Che cosa ci insegna il Venezuela

Non solo la storia ci insegna che i processi rivoluzionari sono più utili agli altri popoli, piuttosto che ai paesi che si trovano in essi impegnati in una condizione di isolamento, ma un minimo di buon senso dovrebbe portarci a riflettere in primis sulle nostre gravissime carenze, piuttosto che su quelle decisamente meno significative di chi si trova, proprio perciò, assediato dall’imperialismo transnazionale.


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Come osservava già Lenin ogni rivoluzione non migliora, almeno nell’immediato, le condizioni di vita del popolo che la realizza, ma ha un valore essenziale per tutti gli altri popoli. Ciò vale già per le rivoluzioni borghesi, pensiamo infatti a quante immani situazione tragiche ha dovuto attraversare il popolo francese dalla prima rivoluzione del 1789 all’ultima del 1848. Quanti francesi sono caduti in questi processi rivoluzionari, quante volte il popolo è stato ridotto a un livello di indigenza? Il primo popolo che insorge si trova, infatti, a dover fronteggiare uno stato permanente di guerra e di assedio da parte di tutte le altre potenze straniere che continuano a difendere l’ancien régime. Tale costante stato di guerra e di assedio imposto dall’esterno – oltre ovviamente a tutti gli errori che necessariamente si compiono intraprendendo per la prima volta un nuovo processo storico rivoluzionario – non possono che produrre infinite contraddizioni fra le teorie rivoluzionarie necessariamente utopiste e tutte le miserie di un reale che non potrà mai realizzare pienamente l’ideale, dal momento che fra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare.

Pensiamo così all’enorme contraddizione fra la prima costituzione democratica moderna promulgata dai giacobini e il successivo grande Terrore, con il potere accentrato nelle mani del ristretto Comitato di salute pubblica e poi del suo massimo dirigente: Robespierre. Per non parlare della precedente rivoluzione inglese dove si afferma insieme al primo Stato liberale del mondo la dittatura personale di Cromwell e poi, addirittura, del figlio. Senza contare che già nelle rivoluzioni borghesi, a partire da quella francese, possiamo ritrovare la più tragica di tutte le contraddizioni, ossia la rivoluzione che divora i suoi figli, al punto che praticamente tutti i grandi esponenti della prima grande rivoluzione francese finiscono ghigliottinati.

Pensiamo poi alla terribile sorte del popolo parigino dopo che la Comune fu schiacciata dalla spaventosa repressione operata dall’esercito francese con la piena collaborazione del suo, fino a un momento prima, principale antagonista, ovvero l’esercito prussiano. Altrettanto tragiche furono le esperienze, come già Lenin appunto notava, del popolo russo e poi più in generale sovietico nel lungo processo rivoluzionario che si apre già con la Rivoluzione del 1905. Anche in questo caso non solo durante la rivoluzione, ma anche negli anni di vita dell’Urss assistiamo a continue tragedie a causa del costante stato di guerra o di assedio imposto dalle potenze imperialiste, alle spaventose carestie che tali tragiche situazioni provocarono, con l’aggiunta del perpetuo embargo che sempre subiscono i popoli che si pongono all’avanguardia del processo rivoluzionario. Anche la tragica storia dell’Urss ha dovuto vivere la spaventosa contraddizione della rivoluzione che divora i suoi figli, tanto che praticamente quasi tutti gli eroici rivoluzionari del partito bolscevico finirono per essere divorati dal processo rivoluzionario che avevano innescato.

Ovviamente potremo tornare ancora più indietro con la storia e, ad esempio, notare le tragiche conseguenze che il popolo haitiano vive ancora oggi per essere stato il primo popolo coloniale a ribellarsi e ad aver ottenuto la liberazione degli schiavi e l’indipendenza nazionale. Per non parlare della sorte degli schiavi insorti con Spartaco o delle altrettanto tragiche vicissitudini dei popoli protagonisti delle grandi rivolte contadine nel corso del medioevo. Dunque, sebbene tutti questi grandi e terribili momenti storici hanno prodotto delle immani tragedie su coloro che per primi hanno osato ribellarsi, hanno comunque svolto un ruolo decisivo nel processo di sviluppo della stessa civiltà umana.

