Per un bilancio del 2018

Un anno in cui, soprattutto nel nostro paese, le forze che si battono per la disemancipazione del genere umano hanno avuto decisamente la meglio su chi si batte per l’emancipazione.


Per un bilancio del 2018 Credits: https://www.curiosoerrante.it/arte/george-grosz-pittura-tedesca-tra-dadaismo-e-orrori-del-regime-nazista/

Proprio alla fine del 2018, in occasione del settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu – documento che nasce dalla consapevolezza che il “disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità” – il direttore generale di Amnesty International Italia, G. Rufini, ha osservato, sconsolato, la sua costante violazione a partire dall’ideale di un mondo improntato ai valori “di giustizia ed equità”, dal momento che oggi “67 persone posseggono il 50% della ricchezza globale e le 8 persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza del 50% più povero, mentre l’1% della popolazione mondiale possiede la stessa ricchezza del 99%” [1].

Intervenendo in merito a questa problematica, Alex Zanotelli non poteva che notare, in modo altrettanto sconsolato, che “mai i diritti sono stati così tanto proclamati e così poco praticati come in questo momento storico. Il sistema economico finanziario produce molta più ricchezza che nel passato ma questa è molto peggio distribuita: 8 uomini detengono quanto 3 miliardi e 600 milioni di persone, quanto cioè i più poveri della terra, costretti a vivere con 2 dollari al giorno. Il 10% della popolazione mondiale consuma il 90% dei beni prodotti. Tra le 20 e le 30 mila persone muoiono ogni anno, schiacciate da questo sistema iniquo”.

Questa spaventosa e crescente differenza sociale fra un pugno di sfruttatori e le masse sempre più numerose di sfruttati, non può che creare una situazione sociale sempre più potenzialmente esplosiva, visto che una parte sempre crescente della popolazione non solo non trae nessun giovamento da questo sistema economico, ma anzi la sua stessa sussistenza è sempre più da esso messa in questione. “Il risultato”, non può che far notare amaramente, ma realisticamente Zanotelli, “è che chi possiede il potere economico finanziario è armato fino ai denti: l’Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace ci dice che nel 2017 sono stati spesi 1.739 miliardi di dollari in armi (2,2% del Pil mondiale), solo l’Italia ha investito 70 milioni al giorno in armamenti. Sono 36 le nazioni attualmente in guerra. Viviamo in un sistema economico militarizzato che pesa su un pianeta non più in grado di sostenerlo. La Terra naturalmente sopravviverà, è l’essere umano che non sarà più compatibile con la vita”. Ne conclude il noto missionario comboniano che, “per uscire da questa situazione di ingiustizia diffusa, insostenibile per l’ecosistema, è necessario ripensare radicalmente la struttura economico-finanziaria” [2].

Ricapitolando, dunque, il sistema economico oggi più che mai dominante – tanto che nemmeno i suoi potenziali avversari internazionali, come Russia e Cina, osano metterlo in discussione – è a tal punto ingiusto e privo di equità, è così agli antipodi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo assunta da oltre settant’anni dalle Nazioni unite, produce diseguaglianze sociali sempre più profonde, che il suo stesso mantenimento richiede una militarizzazione della società sempre più ampia la quale, per difendere privilegi dovuti ad assetti proprietari sempre più irrazionali, mette ormai in questione la stessa sopravvivenza della specie umana sulla terra. A richiamare l’attenzione sull’impatto che altera il clima “di energivori sistemi d’arma, basi e apparati, aerei, navi, carri armati, eserciti; e soprattutto degli interventi bellici veri e propri” è stata recentemente la giornalista ambientalista M. Correggia, in un articolo dal significativo sottotitolo: “conflitti per il petrolio e più petrolio per nutrire la macchina della guerra, un cortocircuito letale che uccide e provoca il cambiamento climatico” [3], in cui si richiama all’appello “Stop the Wars, stop the warming” lanciato dal movimento globale World Beyond War.

