Gramsci: dai consigli all’internazionalismo proletario

Prioritario per i comunisti è ricostruire, a partire dai luoghi di lavoro, le cellule della futura internazionale.


Gramsci: dai consigli all’internazionalismo proletario Credits: http://www.ilibriaiutanoaleggereilmondo.it/le-voci-del-tempo-dal-21-al-24-settembre-cagliari-escolca-nureci-abbasanta/

La classe proletaria, priva di coscienza di classe, quindi classe in sé e non ancora per sé, è oggettivamente ridotta, nel modo capitalistico di produzione, a mero “determinato ‘strumento di produzione’ in una determinata costituzione organica” del capitale [1]. Dunque, trattandosi di un processo storico oggettivo, poco senso hanno le pure petizioni di principio della volontà soggettiva che affermano che il proletariato non deve essere ridotto a mero strumento, che ha come fine la valorizzazione del capitale e la sua riproduzione allargata. Anzi, dal punto di vista storico oggettivo esso si costituisce proprio in questa funzione, come componente determinata dalla composizione organica del capitale. Non è, dunque, classe per sé, ma solo per il capitale, in quanto ne consente la riproduzione su scala allargata.

Ancora meno il singolo membro del proletariato ha un ruolo attivo in tale processo, in quanto come individuo entra solo “‘casualmente’ a far parte di questo corpo costituito” (Ivi: p. 73). Dunque la sua personalità è del tutto negata, in quanto il suo far parte del capitale vivo destinato a valorizzare un determinato capitale morto è un puro caso, in quanto rischia in ogni momento, del tutto indipendentemente dalla propria volontà o capacità soggettiva, di precipitare nell’esercito industriale di riserva, nella massa dei disoccupati, dei lavoratori in formazione, dei sottoccupati, ovvero dei precari. Quindi, se entra a far parte del processo di valorizzazione del capitale, questo avviene “casualmente per ciò che riguarda la sua volontà” – è infatti il padronato che seleziona a proprio piacimento la forza-lavoro da acquistare – “ma non casualmente per ciò che riguarda la sua destinazione di lavoro”, essendo ridotto a mero strumento per la riproduzione su scala allargata del capitale e la massimizzazione del profitto.

Il singolo lavoratore salariato è solo astrattamente libero, in quanto ha la possibilità di sopravvivere e riprodursi come tale, solo in quanto, come classe, rappresenta “una necessità determinata del processo di lavoro e di produzione” (Ibidem) capitalistico, in quanto è funzionale alla produzione di plusvalore mediante il pluslavoro, ovvero lavoro non retribuito. Paradossalmente, però, il proletario, non avendo altro da vendere per riprodursi che la propria forza-lavoro, piuttosto che lamentarsi dal punto di vista del dover essere di non venir considerato un fine, mentre è ridotto a mero mezzo funzionale al profitto di chi ne sfrutta la capacità di lavoro, è costretto a sperare di essere “assunto” unicamente per questo scopo a lui del tutto estrinseco, dal momento che “solo per ciò”, ovvero solo perché il suo sfruttamento permette di riprodurre su scala allargata quel capitale che lo domina, egli “può guadagnarsi il pane” (Ivi: 74).

Quindi, la sua stessa sopravvivenza è non solo del tutto casuale, ovvero indipendente dalla sua volontà e capacità, ma il proletario può mantenersi in vita e riprodursi come singolo solo in quanto è ridotto a un mero “ingranaggio della macchina-divisione del lavoro, della classe operaia determinatasi”, non volontariamente, ma necessariamente dal punto di vista storico, come mero “strumento di produzione” di plusvalore, ovvero di valore non retribuito che non giova al proletario, ma esclusivamente a chi ne sfrutta la forza-lavoro, ridotta a merce di infimo valore. Anche in tal caso, ciò avviene in modo necessario all’interno del modo di produzione capitalistico che tende, inevitabilmente, ad accrescere la sovrapproduzione della merce forza lavoro, a incrementare l’esercito industriale di riserva, come strumento di ricatto volto ad abbassare il prezzo dell’offerta di forza lavoro.