Con la rivolta di Haiti, sopra ricordata, è infatti iniziato un processo di lotte per la liberazione nazionale che ha oggi portato all’indipendenza di quasi tutte le ex colonie e alla liberazioni di quasi tutti gli uomini dalla schiavitù. Il ciclo rivoluzionario inglese ha sconfitto per la prima volta la monarchia assoluta, affermando il primo governo liberale, aprendo un percorso poi seguito da moltissimi altri popoli. Lo stesso si può dire del grande processo rivoluzionario francese che ha portato alla sconfitta sul piano internazionale dell’ancien régime e alla affermazione delle democrazie moderne.

Allo stesso modo, i tragici eventi della Comune di Parigi e ancora di più della Rivoluzione d’ottobre hanno dimostrato che l’antichissima idea di uno Stato comunista, già teorizzata da Platone, non era affatto una utopia. Arrivando, poi, ai giorni nostri possiamo vedere l’importanza decisiva che ha svolto la Rivoluzione cubana per l’emancipazione dei popoli non solo sudamericani, ma anche africani. Ciò non toglie la tragedia patita dal popolo cubano che vive ancora sotto embargo e sotto la minaccia di aggressione da parte della maggiore potenza imperialista del mondo.

Ricordiamo, infine, le terribili tragedie vissute dai popoli indocinesi per sconfiggere prima l’imperialismo giapponese, poi quello francese e, infine, quello statunitense appoggiato da tutte le potenze imperialiste del mondo. Nonostante che ancora oggi vaste zone dell’Indocina non sono vivibili per i nefasti effetti delle armi chimiche e batteriologiche che ancora provocano spaventosi effetti sulla popolazione civile, la vittoria in primo luogo del popolo vietnamita ha avuto valore storico di portata universale per tutti gli oppressi della terra.

Discorso analogo può e, anzi, deve essere fatto per il processo della Rivoluzione bolivariana in atto in Venezuela da oltre tre lustri. Conosciamo bene tutte le sofferenze che ha vissuto questo popolo, in particolare negli ultimi anni, a causa in primo luogo dell’embargo imposto dall’imperialismo Usa con il sostegno dei suoi alleati europei. Sono note anche le difficoltà di realizzare tale processo senza avere i rapporti di forza necessari a livello nazionale e, soprattutto, internazionale per socializzare i mezzi di produzione e sostituire alla dittatura della borghesia la dittatura democratica del proletariato. Come sono noti gli errori e le contraddizioni di un processo sostanzialmente inedito, che ha come unico precedente quello certamente ancora più infelice del Cile di Salvador Allende, nonostante che si fosse sviluppato in un’epoca storica in cui i rapporti di forza a livello internazionale non erano così sbilanciati a favore delle potenze imperialiste.

Nonostante tutte le sofferenze odierne del popolo venezuelano, acuitesi con la minaccia del golpe e di invasione da parte delle potenze imperialiste, e al di là di tutte le sue interne contraddizioni tale processo ha avuto e potrebbe continuare ad avere un ruolo essenziale a livello internazionale, dimostrando che la sconfitta storica subita dalle forze social-comuniste alla fine degli anni ottanta non è definitiva, tanto che appunto esistono paesi che in controtendenza che cercano di rilanciare, come il Venezuela, il socialismo nel XXI secolo.

