Marciscano i pomodori, fioriscano le lotte

I braccianti non si arrendono e dalle loro lotte può nascere una nuova era.


Marciscano i pomodori, fioriscano le lotte

La complessa storia del bracciantato, che vede uno sviluppo non omogeneo sul territorio nazionale, inizia nei primi del ‘900 quando, con la trasformazione (o sottomissione) dell’agricoltura in “industria agro-alimentare” quale risultato necessario e dialettico del processo di sviluppo delle forze produttive, della concentrazione di capitale e della sua crisi, venne “liberata” una grande massa di forza lavoro contadina e trasformata in proletariato agricolo per lo più precario e stagionale. Il vecchio mondo feudale, con i suoi mezzadri e la sua strutturazione sociale di tipo patriarcale, si avviava a cedere definitivamente il passo al mondo moderno, in cui l’industria sarebbe stata dominante.

Questo processo non è stato lineare ma, al contrario, estremamente contraddittorio nonché sottoposto alle fluttuazioni delle crisi capitalistiche e delle gestioni delle stesse sul piano politico. Lo scrittore Valerio Evangelisti [1] ha dedicato pagine memorabili alla descrizione di tale fenomeno con riferimento all’Emilia Romagna, cogliendone le più profonde sfumature del suo dipanarsi sul piano storico. L’agricoltura nel corso dei decenni ha dovuto necessariamente adattarsi all’industria, sviluppando la produttività e legandosi necessariamente ai tempi e ai ritmi di quest’ultima, finendo per esservi assorbita.

L’intero ciclo agro-industriale è divenuto un tutt’uno in cui diversi processi di trasformazione si legano e si negano l’un l’altro, differenti categorie di lavoratori vengono impiegati in mansioni diverse e con garanzie lavorative diverse le quali, però, vanno omogeneizzandosi al ribasso grazie allo sviluppo delle macchine che diviene tanto più accelerato quanto più la crisi da sovrapproduzione incede.

Prendiamo tre macro-settori quali quelli della raccolta della materia prima, del trasporto e quello della lavorazione e della vendita: sono tutti diversi eppure, insieme, costituiscono l’intero ciclo produttivo agroalimentare. In ognuno di essi la crisi capitalistica si abbatte come una mannaia e con pressioni differenti a seconda del settore e della categoria ma, tendenzialmente, colpisce tutti i lavoratori della filiera. E ciò non dipende dalla grandezza dell’industria, anzi, generalmente le aziende più piccole sono più feroci nei confronti dei lavoratori proprio perché costrette a battersi su prezzi estremamente concorrenziali.

Se i lavoratori specializzati dell’industria, seppur precarizzati e ricattati con la spada di Damocle del licenziamento, godono ancora di una parvenza di diritti e di contratti generalmente più lunghi degli stagionali, non se la passano meglio quelli della logistica e della grande distribuzione per i quali i ritmi di lavoro sono divenuti ormai infernali: tanto più la meccanizzazione e l’automazione si introduce all’interno di un settore produttivo quanto più, nel capitalismo, avviene il processo, del tutto irrazionale, che impone un aumento dei ritmi di lavoro e una drastica riduzione di garanzie.

Vi è, però, l’ultimo anello della catena, ossia il proverbiale anello debole, quello dei braccianti. Su costoro si abbatte il colpo decisivo, il massimo dello sfruttamento. Talvolta, nelle condizioni date dallo sviluppo delle forze produttive, il costo di tale manodopera è talmente basso, a causa dell’eccedenza data dalla disoccupazione, che al capitalista non conviene neanche introdurre le macchine ma semplicemente impiegare più manodopera, innescando, per altro, un generale processo di arretramento nello sviluppo tecnologico.

Si tratta di persone che vengono trattate come animali. Il salario che percepiscono, se di salario si può parlare, non basta a ripagare nemmeno il sudore che gronda dai loro corpi straziati da interminabili ore di lavoro in ogni condizione climatica. Le condizioni di lavoro nei campi agricoli sono disumane: ormai si azzardano parallelismi nient’affatto improbabili coi lavori forzati, coi lager.

Come può un essere umano essere ridotto ad un tale stato di sfruttamento senza che scoppi una terribile rivolta? È evidente che per mantenere tali livelli disumani di sfruttamento serva la violenza e la pressione psicologica caratteristica della dittatura della borghesia nei tempi di crisi.