Per limitarci a un solo, ma significativo esempio: “aerei, navi, carri armati, bombe. Secondo il rapporto A Climate of War. The war in Iraq and global warming, i primi quattro anni di pesantissime operazioni militari in Iraq dal 2003 hanno provocato l’emissione di oltre 140 milioni di tonnellate di gas serra (CO2 equivalente), più delle emissioni annuali di 139 paesi. Una stima al ribasso, avvertono gli autori” [4]. Al punto che persino il Dipartimento Usa alla difesa (DoD), già nel 2004, “sottolineava come i cambiamenti climatici siano un ‘moltiplicatore di minacce alla sicurezza nazionale, suscettibile di aumentare frequenza, scala e complessità delle future missioni militari’. Sempre più necessarie visto che, come si legge nella Quadrennial Defense Review (2010) del DoD, ‘il caos climatico contribuirà alla scarsità di acqua e cibo, aumenterà le spese sanitarie e potrebbe determinare migrazioni di massa’” [5].

A proposito di queste ultime – sempre più prodotte dal caos climatico, come riconosce lo stesso Dipartimento Usa alla difesa – osserva ancora Zanotelli: “in questo scenario, la tribù bianca si sta rinchiudendo nei suoi confini: Europa, Australia, Stati uniti cercano di bloccare i migranti violandone i diritti, a cominciare dal diritto d’asilo che pure è esplicitamente menzionato due volte nella Costituzione, la pietra angolare delle nostre leggi scritta da esuli rientrati dopo il fascismo. L’onda nera, che sta attraversando gli stati occidentali, decide di cancellare i diritti dei migranti perché la tribù bianca sente minacciato il proprio predominio sul mondo” [6].

Tale onda nera dobbiamo riconoscere mestamente, facendo un bilancio dell’anno appena concluso, sembra investire in primo luogo proprio il nostro paese, come dimostra, in modo emblematico, la maggioranza schiacciante che ha convertito in legge il “decreto sicurezza”. “Un provvedimento vergognoso”, ha notato a ragione T. Montanari, “che sembra stato scritto apposta per negare sicurezza, dignità, diritti alle persone straniere (attraverso lo smantellamento del modello di accoglienza diffusa degli SPRAR, l’abolizione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, il prolungamento del periodo di detenzione senza processo nei Cas e nei Cpr, il divieto di iscrizione all’anagrafe per i richiedenti asilo). E che si distingue per una previsione dal sapore inequivocabilmente razzista, come l’introduzione della ‘cittadinanza revocabile’ per i soli stranieri naturalizzati” [7].

Nonostante che il principale punto di riferimento di questa onda nera, che rischia di travolgere quel tanto di democrazia formale che resta dalla Costituzione nata dalla resistenza, sia il ministro degli interni, il più autorevole mezzo di comunicazione della borghesia italiana, “Il corriere della sera”, in sede di bilancio del 2018 promuove a pieni voti M. Salvini con un tondo sette e mezzo. D’altra parte si consideri che la maggiore forza di opposizione – per altro erede del più grande e importante Partito comunista nel mondo occidentale – non ha trovato di meglio che criticare da destra, sulle questioni determinanti di politica economica, uno dei governi più di destra della nostra storia, schierandosi a difesa di quei poteri forti dell’Unione europea che hanno fatto di tutto per contrastare anche quei deboli conati di rivoluzione passiva presenti nell’attuale compagine governativa. Al punto che, quando finalmente si è decisa a scendere in piazza contro la manovra del governo, lo ha fatto portando in piazza le bandiere dell’Unione europea. Tanto che anche nella prossima campagna elettorale finirà per chiedere ancora una volta più Europa, sebbene le misure liberiste su cui si fonda l’Ue, siano antitetiche ai principi di democrazia formale ancora presenti nella nostra Costituzione.