Proprio perciò, non è tanto importante che il proletario sia contrario, dal punto di vista soggettivo del dover essere a questa sua strumentalizzazione, ma è piuttosto essenziale che esso acquisti “coscienza chiara di questa sua ‘necessità determinata’” rispetto al modo di produzione, per cui se non come individuo, come classe è indispensabile non solo al funzionamento del modo di produzione capitalistico, ma alla riproduzione della società nel suo complesso. Da tale consapevolezza di essere l’unica classe produttiva di nuovo valore e indispensabile a valorizzare lo stesso lavoro morto, anche nella forma di capitale, il proletariato può porre proprio tale “necessità determinata” a fondamento di un nuovo “apparecchio rappresentativo a tipo statale”, ossia di una nuova forma di rappresentanza politica non più come la parlamentare funzionale al dominio borghese, ma necessaria al dominio proletario. Di essa il proletario, in quanto produttore, non è parte in modo “volontario, contrattualista, per via di tessera” – come avviene nell’universo rappresentativo borghese apparentemente separato e indipendente dalla struttura socio-economica – ma piuttosto in modo “assoluto, organico”, non soggettivo e volontaristico.

Ne fa parte, dunque, non in quanto cittadino astratto di uno Stato solo ideale in cui tutti appaiono formalmente eguali, per meglio occultare le differenze reali, ma in modo “aderente a una realtà”, strutturale, non meramente ideologica, “che è necessario riconoscere se si vuole assicurati il pane, il vestito, il tetto, la produzione industriale” (Ibidem). Proprio per questo sarebbe del tutto controproducente spingere il proletario a battersi per poter disporre di un reddito, indipendentemente dalla propria attività produttiva. In tal modo il proletariato perderebbe l’aspetto decisivo della sua coscienza di classe, ovvero di essere l’unica classe capace di produrre nuovo valore e di consentire la riproduzione dell’intera società. Al contrario, sottolinea Gramsci, “se l’operaio, se la classe operaia fa questo essa fa una cosa grandiosa; essa inizia una storia nuova, essa inizia l’età degli Stati operai che dovranno confluire alla formazione della società comunista” (Ibidem).

Dunque, la presa di coscienza del proprio indispensabile ruolo sociale, dà al proletariato la possibilità di sancire una profonda cesura storica, di aprire una nuova fase, una nuova era dello sviluppo della società umana, non più caratterizzata, come quella borghese dall’affermarsi degli Stati nazionali, ma al contrario dall’internazionalismo proletario, ovvero, per dirla con Gramsci, “del mondo organizzato sulla base e sul tipo della grande officina meccanica”. Proprio, perciò, i consigli di fabbrica rappresentano la cellula della società futura, “della Internazionale comunista nella quale ogni popolo, ogni parte di umanità acquista figura in quanto esercita una determinata produzione preminente e non più in quanto è organizzata in forma di Stato e ha determinate frontiere”, come avveniva nella società capitalista. Al contrario l’internazionalismo, sulla base di una pianificazione socio-economica davvero globale e sulla conseguente divisione del lavoro su scala mondiale, consentirà un eccezionale sviluppo delle forze produttive e una drastica riduzione, mediante la piena occupazione, della giornata lavorativa, lasciando molto più spazio alle attività culturali e sociali.

Così, con lo sviluppo dei consigli di fabbrica, la classe operaia “in quanto costruisce questo apparecchio rappresentativo, in realtà […] compie l’espropriazione della prima macchina, del più importante strumento di produzione”, ovvero la stessa forza-lavoro, quello che era in precedenza il capitale umano e che diviene ora: “la classe operaia stessa, che si è ritrovata”, superando feticismo, reificazione e alienazione, acquisendo “coscienza della sua unità organica e che unitariamente si contrappone al capitalismo”. Solo in tal modo disporrà di rapporti di forza a lei favorevoli, esattamente al contrario di chi tenta ancora oggi di separare e contrapporre i pochi lavoratori dotati di coscienza di classe, dalla massa che ne è priva e che appare così destinata a rimanere sotto il dominio del capitalismo o di burocrazie sindacali neocorporative.

Allo stesso modo, di contro a tutte le concezione reazionarie della decrescita felice, come se non bastasse già quella imposta dai rapporti di produzione e di proprietà dominanti, che ostacolano in misura crescente ogni possibile sviluppo delle forze produttive, nella nuova era, che si apre con la presa di coscienza da parte del proletariato, “la classe operaia afferma che il potere industriale, che la fonte del potere industriale deve tornare alla fabbrica” e non essere più alienato come monopolio del capitale finanziario. Ciò significa “dal punto di vista operaio, come forma in cui la classe operaia si costituisce in corpo organico determinato” nelle strutture consiliari fondate suoi luoghi della produzione, che divengono in tal modo le cellule “di un nuovo Stato, lo Stato operaio, come base di un sistema rappresentativo, il sistema dei consigli”, che toglie, superandolo dialetticamente, il parlamentarismo borghese fondato sul principio della delega della sovranità popolare a professionisti della politica, che tendono a costituire una casta di privilegiati al servizio del blocco sociale dominante.

