi contro il colonialismo e l’imperialismo. In tale contesto si afferma il diritto, democratico prima e socialista poi, dei popoli all’autodeterminazione nazionale. Infine il concetto progressista/rivoluzionario di difesa della patria rivoluzionaria o antimperialista, contro l’aggressione delle potenze imperialiste e la lotta di liberazione nazionale, mediante guerre di popolo e di classe contro le occupazioni nazi-fasciste e imperialiste, ci permette di concludere questa breve carrellata della funzione di sinistra che ha storicamente svolto il concetto, tendenzialmente universalista, di popolo-nazione. Tanto è vero che, già nella lotta per l’indipendenza contro la Restaurazione, gli esponenti dei movimenti di lotta rivoluzionari dei diversi popoli nazione non solo erano solidali gli uni con gli altri, ma nel momento in cui non era possibile combattere per l’autodeterminazione nel proprio Paese i democratici radicali di tutto il mondo erano pronti a combattere e morire per l’indipendenza degli altri paesi. In tutti questi casi l’afflato universalista rende questi movimenti di lotta tendenzialmente internazionalisti, antirazzisti e anti-sciovinisti.

Al contrario, dal momento in cui l’alta borghesia liberale ha conquistato il potere, rompendo con i democratici e accordandosi con i settori meno arretrati dell’aristocrazia terriera, il concetto progressista di popolo-nazione è stato ben presto sostituito da quello conservatore, se non reazionario, di nazionalismo particolarista e tendenzialmente sciovinista, razzista, colonialista e imperialista. Il nazionalismo rompe infatti i precedenti legami stretti fra la lotta per l’indipendenza nazionale, la rivoluzione, l’universalismo e l’internazionalismo e si lega a quello di politica e guerra di aggressione verso le nazioni considerate inferiori. Non a caso il nazionalismo tenderà a divenire la parola d’ordine dei settori più aggressivi delle classi dominanti, connettendosi tendenzialmente a posizioni anti-universaliste, anti-democratiche e anti-socialiste, guerrafondaie, colonialiste e/o imperialiste e, non di rado, xenofobe e razziste.

Non a caso la lotta rivoluzionaria o comunque progressista per l’indipendenza nazionale è una lotta essenzialmente condotta con successo dai popoli, mentre tende a divenire fallimentare nel momento in cui è egemonizzata dalle forze della borghesia che la conducono in senso programmaticamente interclassista, mirando a separare la questione nazionale dalle rivendicazioni popolari sociali ed economiche. Perciò queste forze nazionali borghesi tendono a essere antisocialiste e a non riuscire a mobilitare le masse popolari, finendo così per essere sconfitte o comunque egemonizzate e/o strumentalizzate dai moderati (generalmente liberal-conservatori).

Evidentemente nella storia reale, dove non si manifestano mai in forma pura le forme ideologiche le questioni divengono più complesse e complicate, per cui ci sono state le più diverse commistioni fra la posizione nazionalista conservatrice e quella progressista e/o rivoluzionaria, condotta in nome del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Perciò diviene decisivo comprendere, nei diversi casi presi in esame, quali forze hanno la meglio nel necessario conflitto per l’egemonia. Se nel caso del nazismo, dei fascismi, dell’imperialismo, del colonialismo, dello sciovinismo, delle guerre imperialiste e del neocolonialismo hanno evidentemente l’egemonia le forze di destra, nel patriottismo antifascista, antimperialista, anticolonialista sono, al contrario, tendenzialmente egemoni le forze progressiste.

Tornando, dopo questo lungo ma necessario excursus, indispensabile a chiare le idee sulle categorie di fondo, alla questione dell’opposizione al MES in particolare e alle politiche economiche dell’unità europea in generale, possiamo concludere che, in linea di massima, saranno da considerare di sinistra quelle forze che vi si opporranno dal punto di vista classista del conflitto sociale e tendenzialmente di destra quelle che considereranno, al contrario, discriminanti le contraddizioni fra Stati-nazione in una prospettiva essenzialmente interclassista.

Dunque attaccare il MES e, più in generale, le politiche economiche dell’Ue in quanto antipopolari e funzionali a rafforzare il dominio del blocco sociale egemonizzato dall’alta borghesia sulle classi lavoratrici subalterne è certamente una critica di sinistra, mentre porre l’accento sui vantaggi che tali politiche hanno per gli Stati del nord nei riguardi degli Stati del sud è indubbiamente una critica, tendenzialmente, di destra. E ciò in quanto mentre nella concezione di sinistra i naturali alleati dei subalterni italiani sarebbero i subalterni degli altri paesi – nella prospettiva internazionalista di “proletari di tutto il mondo uniamoci” –, nella concezione di destra i principali compagni di lotta dei subalterni del sud sarebbero le classi dominanti dei loro paesi, mentre i proletari del nord sarebbero, almeno potenzialmente, avversari. In quest’ultimo caso andrebbe necessariamente perso l’internazionalismo che costituisce il principale punto di forza delle classi oppresse di tutto il mondo per sconfiggere l’oppressore, in primo luogo imperialista.

