La top-ten dei problemi da risolvere

Top ten delle problematiche prioritarie che l’anno passato ci lascia in eredità per risolvere le quali dovrebbe organizzarsi e battersi chi intende contribuire all’emancipazione del genere umano (parte prima).


La top-ten dei problemi da risolvere Credits: https://www.alberodellavita.org/progetto/india-sartoria-tutta-al-femminile-lo-sfruttamento/

1. La proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e la proprietà monopolistica dei mezzi di riproduzione della forza-lavoro

La società oggi dominante a livello internazionale, la società borghese che si fonda sul modo di produzione capitalistico, non appare più la maggiormente adatta a risolvere i problemi dell’umanità. Essa si fonda, infatti, su di un paradosso – come notava il suo primo grande interprete e apologeta Adam Smith – ossia che lo sviluppo economico che essa è in grado di garantire è direttamente proporzionale alla massa di poveri che produce. Tanto che tale modo di produzione riesce ad affermarsi solo in una peculiare situazione storica in cui i grandi mezzi di produzione e di riproduzione della forza-lavoro sono proprietà di un numero progressivamente decrescente di individui, mentre la grande maggioranza della popolazione non disponendo dei mezzi di produzione e dei mezzi necessari a riprodursi è costretta a cercare di vendere l’unico mezzo di sopravvivenza che le rimane, ossia la propria capacità di lavoro e quella dei propri figli.

Evidentemente tale situazione è del tutto innaturale, visto che in natura non esiste la proprietà privata, ed è contraria a qualsiasi principio di giustizia ed equità. Tale innaturale, ingiusta, iniqua e alle lunghe anche antieconomica polarizzazione sempre più estrema delle ricchezze è frutto essenzialmente di violenza, inganno, sfruttamento e dominio dell’uomo sull’uomo e, ancora più, sulle donne e i bambini. Tanto che nel modo di produzione capitalistico non è chi si ammazza di lavoro a divenire ricco e chi non fa nulla a essere povero, ma esattamente il contrario, ovvero chi lavora è generalmente chi è stato costretto a vendere la propria forza-lavoro e, dunque, tutto ciò che produce non sarà suo, ma di chi la ha acquistata e si sente, quindi, in diritto di sfruttarla al massimo. Perciò i ricchi capitalisti, che si limitano appunto a far sfruttare al massimo per proprio conto la capacità di lavoro altrui, tendono ad arricchirsi sempre di più, mentre al contrario chi è ridotto a vendere la propria forza-lavoro tende a divenire in proporzione sempre più povero, visto che più lavora più accresce il capitale, ovvero la concentrazione tendenzialmente monopolistica di strumenti di produzione e riproduzione della forza-lavoro, su cui si basa il proprio sfruttamento.

Del resto la necessaria concorrenza fra capitalisti porterà i pesci più grandi e più spietati, nello sfruttamento della forza-lavoro, a prevalere sui più piccoli e meno spietati, favorendo la crescente polarizzazione della ricchezza. D’altra parte l’altrettanto necessaria concorrenza fra proletari, ossia fra chi è costretto a vendere la propria forza-lavoro, tende ad aumentare per l’aumento del numero dei concorrenti, per la tendenziale proletarizzazione delle classi intermedie e per la progressiva sostituzione, a causa della concorrenza, del lavoro morto delle macchine al lavoro vivo dei proletari. In tal modo, il prezzo della forza-lavoro tenderà a scendere sempre di più accrescendo lo sfruttamento. Tuttavia, proprio perché lo sfruttamento è possibile solo nei riguardi del lavoro vivo del salariato e non del lavoro morto della macchina, più aumenta la percentuale del prodotto opera di quest’ultima, più diminuisce la percentuale di profitto. D’altra parte, essendo solo quest’ultima il movente che spinge i capitalisti a impiegare i loro capitali in attività produttive, necessariamente aumenterà la quota di ricchezza sociale monopolizzata dai capitalisti impiegata in attività improduttive. Ciò non può che produrre, alle lunghe, una crescente crisi. Infine, divenendo sempre più rischioso investire in attività produttive, sempre più capitalisti investiranno i loro capitali in rapine legalizzate, ossia nelle scommesse in borsa dove i più ricchi, avendo dai propri impiegati maggiori informazioni, finiscono per intascare i risparmi dei piccoli investitori. Quando però, come è normale, c’è carenza di polli da spennare, definiti in termini tecnici “parco buoi”, ossia la massa dei piccoli investitori destinati al macello a favore dei grandi, sempre più ricchezza sociale divenuta proprietà monopolistica è impiegata in forme di appropriazione violenta delle ricchezze altrui. Perciò con questo sistema non possono che accrescersi le spese militari e di conseguenza violenze e guerre.

2. Ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, a partire da quello legalizzato, ovvero lo sfruttamento del lavoro salariato

Come abbiamo visto, nel modo di produzione oggi dominante a livello internazionale, la ricchezza e il potere, le due divinità in esso dominanti, dipendono proprio dalla possibilità e capacità di sfruttare al massimo la forza-lavoro altrui. In tale sistema le leggi e gli apparati repressivi dello Stato sono funzionali principalmente alla salvaguardia di questa situazione, per cui una minoranza si è appropriata della grande maggioranza della ricchezza prodotta da un lavoro sempre più socializzato a livello internazionale, mentre chi produce tale ricchezza ne è, almeno relativamente, sempre più espropriato. Ciò costringe la maggior parte degli uomini, non disponendo dei mezzi di produzione e riproduzione della propria forza-lavoro, a vendere quest’ultima al prezzo generalmente più basso, per battere la crescente concorrenza di sottoccupati e disoccupati.