Quindi, al contrario di quanto sostengono i sovranisti, che mirano a una rottura dell’Unione europea di Stati imperialisti, in funzione della riconquista dell’indipendenza del proprio Stato nazionale borghese, “lo Stato operaio, poiché nasce secondo una configurazione produttiva, crea già le condizioni del suo sviluppo, del suo dissolversi come Stato, del suo incorporarsi organico in un sistema mondiale – l’Internazionale comunista”. Una prospettiva, quindi, opposta a quella sostenuta dagli attuali revisionisti social-nazionalisti, che ritengono utopistico il superamento dello Stato nazionale borghese, che mirano a conservare dinanzi alle tendenze transnazionali di sviluppo del modo di produzione capitalistico, che ha come suo fine ultimo la costituzione del mercato mondiale.

Vediamo dunque, come l’esperienza dei consigli di fabbrica costituisca un microcosmo in cui si sperimentano fattivamente quelle forme di cooperazione che si svilupperanno nel macrocosmo dell’Internazionale comunista. Proprio queste esperienze concrete rendono la cooperazione proletaria su scala internazionale non un’utopia, come sostengono ancora oggi i fautori del socialismo-nazionale – nonostante le terribili tragedie sul piano storico che questa forma di revisionismo ha prodotto e continua a riprodurre. Dunque, “come oggi, nel consiglio di una grande officina meccanica”, sottolinea Gramsci, “ogni squadra di lavorazione (di mestiere) si amalgama, dal punto di vista proletario, con gli alti momenti e pone in rilievo il processo produttivo, così nel mondo, il carbone inglese si fonde col petrolio russo, il grano siberiano, con lo zolfo di Sicilia, il riso del vercellese, col legname della Siria…, in un organismo unico, sottoposto a un’amministrazione internazionale, che governa la ricchezza del globo in nome dell’intera umanità” (Ivi: pp. 74-75). Si tratta, come è evidente, di una prospettiva decisamente più universalista di quella attuale, fondata sullo Stato nazionale borghese, che sta portando, al contrario di questa possibile e auspicabile collaborazione internazionale, a delle spaventose quanto inutili, irrazionali e disumane guerre, al esempio per la spartizione della Siria in aree di influenza fra grandi potenze straniere, costantemente sul piede di guerra per il dominio su scala globale.

Quindi, in conclusione, per non perdere di vista né il nostro compito specifico, né la prospettiva a cui mirare, per evitare di permanere in un inconcludente riformismo, occorre lavorare per la ricostruzione di consigli, in primis, di fabbrica quale prime cellule “di un processo storico che deve culminare nell’Internazionale Comunista, non più come organizzazione politica del proletariato rivoluzionario”, oggi purtroppo completamente da ricostituire, “ma come riorganizzazione della economia mondiale e come riorganizzazione di tutta la convivenza umana, nazionale e mondiale” (Ivi: p. 75). Dunque solo abbandonando le piccole ambizioni di liberare singoli territori dalla logica capitalista, secondo una prospettiva realmente utopistica di esodo all’interno del modo di produzione capitalista, si dovrebbero recuperare le grandi ambizioni che avevano i comunisti per i quali: “ogni azione attuale rivoluzionaria ha valore, è reale [e, dunque, razionale] storicamente, in quanto aderisce a questo processo” di internazionalismo proletario, “in quanto è concepita ed è un atto di liberazione di questo processo dalle soprastrutture borghesi” – come, ad esempio, i confini che separano e contrappongono i produttori in Stati nazionali potenzialmente antagonisti – “che lo costringono e lo inceppano” (Ibidem).


Note

[1] Le citazioni in questo articolo sono tratte da: Antonio Gramsci, Il Consiglio di fabbrica, in “l’Ordine Nuovo” del 5 giugno 1920, ora anche in Bordiga-Gramsci, Dibattito sui consigli di fabbrica, Samonà e Savelli, Roma 1971, cfr. in particolare le pp. 73-75.

07/07/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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