In una situazione del genere ci sono state occasioni d’oro per una reale sinistra, che si ponga a difesa dei reali interessi delle classi subalterne, di contro a quelli dell’oligarchia al potere. Tuttavia, anche da questo punto di vista il 2018 è stato un anno nero, in quanto la sinistra non non ha recuperato la credibilità persa fra i ceti sociali subalterni per i ripetuti errori compiuti negli anni passati, tanto da avere avuto in troppe occasioni più voti nei quartieri borghesi piuttosto che nei rioni popolari e nelle periferie proletarie. Anche perché, pure in quest’ultimo anno, da una parte non è riuscita a rendere evidente il necessario spirito di scissione rispetto all’ala “sinistra” del blocco sociale dominante e dei programmi, dei partiti politici e del personale politico che lo rappresenta. Dall’altra non è stata in grado nemmeno di gettare le basi per la costruzione di un blocco sociale in grado di fronteggiare quello dominante, rendendo di nuovo credibili fra le masse popolari le forze realmente di sinistra. Al contrario, le (aspiranti) avanguardie del proletariato, dopo aver fatto un timido passo in avanti in occasione delle passate elezioni politiche, visti i necessariamente magri risultati, invece di ripartire dal conflitto sociale, forgiando attraverso di esso una reale e credibile soggettività politica, si sono nuovamente separate.

Tale separazione non può esser considerata un segno di vitalità della sinistra radicale, un segno dell’aver infine riscoperto lo spirito di scissione che la emancipi dalla subalternità ideologica nei riguardi della sinistra moderata, democratica e piccolo borghese. La scissione, infatti, non è stata il prodotto di un chiarificatore scontro politico e ideologico, ma è apparsa alla parte più avanzata della classe, che ancora segue con un qualche interesse le vicende della sinistra radicale, una ridicola e penosa lotta per il potere, in una situazione di totale debolezza.

Tanto che neppure la presenza di un governo sempre più evidentemente egemonizzato dalla sua componente di destra radicale ha ridato un nuovo slancio al conflitto sociale dal basso. Né, tanto meno, si è stati in gradi di passare, da una lotta condotta sul piano economico e sociale a una lotta politica contro l’attuale governo. Con il risultato di far apparire come la più credibile e significativa opposizione al governo giallo verde i poteri forti europei, che criticano gli aspetti più populistici del governo Conte, nostalgici dei governi precedenti che avevano portato avanti, a partire dal governo Monti, un attacco più forte e aperto alle classi subalterne.

Tutto ciò si è necessariamente riflesso nel congresso del più grande e significativo sindacato italiano, la Cgil, che ha visto l’opposizione di sinistra ridotta mai come ora ai minimi termini. Nonostante che il principale esponente dell’ala riformista del sindacato, si sia quasi completamente appiattito sulle posizioni sempre più neo-corporative della maggioranza, al punto che la Camusso ha proposto come suo più adeguato successore ed erede il segretario dei metalmeccanici. Con il brillante risultato che questo ulteriore convergere a destra delle forze riformiste, vista la debolezza delle forze radicali dentro e fuori la Cgil, ha favorito l’ala destra, apertamente neo-corporativa, che ora proverà a prendere il controllo del sindacato, per portare a termine il processo di snaturamento di quest’ultimo. Infine, anche questo scontro all’interno della Cgil non si è rappresentato davanti ai lavoratori come un salutare confronto-scontro fra diverse prospettive politiche e ideologiche, finendo con l’apparire come un altrettanto assurdo scontro per un potere, sempre più aleatorio visti gli attuali rapporti di forza fra la forza lavoro e il padronato.


Note

[1] M. D. C., “Quel sogno di 70 anni fa ormai si è interrotto”.Il rapporto. Attivisti uccisi, donne e gay discriminati e Paesi in cui torna la pena di morte, in “Il manifesto” del 11 dicembre 2018.
[2] Alex Zanotelli, Mai più l’“homo tenens” al centro. 1948-2018. Diritti umani e ingiustizie globali, ibidem.
[3] Marinella Correggia, Militari di tutto il mondo in guerra col clima, in “Extraterrestre” del 29 novembre 2018.
[4] Ibidem
[5] Ibidem.
[6] Alex Zanotelli, Mai più… cit.
[7] Tomaso Montanari, quel diritto diseguale penetrato nell’ordinamento, in “Il manifesto” del 11/12/2018.

05/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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