Inoltre costringe chi non vuole essere sfruttato a divenire sfruttatore, o comunque a mettersi al servizio degli sfruttatori. In tal modo il rapporto fra servo e padrone tende a perpetuarsi, sebbene in forme nuove, anche nel mondo moderno, il che impedisce lo sviluppo di un rapporto paritario, di amore e cooperazione fra gli uomini. Ciò non può che produrre, alle lunghe – se non si passa al modo di produzione socialista, in cui ogni forma di sfruttamento è vietata e combattuta – una progressiva crisi della stessa civiltà umana.

3. La tendenza nel modo di produzione dominante di intensificare i ritmi e l’orario di lavoro degli occupati, facendo crescere il numero dei sottoccupati e dei disoccupati

Alla ingiustizia e irrazionalità, per cui chi non lavora e sfrutta gli altri si arricchisce a spese di chi deve lavorare anche per gli sfruttatori e la massa crescente dei loro lacchè, si aggiunge l’ingiustizia e l’irrazionalità dovute al fatto che – dal momento che l’unico movente che spinge a rischiare i proprio capitali in attività produttive è il profitto che se ne ricava e questo dipende dallo sfruttamento – chi vuole vivere da sfruttatore, per non essere sfruttato, tenderà a sfruttare di più un numero decrescente di persone per aumentare la concorrenza fra sfruttati, che garantisce una massimizzazione dello sfruttamento e con esso del profitto.

È evidente che tale problema in linea teorica è di facilissima soluzione, basterebbe dividere il lavoro fra tutti per far sì che non esistano più né persone che lavorano troppo, rovinandosi la salute fisica e spirituale, né persone che sono costrette a lavorare troppo poco per soddisfare i propri bisogni anche primari, o che addirittura sono costrette alla disoccupazione. Già fra la fine del sedicesimo e l’inizio del diciassettesimo secolo un grande intellettuale, Tommaso Campanella, aveva calcolato che nella città di Napoli, allora la più grande d’Italia e fra le più grandi del mondo, se il lavoro fosse stato diviso fra tutti sarebbero bastate 4 ore per produrre una ricchezza maggiore di quella allora prodotta. Pensiamo oggi, con l’enorme sviluppo tecnologico e del numero degli abitanti, con l’eccezionale sviluppo della divisione e socializzazione del lavoro addirittura su scala internazionale, si potrebbe lavorare molto meno e produrre molto di più. In tal modo, tutti avrebbero finalmente il tempo libero necessario per curare e sviluppare nel modo migliore il proprio corpo e il proprio spirito e le relazioni di amore e cooperazione con gli altri. Evidentemente tutto ciò è facile a dirsi, ma difficile a farsi, perché implica il superamento della società capitalista in senso socialista.

4. La discriminazione della donna, a cominciare da quella legalizzata: la schiavitù domestica

Il fatto che, con il modo di produzione oggi egemone, resti dominante il rapporto diseguale fra gli uomini, fra padroni e asserviti impedisce anche il superamento delle discriminazioni fra uomini e donne. Infatti, dove la violenza tende a prevalere sulla ragione e dove vi è, come abbiamo visto, una grande polarizzazione sociale – con pochi che vivono nel lusso più sfrenato sfruttando al massimo gli altri – è essenziale per i dominatori tenere il più possibile divisi e in rapporti fra loro gerarchici i subalterni. In tal modo si ridurrà il numero di chi, non godendo di ingiusti e irrazionali privilegi, non è interessato a difendere questo modo di produzione, ma ha tutto l’interesse a trasformarlo radicalmente in senso progressivo.

Inoltre liberate dalla schiavitù domestica le donne avrebbero più tempo per curare il loro spirito e darebbero un contributo certamente molto maggiore allo sviluppo dell’intera società. Come osservava già Platone, non vi è nulla di più irrazionale che penalizzare la metà del genere umano, dimezzando così le possibilità del suo sviluppo e della sua emancipazione.

5. Il razzismo e ogni forma di guerra fra poveri, funzionale a lasciare immutati i privilegi dei ricchi

Dal momento che la scienza ha da tempo dimostrato, definitivamente, che non esistono razze umane, è evidente che il razzismo dipende dall’ignoranza e dalla cattiva fede e la prima a sua volta dipende essenzialmente dalla seconda. In effetti è lo sfruttamento e la generalizzazione del rapporto diseguale fra padroni e subalterni a condannare la maggioranza della popolazione umana all’ignoranza. La conoscenza della realtà renderebbe intollerabili i privilegi dei pochi sfruttatori, dovuti dallo sfruttamento della grande maggioranza del genere umano. Inoltre, come abbiamo visto, proprio l’irrazionalità e ingiustizia dei privilegi costringe, chi li vuole mantenere, a operare con la classica forma di dominio, ossia il divide et impera. In tal modo il proletariato “nazionale” viene ridotto a plebe, in quanto viene meno la condizione per cui non ha più null’altro da perdere che le proprie catene e si batte contro il modo di produzione capitalistico. Infatti il razzismo gli consente di sviluppare un rapporto di dominio nei confronti dei lavoratori, o aspiranti tali, stranieri.

Continua sul prossimo numero

13/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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