Un altro aspetto saliente dell’attuale tragedia venezuelana è che la crescente sofferenza del proletariato e, più in generale, delle masse venezuelane non può essere il prodotto di un destino cinico e baro, né può essere imputato alle sole cause esogene, come la congiunta aggressione delle potenze imperialiste, ma ha certamente anche cause endogene, ovvero gli errori e le relative contraddizioni prodotte in seno allo stesso popolo venezuelano. Tuttavia le sinistre europee e più in generale internazionali prima di denunciare gli errori e le necessarie contraddizioni del processo rivoluzionario venezuelano farebbero bene a rivolgere innanzitutto tale acribia critica alle proprie manchevolezze. È evidente, infatti, che un processo rivoluzionario non può affermarsi e resistere più di tanto se rimane circoscritto in un solo paese, anzi la sua funzione fondamentale è quella di aprire una nuova strada, per favorire la realizzazione di processi analoghi in altri paesi. Purtroppo tale tentativo di rilanciare la prospettiva socialista nel XXI secolo è stato seguito, in modo ancora più parziale, contraddittorio e limitato essenzialmente da soli due paesi: la Bolivia e il Nepal, in cui le condizioni oggettive per sviluppare una società socialista sono ancora meno mature che nel Venezuela, anzi sostanzialmente sono quasi del tutto assenti.

Ancora una volta il tentativo di far saltare l’anello al momento più debole della catena degli Stati capitalisti per favorire l’innescarsi di un processo rivoluzionario nei paesi a capitalismo avanzato, dove sono presenti le condizioni oggettive per portare a termine tale processo di transizione, è fallito principalmente per la quasi completa incapacità del proletariato e della sua avanguardia di praticare l’obiettivo della rivoluzione in occidente. Anzi, le forze antimperialiste progressiste, con pochissime eccezioni, non sono mai state così deboli nei paesi a capitalismo avanzato. Quindi, non solo non possono assumere la guida del socialismo del XXI secolo in un contesto a esso più propizio, ma non sono nemmeno in grado di dare un po’ di respiro alle forze rivoluzionarie venezuelane, che si trovano assediate da pressoché tutte le potenze imperialiste internazionali, perché i ceti subalterni di questi paesi e le loro avanguardie non sono stati in grado di impegnare almeno un po’ il proprio imperialismo, consentendogli così di potersi dedicare indisturbato alla repressione della poche sacche di resistenza ancora in vita a sul piano internazionale.

Anche perché il contesto favorevole che si era venuto a creare in America Latina, grazie soprattutto agli importanti esempi di resistenza della Rivoluzione cubana e bolivariana, è sostanzialmente venuto meno negli ultimi anni. Le sinistre, con la parziale eccezione del Messico, sono state sconfitte e sono costrette oggi sulla difensiva un po’ in tutta l’America Latina. In tale situazione, con il drastico calo del prezzo del petrolio, con l’affermazione dell’estrema destra negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi confinanti con il Venezuela, a partire dal Brasile e dalla Colombia, con l’improvvisa perdita di un personaggio storico universale del calibro di Hugo Chavez era in un certo senso necessario che la rivoluzione bolivariana sarebbe finita alle corde.

Meno necessario, invece, è il quasi completo fallimento delle forze intenzionate a rilanciare la prospettiva socialista nei paesi a capitalismo avanzato, nonostante che in tali paesi il modo di produzione dominante è ormai costantemente in crisi da mezzo secolo, con un ulteriore acutizzarsi della crisi nell’ultimo decennio. In un momento oggettivamente così favorevole per le forze intenzionate a rilanciare la prospettiva del socialismo, il loro sostanziale fallimento non era affatto così necessario, prevedibile e, in qualche modo, scontato.

Ciò vale in particolare in un paese come l’Italia, che vantava la più significativa sinistra di classe del mondo occidentale e che si ritrova oggi ridotta come mai al lumicino. Tanto da non essere nemmeno in grado di raccogliere le firme per presentarsi alle ultime elezioni regionali, mentre vi sono riuscite le forze dell’ultra destra, con le forze della destra radicale in ascesa mai come ora dal secondo dopoguerra, tanto da divenire il primo partito.

In conclusione, al di là di quei minimi atti di solidarietà che siamo in grado di mettere in campo a difesa di quanto resta della prospettiva del socialismo del XXI secolo lanciata dal Venezuela, più che impegnarci a indagare le carenze altrui, faremo bene a concentrarci sui nostri ben più gravi ed evidenti limiti, che ci hanno portato a far apparire un’utopia, propria di un passato sempre più remoto, la questione quanto mai attuale della Rivoluzione in occidente.

16/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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