All’interno di questo discorso s’inscrive quindi il ruolo dei cosiddetti caporali e “camorristi” che svolgono il lavoro sporco per conto del capitale. E non solo. Si innesta nel medesimo quadro anche il ruolo giocato dai partiti di ispirazione fascista come la Lega che alimentano la guerra tra poveri.

Cosa si può chiedere di più e di meglio se a fare da guardia al profitto ci sono gli stessi lavoratori che lo producono? La criminalizzazione dell’immigrato, ad esempio, è di fondamentale importanza per creare quella frantumazione sociale, quella guerra fra poveri, utile a mantenere sotto pressione una riserva di manodopera che altrimenti scoppierebbe in rivolta, magari trovando come propri alleati gli stessi lavoratori degli altri settori.

La mafia, cui Salvini riconduce la genesi del problema del caporalato, rischia di divenire una parola vuota, un mero specchietto per le allodole, se non contestualizzata nell’ambito del processo di accumulazione, dietro la quale si nasconde l’ipocrisia dei responsabili di questo sistema irrazionale che produce tanta sofferenza. Tutti sanno cosa avviene nei campi, perché la polizia non interviene?

A questo punto sorge, però, un altro dubbio: chi può risolvere il problema?

Una cosa è certa: se la soluzione del problema è delegata a chi ne è l’artefice certamente non possiamo dormire sonni tranquilli. Nell’attuale modo di produzione a dettare legge è il profitto e qualsiasi azione politica condotta dalle forze borghesi è finalizzata al suo accrescimento. I padroni, se non costretti con la forza, non lasceranno mai uno spicciolo per terra e ogni parvenza di soluzione che miri a risollevare le condizioni di vita in un settore si tramuterebbe, alla prova dei fatti, in un peggioramento speculare delle condizioni di sfruttamento in altri settori oppure, ancora, in un taglio ulteriore al salario indiretto (sanità trasporti scuola) e a quello differito (pensioni). All’interno di questo schema generale s’inscrive anche la proposta del reddito di cittadinanza avanzata dall’attuale governo nel senso che, le risorse economiche per concretizzare questa misura, verrebbero estratte non certo dalla tasche dei suddetti padroni ma dai comuni lavoratori salariati.

Come se ne esce? Marcisca il pomodoro, si fermi il camion e si spenga la fabbrica.

Unire ciò che il capitalismo divide. L’unità tra i lavoratori è il primo tassello, combattere la guerra tra poveri e il razzismo facendo emergere la verità ossia il filo rosso dello sfruttamento che unisce tutti sotto un’unica bandiera. In questo modo le rivolte troveranno terreno fertile per espandersi e trasformarsi in battaglie rivoluzionarie. La storia ci insegna che questo è possibile, le Leghe rosse dell’Emilia dei primi del Novecento ne sono un esempio ma ve ne sono molti altri in tutto il mondo. Organizzazione e unità di classe: attraverso questi due elementi anche una rivolta dei braccianti, ossia dell’anello debole, portata nel punto più profondo del ciclo produttivo nel momento di massimo favore nei rapporti di forza (la stagione della raccolta, che impiega il maggior numero di braccianti), può divenire letale per il padrone se il bracciante trova come primo alleato il lavoratore della fabbrica, pronto a sua volta ad incrociare le braccia. In pochi giorni tutto il raccolto potrebbe marcire ed in questo modo andare in fumo tutto il profitto del quale, chi è sfruttato, non vede e non ha mai veduto neanche un centesimo.

L’organizzazione dei braccianti sul territorio, soprattutto al Sud, può innescare un processo di controllo popolare sul lavoro nero e sulle condizioni e ritmi di lavoro con attacchi mirati alla produzione agricola. I braccianti, però, organizzati territorialmente, dovranno trovare come proprio alleato l’operaio di fabbrica che, oltre a bloccare la fabbrica stessa, deve essere in grado di prenderne il controllo; di qui l’esigenza di unire all’organizzazione territoriale dei precari i consigli di fabbrica degli operai. Tutto questo lavoro politico è impossibile senza un’organizzazione di classe e senza un’avanguardia organizzata: mentre si costruisce il conflitto deve formarsi l’avanguardia rivoluzionaria.

Note:

[1] Il Gallo rosso, Valerio Evangelisti

11/08/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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