D’altra parte se le distinzioni sono chiare e lineari essenzialmente dal punto di vista teorico, tutto diventa più complesso dal punto di vista storico. Anche perché se dal punto di vista teorico le classi dominanti tendono a fare blocco per meglio mantenere il proprio dominio sui subalterni, nella realtà tendono spesso a emergere contraddizioni inter-imperialiste e, più in generale, fra le classi dominanti delle singole nazioni. Tali contraddizioni, per quanto secondarie rispetto alla contraddizione di fondo, non possono essere in nessun modo trascurate, come tende a fare l’opportunismo di sinistra, da chi si batte per l’emancipazione dei lavoratori salariati. Anche perché avendo quasi sempre l’imperialismo il potere, senza contraddizioni inter-imperialiste, in uno scontro in campo aperto fra i due schieramenti la sconfitta sarebbe certa per le forze anti-imperialiste. Del resto è proprio questa la differenza essenziale fra socialismo scientifico e socialismo utopista: mentre il primo coglie la possibilità di trasformare in modo rivoluzionario l’esistente a partire dalle contraddizioni reali del blocco storico dominante, gli utopisti mirano piuttosto a cercare di costruire la società tendenzialmente perfetta pretendendo di ignorare l’avversario di classe.

Ora, è evidente che in una unione fra paesi realmente socialisti è la solidarietà internazionale che dovrebbe avere la precedenza, per cui i paesi più ricchi e avanzati dovrebbero tendenzialmente sostenere lo sviluppo in senso socialista dei paesi più arretrati. In una unione fra paesi capitalisti e imperialisti, come è senz’altro l’Unione europea, tende a prevalere, nel rapporto fra Stati, la concorrenza che, tendenzialmente, consente al più forte e sviluppato di avere la meglio sul più debole e arretrato. Da questo punto di vista se è indubbio che in tutti i paesi dell’Unione Europea le politiche economiche comuni tendano a favorire le classi dominanti dei singoli paesi a discapito delle classi dominate di ogni nazione, allo stesso modo il liberismo economico tende a favorire i paesi a capitalismo maggiormente avanzato, rispetto a quelli più arretrati.

Per cui il MES se da una parte, e questo è il suo scopo principale, servirà ad accentuare il divario fra le classi dominanti e le subalterne, favorendo le privatizzazioni, i tagli al sedicente stato sociale e le politiche di compressione salariale nelle sue diverse forme, dall’altra tenderà a favorire ulteriormente i paesi più ricchi a discapito di quelli più arretrati. Dunque, ad esempio, i proletari italiani, greci e portoghesi ne saranno svantaggiati in duplice senso, in primo luogo in quanto subalterni, in secondo luogo perché impiegati in paesi capitalisti più deboli, mentre i capitalisti tedeschi ne saranno, al contrario, doppiamente avvantaggiati. Infine la classe dominante italiana e i subalterni tedeschi ci perderanno da un punto di vista, mentre ci guadagneranno dall’altro.

Ora, il punto decisivo è proprio questo: dal MES chi ci guadagnerà di più e chi ci perderà di più fra i capitalisti italiani e gli operai tedeschi? Evidentemente saranno decisamente i primi a guadagnarci di più, nel complesso, dal MES in particolare e dalle politiche economiche dell’Unione Europea in generale, mentre a perderci in entrambi i casi sono stati e saranno i proletari tedeschi. Il MES e, più in generale, le politiche economiche dell’UE sono sempre volte a rafforzare i rapporti di produzione e di proprietà favorevoli al capitale e sfavorevoli al proletariato. In effetti sebbene la politica dell’Unione Europea sia stata certamente più favorevole alla Germania che all’Italia, la posizione dominante della borghesia italiana si è rafforzata, mentre la capacità di far valere i propri interessi delle classi subalterne tedesche si è, nel complesso, indubbiamente indebolita.

Non a caso i politici al governo di tutti i paesi, generalmente espressione del blocco sociale dominante costruito intorno alla grande borghesia, tendono ad andare tendenzialmente d’accordo, tanto da prendere quasi sempre all’unanimità le decisioni sulle grandi e dirimenti questioni di politica economica, mentre i partiti che realmente provano a rappresentare gli interessi dei proletari di tutti i paesi tendono a prendere quasi sempre all’unisono posizioni contrarie. Non a caso anche nel Parlamento europeo gli schieramenti e le alleanze non sono praticamente mai dettate dall’appartenenza allo stesso Stato nazione, ma piuttosto dipendono degli interessi dei gruppi sociali che i parlamentari intenderebbero rappresentare e che, come dimostra quasi sempre il voto del Parlamento europeo, hanno posizioni contrapposte. Mentre non capita praticamente mai che i rappresentanti dei diversi Stati si contrappongano sulla base della loro appartenenza nazionale.

17/02/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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